Recensioni

7.5

Nel faticoso tentativo di trovare una definizione che meglio potesse sintetizzare Mainstream, secondo album di Edoardo D’Erme, in arte Calcutta, quella che alla fine ha prevalso è la seguente: Mainstream è il fragile manifesto di una generazione precaria, sempre in bilico. Nel lavoro così come nelle storie d’amore e nella vita di ogni giorno. E proprio in tale dimensione il nuovo disco del cantautore di Latina assume un ruolo prezioso, perché offre un appoggio, un tetto sotto il quale potersi ritrovare e sentirsi un po’ meno soli. Sì, perché le sue canzoni, i suoi testi, rappresentano un affresco del nostro quotidiano permeato dalla fragilità e dalla solitudine.

Calcutta in molti (o pochi) se lo ricorderanno quando dava alle stampe (o meglio, spingeva online) il suo vero album di debutto, l’iper lo-fi Forse…, – “lavoro denso di sfattume oppiaceo e “deurbanizzato” applicato al folk deviante virato 60s, tropicàlia, tradizione popolare, cantautorato “colto” italiano anni ’70“, si diceva all’epoca – o più facilmente in alcuni dei suoi “assurdi” live tra le mura di piccolissimi circoli della Capitale, con la sua chitarra acustica perennemente scordata, le scalette improvvisate e “fuori onda” magicamente nonsense. Ma cosa resta di quel Calcutta? Tutto. Di fatto in quel disco e in quei live erano presenti i semi di quel suono e quello stile che oggi germoglia in Mainstream. Certo, magari i fruscii sono stati depennati dalla lista delle peculiarità stilistiche, e nel frattempo il Nostro s’è procurato un accordatore. Ma i testi, che ancora oggi ci ricordano come Calcutta sia il figlio legittimo dell’amore tra provincia e periferia, ci dicono che nulla in fondo è cambiato. I sing-along appiccicosi – prendere come esempio il ritornello di Gaetanosuona una fisarmonica / fiamme in un campo rom / tua madre lo diceva non andare su youporn”, che dal vivo, c’è da scommetterci, farà tremare le mura di molti locali – restano, insieme alla sensibilità compositiva (“dovrò soltanto reimparare a camminare” o “cammino dritto fino al tuo risveglio” rispettivamente da Cosa mi manchi a fare e Frosinone) e alle melodie squisitamente pop (dietro ci possiamo trovare il primo Vasco Rossi, Cremonini, Luca Carboni), il marchio di fabbrica del giovane cantautore.

Ma non è tutto. Calcutta va anche ad aggiungere nuove tinte alle sue “filastrocche”. In Milano (ballata che è un ibrido tra Jannacci e Gino Bramieri), da laziale quale è, riesce magicamente a far respirare l’atmosfera dei tempi gloriosi del Giambellino. Mentre in Frosinone, capolavoro assoluto per cuori distrutti, con estrema nonchalance tira in ballo il “Frosinone in Serie A” e Papa Francesco. Il tutto con un’ingenuità (“preferirei che non esistesse il mondo” di Del Verde ne è l’emblema) che ricorda tanto da vicino le domande “imbarazzanti” che solo i bambini sono in grado di fare.

Ecco, in Mainstream alla fine a trasparire è proprio questa sensazione di genuina ingenuità. Tanto che con quelle occhiaie che lo fanno assomigliare a un tenero panda sprofondato nelle sue felpe extra-large, viene voglia di abbracciarlo, Calcutta, il cantore di una generazione, della nostra generazione.

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