• Giu
    30
    2017

Album

Sony Music Entertainment

Add to Flipboard Magazine.

Zero tastierone sparate al cielo, zero drop, insomma niente EDM. Il re della dance, il dj strapagato Calvin Harris torna a tre anni di distanza dall’ultimo Motion con un album che lascia da parte le classiche velleità da Tomorrowland (che nel frattempo è fallito) per concentrarsi su un mix tra funk, hip-hop, trap e r’n’b altezza Novanta, in pratica la ricetta in ambito pop-mainstream di questo 2017 contraltare di quella a base di dancehall che ci ha accompagnato nel biennio precedente. La furbizia e i contatti, come sempre, non mancano allo scozzese, che ha chiamato a sé un formidabile stuolo di star pescando dal soul più raffinato e ricercato (Frank Ocean) come dalla trap (Migos, Future, Travis Scott) e dal rap istituzionale (Snoop Dogg, Nicki Minaj), fino a giocarsi la carta di Pharrell Williams per garantirsi il pezzo per l’estate. L’EDM di matrice Avicii e Swedish House Mafia è definitivamente morta e allora Calvin Harris con questo Funk Wav Bounces vol 1 mette le cose in chiaro già dal titolo, sull’estetica del suo nuovo percorso: sarà il primo volume di una serie, il primo capitolo del nuovo libro.

Lo scozzese fa prevedibilmente il suo: impacchetta con dovizia industriale una manciata di pezzi radio friendly per l’ascolto a bordo vasca (durata massima giusto sotto i quattro minuti) e lo fa con chirurgica sofisticazione pop, mettendo a tacere chi alla prima tastierona post-trance sarebbe partito con i fischi del caso. C’è una Slide in apertura che non è male: il pezzo poggia su un groove disco-funky a là Nile Rodgers a cui s’aggiungono un giro di tastiera caraibico e la voce calda e amica di Frank Ocean che, come al solito, riscalda il cuore; poi arrivano i Migos, che appunto fanno i Migos che conosciamo, e va assolutamente bene così. Lo stesso accade in Heatstroke, dove sono la voce di Ariana Grande e i vocalizzi di Pharrell a bilanciare un frizzante groove da cocktail in riva al mare.

Senza ribadire una volta di troppo il discorso fatto da Random Access Memories in poi, il lavoro sui ritmi ci riporta per l’ennesima volta agli anni Settanta e alla disco moroderiana, e non è certo una novità, ma tracce come Rollin o una Prayers (con produzione ritmica non lontana da Todd Terje) tengono il livello sul discreto; infine Feels (quella con il feat. Katy Perry), che si accredita già come pezzo che ci ronzerà nelle orecchie fino alle prime piogge di settembre, ci sorprende in positivo più di quanto ci potessimo aspettare.

Come in tutte le produzioni di questo tipo, lo stampino è quello e non si cambia – intro con tastiere carezzevoli / groove funk-disco / alternanza tra cantato e rap – e pertanto ce lo ritroviamo uguale uguale lungo tutta la tracklist. Ogni traccia è dunque il malcelato clone della precedente perché, si sa, lavori come questo debbono funzionare più a livello di singoli estratti, videoclip, remix e collateral vari, che non come parti di un concept artistico. Dando questo per scontato, le carte che spuntano dal mazzo ci sono. E il disco fa il suo lavoro.

30 Giugno 2017
Leggi tutto
Precedente
Beach House – B-Sides and Rarities Beach House – B-Sides and Rarities
Successivo
Fhloston Paradigm – After… Fhloston Paradigm – After…

album

recensione

recensione

artista

Altre notizie suggerite