• Feb
    07
    2020

Album

Columbia Records

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Un piccolo, patetico, doveroso prologo: vidi per la prima volta Bugo in concerto a Settignano, nel marzo del 2002, al circolo Arci nonché Casa del Popolo un tempo noto come Rokkoteca Brighton, vero e proprio tempio della new wave fiorentina, dove band come Litfiba e Diaframma mossero i primi passi. In quella tappa del tour di Sentimento Westernato, il suo secondo album, Bugo si esibì in solitaria, jeans e maglietta sgangherati, chitarra acustica e armonica, unico elemento scenico una sedia impagliata che sottopose a manipolazioni estreme a base di nastro adesivo. Fu uno spettacolo strano, a tratti esplosivo, durante il quale fantasmi folk-blues di origine imprecisata allineavano il vocabolario al gergo scazzato – e alle categorie di pensiero – della generazione Playstation. Ne uscii convinto che canzoni e performer si somigliassero molto, pronosticando un futuro interessante per quel dinoccolato e ispido ragazzo piemontese. Mentre scrivo queste righe, osservo la copertina di Cristian Bugatti, suo ultimo nonché nono lavoro: è ancora una volta solo, una sedia come unico elemento scenico, ma l’espressione calcolata, le luci colorate, l’accuratezza di quei jeans e della camicia… Avete presente quando i cerchi si chiudono ma da qualche parte lungo il perimetro qualcosa sembra essersi strappato?  

Ma veniamo a ‘sto disco. Dopo un paio di ascolti, siccome le idee iniziavano a chiarirsi ma non del tutto, sono andato a rileggermi quello che ho scritto negli anni a proposito di Bugo e dei suoi album. E le idee di cui sopra hanno subito la schiarita definitiva. Innanzitutto, lui, il Bugatti, quel tipo là che procedeva in equilibrio precario sul filo tra iperblues e quadrature house, tra rap scodellati al dente (e conditi rigorosamente col burro), rockacci a bassa fedeltà e folk con lo sguardo nero, il Bugo capace di sembrare un emulo di Beck nel momento stesso in cui razzolava tra surreale e demenziale, seminando spleen che poi innaffiava con generose dosi di fancazzismo, quel Bugo lì, insomma, non c’è più. O, meglio, ha fatto reset, riconfigurato il sistema, cambiato la scheda madre e i banchi di memoria. Si è dato una missione, una road map. Del tipo: ottenere finalmente quel successo che altri hanno raccolto in abbondanza. Non che non ci avesse già provato, anzi: negli ultimi quindici anni in pratica non ha fatto altro, da Sguardo Contemporaneo del 2006 (prodotto da Giorgio Canali) a Nessuna scala da salire del 2016 (tralasciando il trascurabilissimo RockBugo del 2018). Ed è stato interessante assistere al tentativo, a quello sforzo di spremere potenziale pop da premesse e attitudini poco addomesticate, da quella calligrafia scentrata che succhiava linfa da Pavement e Beastie Boys (anche se un santino di Battisti doveva pur nasconderlo in qualche tasca). La quadratura, per un motivo o per l’altro, non è mai stata trovata. Popolarità: non pervenuta. Così, quando è stata annunciata la sua partecipazione a Sanremo 2020, sui social è stato un fiorire di post del tipo: Bugo chi?

Un passo in avanti: a metà tracklist di questo nuovo album, troviamo Che ci vuole, non certo il pezzo più ispirato del disco, anzi forse uno dei più tirati via (non senza sbracature vascorossiane), eppure questa sua posizione centrale sembra avere un senso ben preciso. Viene cioè da pensare che sia stato messo lì per spiegare tutto. Prendete la seconda strofa: «Che ci vuole per tirarsela un po’ / basta dire che Sanremo fa cagare / ci vuole poco a diventare famosi / basta un vaffanculo in TV». Vi fa venire in mente qualcosa? È un po’ come se Bugo, adottata la faccia di bronzo e il passo noncurante di certi Weezer scellerati, confessasse burlando la strategia di tutta l’operazione, di cui il brano presentato al festival rappresenterebbe l’innesco ideale. A proposito, è una strana storia quella di Sincero: scritta dallo stesso Bugatti, pare una canzone concepita già in nuce per diventare un duetto con l’ineffabile Morgan, che ha accettato ma (sembra) a condizione di apporci la firma. Diciamolo: se mettiamo insieme suoni, parole, videoclip e performance sanremese, pare di avvertire lo spettro birbone della messinscena bussare alla porta, anche se resterebbe da capire quanto il gioco sia stato più opportunista o situazionista (magari entrambe le cose, perché no?). Se invece si è trattato di un episodio genuino (genuinamente folle), consentitemi il lusso di sospendere il giudizio.

