Recensioni
Cabaret Voltaire
#7885 (Electropunk to Technopop 1978 - 1985)
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Tommaso Iannini
- 3 Agosto 2014

I Cabaret Voltaire sono il punto di partenza per qualunque discorso sulla contaminazione tra il rock, la musica industriale, la dance e l’elettronica che voglia partire da una prospettiva storica. Nel laboratorio del gruppo di Sheffield sono passate a livello embrionale molte dinamiche della musica pop contemporanea, a partire dall’industrial, che i CV hanno tenuto a battesimo con tattiche non meno d’avanguardia anche se non così shockanti o estreme come quelle dei Throbbing Gristle, per arrivare alla fusione tra dance elettronica e rumore rock che ha lastricato la via per act come Ministry o Nine Inch Nails.
Già ampiamente antologizzata in diversi volumi in base a momenti spartiacque – quello che ci interessa in questo caso è il 1982, con la svolta verso sonorità più ritmiche e rotonde da dancefloor –, la loro produzione si arricchisce di una nuova raccolta. Non migliore o peggiore, semplicemente diversa, visto il taglio dato da Richard H. Kirk in persona – non compilatore qualsiasi – che lascia appena un brano a testa dagli album del periodo e dà la precedenza ai singoli (in particolare a diversi sette pollici remixati del periodo ’83-’85).
Electropunk to technopop ha un’icastica capacità di sintesi già nel titolo, con cui, in una sola frase ad effetto, offre uno spaccato dell’evoluzione del sound del gruppo. Già dediti alle sperimentazioni elettroniche dal 1973, influenzate da tecniche d’avanguardia come il cut-up e il collage dadaista, i Cabaret Voltaire applicavano un assunto ancora più punk di quello dei tre accordi ispirandosi, da seguaci dei Roxy Music, alla teoria di Brian Eno secondo cui il futuro sarebbe appartenuto ai non musicisti. Non era più necessario neppure suonare uno strumento con una grammatica ridotta come avrebbero insegnato i Sex Pistols, ma la nuova musica sarebbe stata fatta con nastri e congegni elettronici.
Quando arrivò il punk fu comunque uno stimolo a riprendere gli strumenti e non solo, considerando quanto il garage – cos’è Nag Nag Nag se non una nugget futurista – fosse una pietra d’angolo delle loro visioni insieme alla psichedelia e al kraut rock. The Set Up, Nag Nag Nag e On Every Street – che rappresentano gli esordi di Kirk, Mallinder e Chris Watson fino a Mix Up – vivono di groove ipnotici e di atmosfere claustrofobiche-surreali-indefinibili in tensione tra quanto è rimasto della forma rock e il suo superamento in derive sperimentali con un approccio psichedelico al rumore e all’elettronica. I brani del biennio ’80-’81 – Silent Command, Kneel To The Boss e Second Too Late – si spingono verso una proto-house ambientale creando un proprio terreno di coltura tra la musique concrète, il post-punk e le ritmiche dance, in cui la fisicità di Breath Deep (tratta da 2×45) rappresenta uno spartiacque per la produzione successiva, più orientata a un synth-pop aggressivo (Sensoria) e al techno-funk che James Brown, Kino e Big Funk rappresentano in tutta la sua tagliente rotondità, se ci possiamo permettere l’ossimoro.
Nel suo essere un riassunto di una vicenda molto più complessa, questa nuova antologia è un agile compendio per capire le dinamiche di un gruppo che ha lasciato moltissime spore nella scena musicale a cavallo tra diversi generi. Ma richiede necessariamente un approfondimento, soprattutto perché non abbiamo di fronte una band da greatest hits. E il confronto con dischi come Mix Up o Red Mecca è ineludibile.
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