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6.8

Ritratto dell’artista da giovane. Basta una semplice occhiata alla copertina e già si capisce dove Bryan Ferry è andato (ancora una volta) a parare: più volte, infatti, l’iconico artista inglese ha tentato di riscrivere il celebre Avalon con il quale ha completato – escludendo i live – il percorso dei Roxy Music di cui è stato il frontman, ma mai fino ad ora l’intento è stato tanto evidente. Se la foto con un Ferry assorto e languido più che mai, non proprio attualissima, fa tornare alla mente The Bride Stripped Bare (legato alla fine della relazione del cantante con Jerry Hall), l’assonanza nel titolo e il font utilizzato in copertina rimandano subito all’album del 1982 appena chiamato in causa: il cantante gioca a carte scoperte e consegna un classico disco “alla Bryan Ferry”, senza sorprese, ultrapatinato e pregno del proverbiale mal d’amore che ha sempre caratterizzato la sua immagine da Casanova impenitente del pop-rock anglosassone. È sempre stato un tombeur des femmes particolare, “metrosexual” prima che il termine fosse coniato, elegante e convincente nel suo ruolo anche quando sfociava nel camp (la sua cover di It’s My Party di Lesley Gore è lì a testimoniarlo) e quando cantava rivolgendosi a una bambola gonfiabile. Oggi appare sempre più tormentato e malinconico – il suo settantesimo compleanno si avvicina, la sua voce è consumata, flebile e arrochita, e ciò lo spinge a tenere il proprio strumento sullo sfondo e a rifugiarsi in atmosfere familiari e soprattutto ad attorniarsi di amici musicisti e di un produttore come Rhett Davies, che lo conosce bene.

Avonmore è, se possibile, l’altra faccia di Avalon. Il grande seduttore che aveva messo la testa a posto (difficile dimenticare Take a Chance With Me) è tornato alla ricerca incessante dell’amore, credendoci ancora ma con meno speranze di trovarlo, anche se ha ancora buone frecce per il suo arco. Anche a costo di ripescare da session accantonate circa venticinque anni fa: se Olympia, l’album del 2010, attingeva dalle registrazioni del disco inedito Alphaville (You Can Dance), i primi due brani del nuovo lotto, Loop De Li (Your Love Has Died nella sua versione embrionale) e Midnight Train, sono stati tirati fuori dal cassetto e avrebbero fatto parte di Horoscope, il seguito di Bete Noire che non ha mai visto la luce. Come il suo predecessore, Avonmore alterna materiale autografo e cover – stavolta solo due, una delle quali già presente nel disco It’s Album Time di Todd Terje. È un lavoro meno audace, privo di pur piacevoli sbandate dance (non c’è nulla di paragonabile a Shameless in scaletta) e con una produzione sempre meticolosa, al punto tale che si possono contare nove chitarristi in un solo pezzo (è il caso del già menzionato Midnight Train, che curiosamente conserva la traccia vocale del provino). E che chitarristi: della squadra fanno parte Chris Spedding, Johnny Marr (co-autore di Soldier of Fortune e già collaboratore di Ferry ai tempi di The Right Stuff, semi-cover dello strumentale smithsiano Money Changes Everything), il veterano Neil Hubbard (già attivo con quei Bluesology con i quali iniziò la propria carriera Sir Elton John) e Nile Rodgers, fresco di una rinnovata popolarità grazie ai Daft Punk e al lavoro con Bryan negli anni Ottanta per la canzone Help Me.

Bryan Ferry è ancora “schiavo dell’amore”: sogna di essere lo Special Kind of Guy della sua partner sussurrandole su una base che è quasi Sexual Healing al rallentatore, di farsi travolgere dalla passione nella riuscitissima Driving Me Wild, duetta con la chitarra di Mark Knopfler in una Lost che sembra una quasi abbozzata, non finita, parente stretta di Oh Yeah dei Roxy Music. Come al solito il cantante sa fare proprie canzoni apparentemente distantissime dal proprio stile, e sa ancora stupire nell’interpretazione di Send In The Clowns dal musical A Little Night Music: scritta da Stephen Sondheim, cantata in passato da pesi massimi come Frank Sinatra, Barbra Streisand e Shirley Bassey, era stata presa in considerazione già per Taxi, album di sole cover del 1993. Funziona anche Johnny and Mary di Robert Palmer, unico brano già edito in tracklist.

Il passato non tornerà, ma pur con qualche passaggio stanco e qualche deja-écouté di troppo Avonmore si conferma un lavoro di gran classe, coerente, perfetto per chi sa accontentarsi e non cerca per forza colpi di scena. In fondo non è sempre andata bene quando Ferry è uscito dal seminato (Dylanesque fu molto criticato) e qui il Nostro si è affidato a una formula che in passato si è dimostrata vincente e a un team col quale è davvero difficile sbagliare. Peccato, però, che le formule raramente siano in grado di emozionare.

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