Tuttavia, più ascolto queste nuove canzoni e più il complottista dentro me prende il sopravvento: non fosse per il fatto che ci sarebbe stato un altro pezzo – ovvero un altro duetto – ben più sanremese da presentare, ovvero quel Mi manca che vede il feat. di Ermal Meta, cantautore peraltro già laureato sul palco dell’Ariston nel 2018. A parte la comfort zone tra Ramazzotti, Grignani e Concato, è una canzone dignitosa che avrebbe potuto ben figurare nel contesto festivaliero, rischiando però – è questo il punto – di passare per un momento troppo “normale” all’interno di una kermesse che ha visto i codici della sensazione (spettacolari ed estetici) prevalere su quelli della canzone.    

Detto questo, la breccia mediatica morganesca (Morgan del quale finalmente non si dice più “dei Bluvertigo“) che ha permesso a Bugo di sciamare su social e media (l’ospitata a Domenica In di Mara Venier, con una imbarazzante esecuzione a cappella di Sincero, è destinata a imperitura memoria) possiede tutti i numeri per rivelarsi funzionale alla scaletta dell’album, che diresti progettato algoritmicamente per tentare il colpaccio. A partire dalla opening Quando impazzirò, coretti e pop-rock gridato di ascendenza 80s, la plastica post-punk e tutto il resto, un Ivan Cattaneo senza make-up pronto per la fruizione random da parte della generazione streaming. E poi via una sfacciataggine intrigante dopo l’altra, come la disco-funk a grana grossa di Come mi pare o la latineria strombazzata di Un alieno, alternate non senza sapienza a passaggi pop defatiganti (l’up-tempo frugale di Al paese) e romanticoni (il soul-pop orchestrale di Fuori dal mondo), per poi sfoderare la discendenza Battisti (altezza Io tu noi tutti) nella conclusiva Stupido eh?, capace se non altro di sciorinare buona verve latin/blues concedendosi pure una apprezzabile coda strumentale.

Strutture, sonorità, testi, interpretazioni: materiale a pronta presa ma con un quid di arguzia al confine tra svacco e bizzarria, il tutto condito da giochi di parole ad alzo zero di cui Bugo, va detto, è sempre stato maestro. La sensazione insomma è che due o tre fra questi pezzi possano giocarsi la battaglia degli airplay radiofonici primavera/estate con buone prospettive, vale a dire sullo stesso terreno – ebbene sì – dei soliti nomi itpop. A questa sensazione se ne aggiunge un’altra: che in fondo sia giusto così. Ammetto che sono dispiaciuto e neanche poco, perché mi illudevo che tutto quel talento istintivo e debordante (l’apice fu toccato a mio avviso col doppio Golia & Melchiorre, anno 2004) avrebbe potuto guadagnarsi il successo (o un successo più ampio di quel culto tutto sommato marginale) partendo da premesse che all’epoca avrei definito senza alcun indugio alternative. E francamente pensavo che si sarebbe trattato di un fenomeno assai interessante.

Invece, il Bugo di oggi getta il cuore oltre la staccionata, trova il pertugio per passare sull’altra sponda e si impegna a dimostrare di poterci stare benissimo. Per riuscirci però si è dovuto liberare di una zavorra significativa: quasi tutto il proprio precedente codice espressivo. Le escursioni house e rap innervate di blues apolide, la grana intossicata di quei rock basali, i folk dissanguati con lo sguardo retroverso, i quadretti periferici incendiati di repentina, incalcolabile psichedelia: tutto perduto. Sembra di assistere alla parafrasi in musica di un vecchio film: la classe alternativa va in Paradiso. E, aggiungo, sembra in grado di pisciargli in testa, al buon Tommaso e compagnia bella, in virtù di quel bughismo residuo che, seppure a dosaggio omeopatico, è in grado di fare la differenza, di regalare una marcia in più. Senza evitare però – qui si tocca un altro punto decisivo e, ahinoi, dolente – di sembrare un imbucato. Perché tutto ciò a Bugo non appartiene davvero, malgrado sembri impegnato a convincerti (a convincersi?) di non avere cercato di fare altro in carriera. Forse per questo avverto un sottofondo triste e grigiastro anche nei momenti di maggiore entusiasmo, come l’eco del vuoto dentro questi oggettini precisi, efficaci.   

È insomma un disco che finisce di interessarmi dove iniziano a interessarmi gli aspetti musicali, qui davvero poveri di sostanza, di stratificazione, di implicazioni. Per quanto mi riguarda, auguro il meglio a Cristian Bugatti (al disco, al musicista), anche se, esauriti i cinque ascolti di prammatica per scrivere queste righe, penso che non sentirò il bisogno di ascoltarlo ulteriormente. 

11 Febbraio 2020
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