Recensioni

6.8

Se dovessi nominare un disco della passata stagione in cui sono confluiti un po’ tutti i principali elementi della pop music con una piacevole – quanto incredibile – costanza, probabilmente farei il nome di Breakfast, l’esordio dei Teleman. Lo stesso spirito – un po’ demodè – di chi compone musica con gli occhi sempre puntati all’essenza e – soprattutto – alla melodia, è rintracciabile lungo i solchi di Architect, l’album di debutto di C Duncan.

Classe 1989 stanziato a Glasgow, Christopher Duncan non è uno che fa fatica a mettere in sequenza cinque note in modo funzionale all’ascolto: dalla sua ha infatti una formazione che passa attraverso un’infanzia vissuta tra le gesta dei genitori (entrambi musicisti d’estrazione classica), lezioni di piano e viola, e un diploma in music composition al Royal Conservatoire of Scotland.

Architect esce a pochi mesi di distanza dai primi concreti passi del Nostro all’interno dell’industria discografica, vale a dire i singoli For e Say. Il primo risale addirittura al 2012 (ma è stato pubblicato da Fat Cat due anni più tardi) e suona come un incrocio tra il folk corale e vagamente ancestrale dei Fleet Foxes e un più marcato dono della sintesi. Il secondo invece ha un tratto più sofisticato, chill-pop tra il sottilmente lisergico e l’on-the-road vellutato e notturno dal retrogusto romantico.

Ad esclusione del contagioso terzo singolo Here To There, stilisticamente sono pochissimi i punti in comune con i già citati Teleman. La componente melodica è quasi sempre altrettanto efficace (richiede forse uno o due ascolti in più per essere assimilata del tutto), ma più che battute indie-synthpop C Duncan rielabora suggestioni folk con un gusto onirico reso ancora più evidente – e allo stesso tempo vivo – da un importante utilizzo di cori. Il bedroom pop – è il caso di dirlo, dato che l’album è stato registrato in solitaria nella camera del musicista – incontra spesso la dialettica di José González/Junip, affiancandola a paesaggi boschivi più rarefatti e meno cantautorali (la title track), ricreati grazie ad una buona simbiosi strumentale che in dimensione live viene resa possibile dall’aiuto di due fidi compagni d’avventura, i quali stratificano il suono aggiungendo alla chitarra acustica di Christopher puliti intrecci elettrici e tappeti elettronici.

Nella seconda parte, in alcuni frangenti, l’appeal tende a svanire (New Water, By); ciò nonostante l’attenzione viene tenuta alta da brani come Novices (qui i cori toccano punte alla Simon & Garfunkel), in cui ritroviamo lo stesso impianto ritmico di Say, e la conclusiva – e quasi miracolosa – I’ll Be Gone By Winter: ascoltandola è quasi impossibile non pensare che sia una cover di un vecchio classico, uno di quelli da scena natalizia nei blockbuster anni Cinquanta, per intenderci.

Non perfetto e a tratti senza una direzione chiara, Architect si fa apprezzare per una semplicità di facciata capace di mostrare ampi sprazzi di autentico e cristallino talento pop: quello di un artista a tutto tondo (l’artwork dell’album – così come dei singoli che l’hanno preceduto – è opera sua) che grazie ad ambizione ed intuito potrà trovare la propria strada verso la consacrazione.

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