• Apr
    09
    2007

Album

Saddle Creek

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Chi ha seguito l’evoluzione di Conor Oberst, specie negli ultimi tempi, sa per certo che ambizione e faccia tosta non gli difettano, anzi; è uno che spesso rischia prosaicamente di farla fuori dal vaso, ma alla fine, in un modo nell’altro, casca in piedi. Cassadaga è la conferma definitiva di questo assioma. Registrato in quattro studi diversi, con la produzione smisurata del solito Mike Mogis, gli arrangiamenti magniloquenti del trombettista Nate Walcott e l’aiuto di un’ampia schiera di ospiti – da M. Ward a John McEntire, da Janet Weiss (Quasi, Sleater Kinney) ai fedeli del team Saddle Creek (Maria Taylor, membri di Rylo Kiley e Now It’s Overhead) – l’album non lascia niente al caso, piuttosto ha uno scopo preciso. Ovvero, dimostrare che Conor è degno di indossare la veste che ha voluto cucirsi addosso: quella di cantautore totale, autore di un folk carico dell’epos di una generazione (una nazione) intera, come Dylan e Springsteen prima di lui.

Vi sembra azzardato? Ascoltate un po’ If The Brakeman Turns My Way, Classic Cars, Soul Singer In A Session Band, immischiate in egual misura di pathos Blonde On Blonde e solennità assortite The River / Born To Run. Così, la scrittura va di pari passo con l’apparato imbastito da Mogis e Walcott, fra classica forma folk, liriche intrise di America (per grazia di dio, al riparo da facile retorica) e un generoso dispiego di effetti speciali, dall’epopea simil-morriconiana di archi nell’iniziale Clauradients al romanticume quasi Cohen – con annesso canto di sirene – di Make A Plan To Love Me, al country psych di Middleman fino alla sospensione finale della ballad Lime Tree, sostenuta ad hoc da archi a dir poco cinematici.

E il passato? Dell’immediatezza del pur ambizioso I’m Wide Awake It’s Morning restano solo I Must Belong Somewhere (una filastrocca country, di quelle che gli riescono meglio) e la classica Four Winds, e c’è anche una timida ripresa delle sonorità electro di Digital Ash In A Digital Urn in Coat Check Dream Song; No One Would Riot For Less, dal canto suo, esemplifica al meglio il corso attuale, nell’antimilitarismo del testo (à la Masters Of War), le ombre tratteggiate dall’orchestra, e il caratteristico vibrato di Oberst, qui ai limiti della parodia (l’ideale per tutti i suoi detrattori, in pratica).

E intanto, ascolto dopo ascolto si fa strada la convinzione che, a prescindere dall’abito (confezionato splendidamente, tra l’altro), le composizioni siano più solide di quanto sembri. Sotto sotto il re non è nudo, tutt’altro, e la prosopopea non è che l’inevitabile conseguenza di una personalità tanto ingombrante da non poter essere ignorata, al punto da trasformare l’arroganza – paradossalmente – in virtù. Che poi è, da sempre, la pura essenza di Bright Eyes. Ne siamo certi, la critica americana impazzirà per Cassadaga, e Conor raggiungerà il suo obiettivo. Si accettano scommesse.

1 Aprile 2007
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