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6.2

Tempus fugit… perciò è meglio non rimanere mai fermi. Sicuramente il chitarrista Jamie MacColl la pensa così. Negli ultimi anni si è laureato in studi bellici al King’s College, ha curato un documentario per la Bbc sulla musica di protesta, lanciato una campagna per sensibilizzare gli under 30 ai negoziati della Brexit e ha persino frequentato un master in filosofia a Cambridge. Beh niente male per uno che qualche anno fa se ne stava sul palco di Glastonbury in quello che è stato sicuramente uno dei momenti fondamentali della carriera dei Bombay Bicycle Club.

Gli amici di MacColl hanno continuato a far musica, in particolare Jack Steadman col suo progetto collettivo Mr Jukes. Ma c’è una linea rossa che accomuna l’iperattività del chitarrista e i progetti solisti dei suoi colleghi: la consapevolezza di essere sinceri con se stessi, con il proprio passato e con i propri fan. Quando i Bombay Bicycle Club hanno annunciato una lunga pausa in Gran Bretagna sono rimasti tutti a bocca aperta, non tanto in Italia, dato che i ragazzi non hanno mai avuto un appeal potente sugli indie lover della penisola.

È facile immaginare, quindi, l’attesa che ha generato la notizia del loro ritorno, fissato per l’inizio di questo 2020. Ed eccoci a Everything Else Has Gone Wrong, come a dire: ci riesce bene solo questo. Sicuramente lo si fa con piacere, dato che i Bombay non si sono sciolti per incomprensioni o tensioni, ma perché avevano detto tutto in termini artistici e, soprattutto, perché hanno consacrato anima e corpo alla band sin dall’età di sedici anni. A dircelo è stato lo stesso Steadman in questa intervista.

Il quinto album della band comincia con un crescendo che mette in mostra la fisiognomica sonora del quartetto: Get Up fonde tastiere sghembe a scenari eterei che servono a controbilanciare i riff, i cori e le ritmiche serrate di Is It Real. Si sente aria di casa, quindi; lo si percepisce nei primi due singoli che hanno trainato Everything Else Has Gone WrongEat, Sleep, Wake (Nothing but You) ed Everything Else Has Gone Wrong sono, infatti, gli alfieri di una polaroid che vede i Bombay Bicycle Club intenti a recuperare il tempo perduto.

Lo sguardo al passato si fonde con la contemporaneità in I Can Hardly Speak, in cui strofe che sembrano essere state ripescate da Flaws si mescolano con tappeti elettronici e sample di voci pitchate. E poi c’è Good Day, un brano quasi a cappella, lo sperimentalismo tribale di I Worry Bout You e le dissolvenze di Racing Stripes: Everything Else Has Gone Wrong non raggiunge la compattezza e la potenza di So Long, See You Tomorrow ma ci mostra una band che non si è arrugginita e che rappresenta un ottimo esempio di come la sincerità paghi sempre.

Perché quando non si ha nulla da aggiungere a quanto fatto è giusto fermarsi, così come quando si sceglie di tornare non bisogna mai dare per scontata l’accoglienza calorosa. Non è il caso di questo album; un reminder di quello che i Bombay Bicycle Club possono essere, ma che qui non è espresso in tutto il suo potenziale. Ad ogni modo, Everything Else Has Gone Wrong ha il grande pregio dell’autenticità, riassumibile nello splendido verso: «I come home to write it all».

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