• Ott
    27
    2017

Album

NonPlus

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A 10 anni da Untrue, ora che per quel disco sono scattate naturali operazioni di storicizzazione e discussioni riguardo un suo autorevole collocamento nella storia della musica, Burial che tra angeli e spiriti si è sempre aggirato come un poltergeist torna con l’ennesimo EP quando ormai la gente s’è stancata anche di pensare che prima o poi uscirà un suo seguito. Accasatosi sulla Nonplus di Boddika, l’ormai unmasked producer – salvo qualche remix sporadico, e non fondamentale, ovvero l’inno drum’n’bass Inner City Life di Goldie e Deep Summer di Mønic – continua con le pubblicazioni a tema prendendo, di volta in volta, una sfaccettatura differente all’interno dello stesso – fondante e influentissimo – immaginario come linea guida.

Se Rival Dealer e Kindred flirtavano con le big room dei club, Rodent tornava su una UK Garage senza troppi fronzoli e, viceversa, Subtemple e Young Death / Nightmarket esploravano un ambient tetra e solenne, per questo Pre Dawn / Indoors il ritorno è alla polpa viva di quei ricordi raccontati e mitologizzati e a quelle musiche che il fratello era solito ascoltare al ritorno dal club, ma anche al periodo in cui confezionava mixtape con vecchi cavalli di battaglia jungle per dimostrare a lui e al suo giro di amici di aver capito quel mondo. E’ tutto scritto e ormai storia, come quella che è la più famosa delle sue (rarissime) interviste, concessa alla buonanima di Mark Fisher. Burial ci ha già deliziato con bpm sostenuti in varie occasioni – vedi le sforbiciate di Temple Sleeper (2015) e Street Halo (2011) -, questa volta però la distanza prossemica che ci separa dal capannone clandestino si accorcia ancor di più, viaggia a ritmo di 140 bpm (invece dei 128 del sampler precedentemente condiviso), 10 in più di quelli che abitualmente suonano i dj del suo giro (quando non mettono su footwork o jungle), esattamente quelli di tanta techno dei 90s.

Stavolta si sceglie di spingere con straniante prepotenza il piede sull’acceleratore, ci si fa largo con una macchinica techno tutta ruggine e neon frantumati, al solito tagliente, caustica e cadaverica. Non manca ovviamente tutto il discorso sulle atmosfere nefaste e inquiete, più claustrofobiche del solito, filtrate attraverso loop di vocine malvagie prese in prestito da Koji Kondo e sample di battaglie di freestyle, brusche frenate che lasciano il posto a esili respiri, cracking sound, field recording e le solite disturbanti aperture cinematiche sul lato più dark della jungle. Ancora un nuovo EP, ancora un’angolazione differente per osservare il Burial sound, uguale a se stesso, eppur si muove.

26 Dicembre 2017
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