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Lo spoiler, in questo caso, mi pare consentito. O almeno spero. In ogni caso, eccolo: tra i molti momenti chiave di Rolling Thunder Revue, c’è quello in cui Dylan, intervistato per l’occasione da Martin Scorsese, sostiene che di quel pazzesco tour del ’75 non sia rimasto nulla. Niente. Neppure la polvere. Lo dice nel finale di una pellicola (quanto mi piace chiamarla così) lunga oltre due ore che polvere non è affatto. Anzi. Come No Direction Home era strutturato sul lavoro di D. A. Pennebaker – il mitologico Dont Look Back – questo pesca abbondantemente dalle riprese effettuate sul palco, dietro le quinte e on the road con l’obiettivo di utilizzarle per Renaldo & Clara e rimaste pressoché inutilizzate. Alternando quelle sequenze a interviste sia di repertorio che effettuate per l’occasione (a Dylan appunto, a Joan Baez, a Sam Shepard, a Ronnie Hawkins, a Ramblin’ Jack Elliott, a Sharon Stone…), il regista italoamericano riesce ancora una volta a gettare una luce radente su un momento cruciale della storia del rock e della cultura contemporanea.

Dal momento che il materiale a disposizione era molto e molto buono, Scorsese intelligentemente non fa economia e lascia che a dominare la scena siano le performance: Dylan è costantemente al centro dell’obiettivo, sciamanico, elettrico, istrionico, teatrale, una maschera di se stesso anzi l’ennesima maschera. Questo è un altro dei punti messi in evidenza da Rolling Thunder Revue: proprio come il ragazzo smilzo e sprezzante di dieci anni prima era una maschera calata su quella precedente del cantastorie impegnato (del quale a sua volta sappiamo bene gli artifici congegnati in merito al leggendario background), il Dylan del 1975 è una maschera ancora più dichiarata, addirittura ostentata. Se il rientro sulle scene dell’anno precedente assieme alla Band – dopo una latitanza dai palchi durata sette anni – aveva messo in evidenza un potenziale commerciale considerevole, Bob si guardò bene dal riproporre la formula. I motivi che portarono al concepimento della RTR – circa i quali abbiamo già scritto su queste pagine – avevano ben poco di imprenditoriale.

La compagine allestita per l’occasione era uno strano, brulicante miscuglio di autobiografia e Storia, un intreccio mercuriale (e in fieri) di simboli e testimoni, una febbre di cerchi da chiudere (la Baez – con la quale si era separato bruscamente proprio di fronte alla telecamera di Pennebaker -, Roger McGuinn, Ramblin’ Jack Elliott, Allen Ginsberg…), di solchi nuovi da incidere (l’elettricità hard di Mick Ronson – peccato che non venga mai chiamato in causa con dichiarazioni di repertorio -, le suggestioni druidiche di Scarlet Rivera) e lame da affondare nel sistema nervoso del presente (la questione dei Nativi americani, il controverso caso Hurricane, la crisi politica degli USA tra i detriti del Vietnam e le macerie del Watergate…). A tal proposito, è significativo che riguardo al nome scelto per il tour vengano anche qui proposte tre versioni: il noto riferimento al nome in codice dei bombardamenti sul Vietnam del 1965, gli improvvisi tuoni che avrebbero sorpreso Dylan proprio quando il tour stava per venire annunciato, oppure – come sostiene oggi lo stesso Bob – un riferimento alla figura di Capo Tuono Rotolante, al secolo John Pope, autoproclamatosi “uomo della medicina” pellerossa e riconosciuto capo spirituale nonché figura cruciale per il movimento per i diritti dei Nativi americani.

Non c’è niente da fare: la verità con Dylan è lì, di fronte ai tuoi occhi, ma non c’è, sfugge, si trasforma continuamente. Si torna al tema della maschera: «chi indossa una maschera, dice la verità», sostiene Dylan, o meglio la sua versione più recente, quella maschera di rughe squarciata dal celeste abbacinante dello sguardo, quel ghigno appena accennato che sciorina memorie lapidarie, forse rivelazioni oppure depistaggi, non lo capisci mai davvero (un po’ come nel formidabile ricettacolo di para-memorie che è Chronicles). Anche il passato – soprattutto il passato – finisce per essere una mischia intraducibile: sarà vero che la biacca sul volto tipo teatro kabuki sia stata ispirata a Dylan dai Kiss, che incontrò per il tramite di Scarlet Rivera (fidanzata all’epoca con Gene Simmons)?

Va detto che Sua Bobbità in quei giorni era capace di tutto, il suo magnetismo attirava persone e idee, saltimbanchi vaudeville e mariachi, poetesse (Patti Smith) in procinto di diventare rockstar e poeti (Ginsberg) che si credono cantautori e finiscono per fare i facchini, modelle (la Stone) che s’improvvisano costumiste, cantautrici (la Baez) che si travestono da Dylan travestito da sciamano, giornalisti rock (Larry “Ratso” Sloman) che si travestono da Dylan-travestito-da-Dylan, giornalisti rock e cantautrici (Ratso e Joni Mitchell) che litigano sul primato del cantautorato maschile su quello femminile, manager (James Gianopulous) più o meno improvvisati e tracolli finanziari, e poi ancora cantautori (Dylan) che s’improvvisano – indossano la maschera? – autista e fanno rotolare il tuono lungo strade che attraversano città per incontrare cittadini intrisi di inconsapevolezza, uniti da un’idea di America che non deve smettere mai di cercare, di cercarsi nella linea d’ombra del dubbio, della critica incessante di ciò che si è, o si dovrebbe, o si desidera.

Tra le molte cose che resteranno di questa pellicola, come già era stato per No Direction Home, c’è l’unica verità incontestabile (proprio perché indefinibile): la determinazione feroce di Dylan sul palco, il suo esserci come voce e suono, il suo essere un precipitare di antico e contemporaneo, quel bisogno di espettorare il trasporto, l’abbandono, la rabbia, la visione, il tutto traslato qui su un piano esotico, nel senso di una trasversalità culturale che alla profondità del blues elettrificato aggiunge escursioni latine, gitane, un sabba che rifiuta la vastità delle grandi location (almeno inizialmente) per definirsi ad altezza d’uomo, sorta di “commedia dell’arte” rock’n’roll. Una dimensione che il rock ahimé sembra avere definitivamente perduto.

Monumentale, infine, la scelta di elencare in coda le date del Never Ending Tour, a sottolineare come i semi di quel consegnarsi alla strada, al movimento come definizione di un sé inafferrabile, vadano fatti risalire a quella clamorosa, romantica, cialtrona, irresistibile Revue del 1975. A cui oggi non è possibile pensare senza quel po’ di sconcerto e disagio che provoca il monito quando coglie nel segno.

14 Giugno 2019
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