Recensioni

6.2

Negli ultimi due decenni – anno più anno meno – mi sono progressivamente convinto che Bruce Springsteen abbia un problema col fenomeno più naturale che ci sia (anche se scomodo, per non dire intruso, in ambito rock): mi riferisco ovviamente all’invecchiare. È un po’ come se, consumato il bagno di necessità storica di The Rising, non gli sia più riuscito collocare nella musica il senso del suo fare musica, e in ragione di ciò abbia finito per consegnarsi al personaggio, contando sulle spalle larghe del Boss per portare avanti l’antico dialogo coi moltissimi fan. Non è certo un fenomeno inedito, anzi: capita a molti rocker quando l’anagrafe inizia a pesare, quasi a tutti per la verità. Ma nel suo caso il rammarico era (è) particolarmente intenso. Ecco che, un disco dopo l‘altro, lo si è visto rincorrere un’improbabile attualizzazione di quel codice che non aveva la forza di ricalcolare in profondità sui nuovi parametri del (suo) tempo. Gli anni Zero e Dieci di Springsteen sono stati segnati da lavori, diciamolo, abbastanza sfocati, senza la giusta ispirazione né abbastanza presa sul presente, quando non caratterizzati da scelte imbarazzanti (lì un goffo supergiovanilismo hip-hop, là il tragicomico coinvolgimento di Tom Morello...).

Tutto ciò fino a Western Stars, che invece aveva ricalcolato eccome il suono, aveva osato astrarre, giocare a travestirsi pop ovvero nell’unica forma pop che poteva ragionevolmente discendere da premesse springsteeniane (quella sorta di “rurale patinato” alla Glen Campbell), azzeccando il giusto grado di artificio che rendesse il tutto emblematico, persino struggente nel suo dispiegarsi (o collassare) metaforico. Lo ammetto: una delle primissime cose che ho pensato ascoltando Western Stars è stata “il Boss ha finalmente capito come invecchiare bene”. Va detto che dal fronte degli springsteeniani non provenivano feedback altrettanto favorevoli, anzi. Molti fan non hanno nascosto una certa insofferenza per quello che percepivano come un tradimento del verbo, un – come dire – rammollimento del loro eroe (che evidentemente, in quanto rocker, non ne avrebbe il diritto). Ecco, venendo (finalmente) al qui presente nuovo Letter to You, suo ventesimo album di inediti, la primissima cosa che mi è venuta da pensare ascoltandolo è: “sembra un disco pensato per i delusi da Western Stars”. Una specie di abbraccio sonoro (fanculo il distanziamento sociale), una rassicurazione del tipo: “tranquilli, sono sempre io, il vostro Boss, e questo è quello che vi ho sempre dato, che sempre vi darò”. Gli ascolti successivi hanno in gran parte confermato quella sensazione iniziale, aggiungendo qualche elemento di complessità (come quasi sempre accade).

Dodici canzoni, di cui tre recuperate dai primissimi anni ‘70 e le altre nuove di pacca. Registrate “live in studio” con quella che ad oggi è l’incarnazione migliore della E Street Band, ovvero Roy Bittan, Nils Lofgren, Patti Scialfa, Garry Tallent, il vecchio “Little” Stevie Van Zandt, Max Weinberg, Charlie Giordano e Jake Clemons. Il tutto affidato alla produzione di Ron Aniello (quarta collaborazione con Bruce dopo Wrecking Ball, High Hopes e appunto Western Stars). Nel complesso, questo disco fa un effetto strano: sembra celebrare la dimensione tipica del Boss con la sua band ma ricorda il piglio assieme tosto e smerigliatissimo di Lucky Town/Human Touch, il dittico che segnò il clamoroso distacco dalla E Street Band nel 1992, anche se per il grip e la pienezza del sound non si può non ripensare alla reunion con il gruppo in occasione del Greatest Hits (1995).

Ovvio che, rispetto a quella versione del Boss con oltre venti anni di meno, si avverte il “limitatore di velocità” imposto dall’anagrafe, vale a dire che tutto appare molto controllato ed equilibrato pur mirando alla spontaneità: vale per la spoglia meditazione di One Minute You’re Here come per la solenne The Power Of Prayer, ma anche per la travolgente Burnin’ Train e per il ribollire enfatico della title track (una delle tante possibili declinazioni di Thunder Road destinate a consumarsi in una dimensione inevitabilmente minore, anche se piuttosto dignitosa).

