Recensioni

7.3

Risulterà difficile crederlo, ma Western Stars rappresenta per Bruce Frederick Joseph Springsteen il diciannovesimo album di inediti. Parliamo di lavori spesso di buona se non ottima qualità, pur con qualche inevitabile passaggio a vuoto. A quasi settant’anni – li compirà il prossimo 23 settembre – va considerato a tutti gli effetti uno dei più importanti cantautori folk-rock degli States. Tuttavia, per un motivo o per l’altro, ha sempre mancato l’appuntamento con la celebrità internazionale.

I meno giovani ricorderanno forse la querelle che negli anni Ottanta lo vide protagonista contro il Presidente Ronald Reagan, intenzionato a utilizzare una sua canzone – Born In The U.S.A. – come inno della campagna elettorale del 1984: Springsteen, bontà sua, si oppose, anche perché il pezzo criticava pesantemente l’imperialismo (esterno e interno) statunitense, cosa che il vecchio Ronnie probabilmente non aveva capito. Fatto sta che in molti vedono proprio in quella vicenda l’origine delle sfortune del “Boss” (così i fan di stretta osservanza usano chiamare Springsteen, probabilmente per il suo atteggiamento impetuoso on stage), vale a dire uno strisciante ostracismo dei grandi network radiofonico e televisivi (ordito dai “poteri forti”?) che gli avrebbe impedito di realizzare i numeri impressionanti di coetanei tipo Tom Petty o John Mellencamp. E dire che il repertorio non ha nulla da invidiare a quello dei suddetti giganti: fatevi un giro in qualsiasi piattaforma di streaming e ascoltatevi ad esempio pezzi come The River, Jungleland, Downbound Train o Thunder Road. Anche se il vero cuore discografico del cantautore del New Jersey, a mio avviso, è quello ben più cupo che si può ascoltare in album come Darkness On The Edge Of Town o nello spettrale Nebraska: lavori meno immediati ma che appunto affondano la lama nel dark side dell’american way of life con la potenza di un Johnny Cash.

Neppure l’onda emotiva nazionalpopolare seguita all’undici settembre 2001, cavalcata senza fare economie di retorica con The Rising, ha saputo risollevare le sorti di Springsteen, che da allora sembra essersi comprensibilmente rassegnato a una carriera di medio cabotaggio. Eppure, sarebbe un errore trascurarne la portata e persino – ebbene sì – il talento. Western Stars infatti prende di petto la questione del “crepuscolo” di una carriera (la sua) che coincide con la perdita di centralità di tutto il folk rock di fronte al predominio del pop (nelle sue mille declinazioni) e dell’hip-hop (idem con patate). Rispetto al precedente High Hopes, Springsteen sembra rinunciare al sogno ormai irrealizzabile di sfondare nell’immaginario collettivo (in quel disco, pensate, ci provava coinvolgendo un chitarrista del tutto alieno alle sue corde come Tom Morello – con risultati, va da sé, catastrofici) per concentrarsi finalmente sulla ricerca di un suono. Un suono che racconti – prima ancora che lo facciamo i suoi testi, al solito molto intensi – una dimensione assieme onirica e nostalgica, il senso di una speranza immanente malgrado quel crepuscolo di cui dicevamo, che riguarda la musica, certo, ma come riflesso di una crisi generale: crisi culturale, politica, economica, crisi insomma del vivere su questo pianeta alla fine di questi anni Dieci sbilanciati su anni Venti che non promettono nulla di buono (il buon Bruce ha ovviamente avuto da ridire anche nei confronti di quella specie di turbo-Reagan dell’attuale Presidente USA).

Accantonata la band con cui è solito accompagnarsi (la E Street Band: davvero niente male, vi assicuro) ha quindi scelto per questo Western Stars arrangiamenti orchestrali, archi e ottoni che – assieme alla slide, al piano e alle tastiere – spalmano sulle placide strutture country-folk miraggi cremosi di stampo Bacharach, declinati però in una chiave “minore” come un Tim Hardin in vena di confidenze, da qualche parte tra il golfo mistico e il front porch. L’effetto è indubbiamente nostalgico, ma l’aspetto dimesso e a tratti esausto delle interpretazioni disinnesca il lato celebrativo della nostalgia, facendone una sorta di monito vivo e vegeto tra le pieghe del presente. In altre parole, è un po’ come se questo ormai attempato cantautore avesse capito come renderci evidente il prezzo che dobbiamo pagare alla sensazionalizzazione della canzone pop, ormai così pianificata ed efficace da rivelarsi incompatibile coi territori del sogno, incapace di sintonizzare le frequenze mediane tra realtà e astrazione, tra la dimensione del simbolo e la vita. Il vocione altrimenti stentoreo di Springsteen si acquieta quindi per raccontarci esistenze spezzate, esauste e disperse a causa delle difficoltà economiche, o come conseguenza di certe scelte e percorsi non sempre azzeccati, o per via del destino matrigno, o ancora di quel fato indifferente (o bastardo, se preferite) che domina i contorni e la sostanza delle nostre vicende terrene.

Le canzoni costituiscono quindi una parata di fallimenti umani troppo umani a cui possiamo contrapporre solo la fiammella della speranza e una indefinita – ma non per questo meno potente – “pietà”. Si senta la mesta Chasin’ Wild Horses, col mantice madreperlaceo degli archi spinto al climax, o la più mossa The Wayfarer con la sua epica terrena da homeless tra il rassegnato e l’irrequieto. L’intera scaletta sciorina canzoni agrodolci che raccontano storie abbastanza terribili, per parafrasare il vecchio Tom Waits, vedi lo scenario da polvere di stelle della title track (che melodicamente mi ricorda qualcosa di Nebraska: insisto, provate ad ascoltarlo), o il peso delle menzogne – sentimentali? – nella trepida ma un po’ prevedibile Stones, oppure la malinconia stemperata nella grazia pura del vagare soltario («You know I always liked that empty road / No place to be and miles to go») di Hello Sunshine, quest’ultima un po’ troppo simile – ok – a Everybody’s Talkin’ del grandissimo Fred Neil.

Siamo insomma di fronte a un autore e interprete di grande livello che un attimo prima di imboccare la fase senile di una carriera ingiustamente trascurata dai più, trova la quadratura inattesa e azzecca un album sorprendentemente riuscito, proprio perché con questa “estrema maturità” – con la sua angolazione e la sua dimensione – non teme di fare i conti. Che per Springsteen sia giunta finalmente la volta buona?

 

[Ok. Abbiamo giocato. Ci siamo inventati una realtà leggermente diversa, convinti che abbattere la rigidità delle aspettative su Springsteen sia l’unico modo per leggere serenamente un nuovo disco del Boss, soprattutto un nuovo disco così. Ispirati anche – non lo neghiamo – dalle genialate fake di Scorsese nel Rolling Thunder Revue]

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