Recensioni

Sulla carta doveva essere un ritorno ambizioso, pungolato anche da frizioni esterne alla band soprattutto dal punto di vista dei testi. Thick As Thieves è il primo album, infatti, ad avvalersi di songwriter esterni per la composizione dei brani, come Justin Parker (Lana Del Rey, Sia, Bat For Lashes) in Fall Together, Ben Allen (già al lavoro con Animal Collective e Deerhunter) e Malay, co-writer e producer di Channel Orange di Frank Ocean. A distanza di ben quattro anni dall’omonimo album The Temper Trap, la band australiana guidata da Dougy Mandagi torna con un disco che non riesce a scrollarsi di dosso le pulsioni pop-danzerecce e che cerca la quadratura del cerchio con un amorfo indie-rock senza soluzioni e povero di buone intuizioni.
Thick As Thieves annaspa in una voglia di cambiar rotta provando a mettere più carne al fuoco, spingendo di più su una componente dei testi che, a sua volta, riesce a rivelarsi altrettanto impalpabile. Ma ciò che annichilisce la nuova prova è la scelta di traiettorie musicali a metà strada tra gli edulcorati eighties – qui a fare il verso agli U2 (Tombstone) – e un indie-pop mescolato a parossismi rock in salsa Frightened Rabbit (Providence), traccianti di un sentiero a senso unico dove tutto è talmente scontato da spingere ad abbandonare l’ascolto diverse tracce prima della fine. Il resto è affidato a falliti e tiratissimi tentativi chitarristici glam-pop (Thick As Thieves) o a soluzioni che nella migliore delle ipotesi si specchiano nel mood popettaro dei più recenti Coldplay (Lost). Volendo tenere a galla qualcosa di questo Thick As Thieves, si possono citare gli sparuti echi animalcollettiviani e ancora una volta la buona vocalità di Mandagi, che – in alcuni passaggi – riesce a scrostare la patina brillantata scavando addirittura in un post-soul (Closer) in grado di offrire quella sfumatura malinconica che era stata l’àncora di salvezza della precedente produzione. Nessuna prodezza da fuori area, e comunque la sensazione è che sia davvero troppo poco.
La terza prova degli australiani delude per la scelta di un canovaccio stilistico scontato e poco audace. E non si tratta solo di pregiudizi pop o delle traballanti impalcature indie-rock, quanto di un lavoro che manca di sapidità, non attecchisce e spinge in direzione nettamente contraria rispetto a quella intrapresa dai The Temper Trap.
Amazon