Dei tre pezzi scritti nei Seventies e finalmente provvisti di forma ufficiale, a imporsi è una Janey Needs A Shooter che, al di là del testo stupendo (a mio parere tra i più intensi scritti dal Boss: “Well Janey’s got a cop who lives ‘round the block/And checks on her every night/The skin turn pale as the siren he’d wail outside/When he knew I was inside”), sfodera hammond e chitarre con la baldanza di una Like A Rolling Stone (che io ricordi un suo pezzo non ha mai suonato tanto dylaniano) a cui allude anche per la durata (quasi sette minuti), sensazione che aleggia in parte anche su If I Was The Priest – altri (quasi) sette minuti appena più goffi anche se mossi da un estro circa The Band (e altri versi notevoli: “There’s a girl over by the water fountain/She’s asking to be mine/Jesus is standing in the doorway/Six guns drawn and ready to fan”) – e in quella Song For Orphans (qui i minuti sono “solo” sei) con armonica in resta e il muro di suono che rotola da qualche parte tra Shelter From The Storm e The Weight.

Aleggia e striscia tra le canzoni il desiderio di celebrare il rock come cultura, prassi e rituale liberatorio, una tensione che affiora con forza ad esempio nella innodica House Of A Thousand Guitars, nella impettita Last Man Standing (squarciata da assoli di sax che il buon Jack deve aver ricalcato da un album di ricordi dello zio Clarence “The Man” Clemons) e in quella Ghosts che, seppur impetuosa, non nasconde la vena malinconica (“I hear the sound of your guitar/Coming in from the mystic far/The stone and the gravel in your voice/Come in my dreams and I rejoice”), vena che sversa litri di rimpianto nella conclusiva I’ll See You In My Dreams (“I got your guitar here by the bed/All your favorite records and all the books that read/And though my soul feels like it’s been split/in the seams I’ll see you in my dreams”).

Parliamo quindi di un lavoro che per molti versi scorre nello stesso solco dei bilanci esistenziali dell’operazione Springsteen On Broadway, poi stemperati nella nuvola madreperla di Western Stars. Ma l’artificio qui sembra incurvarsi e collimare con la “finzione vera” di Bruce Springsteen: la rockstar in un certo senso riprende il controllo della situazione e la barra dell’io narrante, certificando la propria autenticità in quanto fenomeno popolare, consolidato dalla presenza ben sedimentata in un immaginario vasto e profondo, nel quale le differenze tra la vita e il racconto della vita diventano, come dire, trascurabili.

Certo, non si tratta soltanto di questo cortocircuito: in mezzo alla scaletta spicca il folk rock strisciante e resinoso di Rainmaker, il cui testo (“Sometimes folks need to believe In something so bad, so bad, so bad/They’ll hire a rainmaker”) non lascia molti dubbi a proposito del suo anti-trumpismo, tenuto conto anche dell’imminenza – casualità o tempismo? – dell’election day. Come spesso capita in questi casi, il senso di necessità sovrasta la bellezza, il messaggio massaggia l’emisfero dell’impegno e lascia a digiuno quello della suggestione. Ma tutto ciò rientra ampiamente nel perimetro di un artista che non si è mai tirato indietro, anche se il suo schierarsi ha sempre significato mettersi a fianco della working class prima che tifare per una o l’altra fazione politica, una vocazione popolare (che sa tenersi alla larga dalla fanghiglia del populismo) in linea con la “commedia umana” definita dal suo canzoniere.

Ed eccoci qui, alle somme da tirare. Spoiler: non conosco le cifre nel dettaglio, ma il risultato è 71. Come gli anni di Bruce, gli stessi che appesantiscono il passo, che rendono pastosa la relazione tra ardore rock e una maturità che si fa sempre più estrema. Ciò che sentiamo in Letter To You è il rombo di un motore che decelera, è l’oblativo che diventa riflessivo, la luce incrinata del pomeriggio sul punto di farsi sera. Le canzoni hanno il difetto di voler rappresentare tutto questo prima ancora di essere canzoni, si tengono in piedi grazie a una simbiosi tenace tra talento e mestiere, e anche questo è emblematico, perché parliamo di un disco più significativo (per la vicenda del Boss) che buono in sé, anche se tutto sommato riesce a collocarsi oltre la soglia del gradevole.

Invecchiare per Springsteen continua a sembrare un problema. Ma lo è per tutti, no?

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