• apr
    22
    2016

Album

Poison City Records

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Non si esce vivi dagli anni Novanta. Lo sanno bene le Camp Cope, girl-band australiana tiratasi fuori dal luccichio di Melbourne e decisa a dar fondo a quell’animo vagamente slacker che contraddistingue questa prima produzione. Forse pungolate dalla scia passatista innescata e riletta dalla conterranea Courtney Barnett – con i suoi testi taglienti a metà strada tra l’onirico e il neorealista – e da quell’aria da adolescente in piena fase grunge, le Camp Cope riescono ad oltrepassare il semplicistico revival 90’s, spremendo cuore e nervi e confezionando un disco d’esordio che è poco più di un EP, ma che riesce a farsi apprezzare senza remore. Del resto la prova inconfutabile della bontà della formula è il sempre crescente numero di sostenitori e di ottimi feedback raccolti in pochi mesi di attività.

A prima vista Camp Cope potrebbe sembrare un prodotto furbamente confezionato, concepito per far leva sull’emotività di instancabili nostalgici. Dubbio legittimo, soprattutto considerate le più recenti uscite discografiche, dove i confini dell’alt-rock sono stati più volte ridisegnati attraverso le pulsioni di progetti dai tratti post-emoBig Thief e Frankie Cosmos, giusto per citarne qualcuno – e che hanno fatto della sensibilità nei testi il proprio cavallo di battaglia. Bastano pochi accordi, però, per rendersi conto che il terzetto australiano, pur partendo da quella stessa idea, è capace di portare i brani oltre i soliti cliché, entrando di diritto in quella che va sempre più delineandosi come una “nuova” scena alternative internazionale: roteano le chitarre, si inseguono i riff, punge e stordisce la batteria, primeggiano le linee del basso, all’insegna di un rock viscerale (Done) che non ricerca soluzioni sofisticate, quanto ossa da frantumare. E viene quasi naturale seguire indizi che portano ad un rock anche più edulcorato, un tipo di scrittura testuale/musicale che ha affinità nitide con produzioni cinematografiche – il mood non è poi così lontano dall’indie-rock in chiave The Gaslight Anthem o dei più recenti Frightened Rabbitma lontano anni luce dalla patacca pop dei connazionali The Temper Trap – come nel fluire lento di West Side Story o nell’animosità di Lost (Season One), brani che potrebbero far da colonna sonora a serie TV divenute cult sui disastri adolescenziali e sul quanto sia difficile scoprirsi adulti.

C’è questo e forse altro ancora in Camp Cope, di sicuro c’è la voce camaleontica di Georgia, umbratile ed eccessiva (Jet Fuel Can’t Melt Steel Beams), precisa e fuori dagli schemi quando occorre. Quando in coda all’album la chitarra di Georgia accenna timbriche folk per la struggente Song For Charlie si ha l’impressione d’esser giunti alla fine di un piccolo viaggio a bordo di un furgone su autostrade semi-deserte, speso raccontando di sé stessi fino all’alba. La prima prova delle Camp Cope è un anomalo mix d’incoscienza e fascinazione il cui vero punto di forza è la mancanza di hits, elemento in grado di rendere il disco un flusso di suoni e parole da cui è facile lasciarsi risucchiare. Contagioso per leggerezza ed ardore, questo esordio promuove a pieni voti le riot-girls australiane.

 

30 luglio 2016
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