Recensioni

7.6

«E tu credi che sia semplice essere semplice?», chiedeva Leonard Bernstein al suo manager immaginario che lo sollecitava a comporre brani à la Gershwin (da La gioia della musica di L. Bernstein, 1959). Niente affatto, dovremmo rispondere. Come dimostra quanto sia complicata la semplicità dei Campos. Dietro i loro nuovi undici brani non c’è solo il talento, geniale e istintivo che produce un terzo lavoro dotato di un fortissimo potere ipnotico, c’è anche un’attenta, quasi perfezionistica prassi creativa.

A due anni di distanza dall’uscita di Umani, vento e piante, il trio pisano torna con un nuovo album riconfermando la scelta della lingua italiana e rendendo quindi l’esordio Viva un unicum della loro carriera. Segno che per essere davvero internazionali non c’è bisogno di cantare in inglese. E i Campos sembrano averlo capito già da un po’. Da quando cioè hanno deciso che il tempo dovesse essere la materia con cui comporre la loro musica, che forse altro non è se non il tentativo di ordinare le emozioni in arcate di minuti e ore. Potenzialmente infinita, nel caso del trio pisano si sviluppa in ogni dimensione, in lungo e largo, quella latitudine e longitudine del titolo, arrivando a coprire una geografia sonora che da bene l’idea di scena italiana: la vita che si genera in Latlong è una lunghissima radice, una lingua che sale dalla terra e rende la musica polisensoriale attivando una ricettività che pensavamo perduta.

Sono tornati i ragazzi selvatici della folktronica, con la loro ricerca che non interessa solo il suono ma studia la scelta delle parole, del lessico, di quell’accento ricercato e riconosciuto, quello in cui sentirsi a casa. Con Latlong che, nelle parole del trio, «è ispirato a storie di esploratori del passato, di aereonauti e di vulcanologi. Ma ne è rimasto ben poco. Non ci sono racconti: forse ci siamo avvicinati troppo e le figure hanno perso i loro contorni precisi. È rimasta la meccanica delle sensazioni. E tanta acqua. Ecco, sì: acqua. Il disco fa acqua da tutte le parti», si rende il sublime corrosivo nell’andare a scrivere una poetica dell’immediato, con quartine o sestine che ricordano i componimenti del paesologo Arminio.

Una crestomazia di elettronica botanica fatta di synth storti introduce Sonno, un j’accuse contro l’incapacità di razionalizzare il dolore, nell’eterno e forse vile tentativo di fuggirlo. Torna la terra, cara ai Campos, tornano le radici e l’aria, elementi che se nel secondo album sembravano interessare un’umanità ancora indefinita, oggi specificano una trasformazione che ha volti e voci precise. Come quelle di chi non si concede alla vita in Figlio del fiume, piccola suite che mescola la forma canzone classica, con un’acustica dylaniana e una poetica dritta a elegantissime pulsazioni elettroniche. Davide Barbafiera si riconferma sapiente alchimista di synth e drum machine semi analogica, dosando alla perfezione veleni e antidoti, ricacciando il morso letale vipera un attimo prima che affondi nella carne.

Fruscii e rumori vengono percepiti e mostrati nella loro fenomenica essenza, in questo disco dall’incedere circolare che si espande e si ritrae come le acque del fiume. E se Santa Cecilia – patrona della musica nonché via di Pisa – si fa ipnotico mantra, con una linea di basso portata da Tommaso Tanzini su frontiere quasi western a rendere l’intero paesaggio un mondo glitchato tra tecnologia e ambiente, tra suono e rumore, Ruggine risveglia con piglio alieno il calore macchinico degli strumenti maneggiati dai tre. È il suono del mondo presente, non del futuro quello che riescono a creare i Campos: tutto già esiste ed è già artificializzato, già in qualche modo sintetico e anche la loro elettronica non può che divenire una forma di folk, espressione sì naturale di un mondo che di naturale conserva ben poco. Lo spettro acustico di un brano strumentale come Arno conforta e culla nel suo fluire impassibile fino a sciogliersi nella circolare nostalgia di Blu, nell’emozione di un calore analogico e perturbante che si libera poi in una luce calda, sensuale e stordita dei synth che da rumoristi si fanno celestiali. Avete presente le vertigini di Anima Latina? Ecco, il primo impatto è quello. La pasta sonora che avvolge Latlong appare come una reagente chimico in grado di rivelare una nuova concezione di natura: quella che ha una fine nel romanzo a tinte gommose e bluesy di Addio e quella che vive di contatti come nel meticcio e terragno magnetismo di Mano – che oggi assume un significato di necessità proibita. La ricostruzione di se stessi passa dalle melodie ariose di Dammi un cuore, composizione perfetta nella sua sghemba e psichedelica semplicità affogata in un gioco di specchi. «Voglio la noia che non ho provato / voglio le colpe che non ho scontato / voglio il dolore che mi è mancato / voglio la vita che non ho vissuto! sono i versi più lucidi che questo nevrastenico anno agli sgoccioli potesse donarci. L’umbratile invocazione vissuta in Paradiso e la ghost track Cane scrivono l’epilogo con fare anarchico e punk, un’attitudine che chi ha potuto gustare il live dei Campos – in quell’altra vita di prima – aveva già scoperto. E che va a riprendere l’intro di Sonno. Circolare, come la vita. Come il mondo con le sue latitudini e longitudini.

E se quella di Simone Bettin si conferma una delle più belle, oneste, potenti voci del panorama musicale italiano, possiamo sottoscrivere quanto ormai i Campos debbano essere ascoltati e osservati dai loro compagni cantautori per l’attenta e dritta ricerca che continuano a portare avanti, senza inutili vezzi da provocatori. Nel sussurro del mondo, nelle sue molteplici definizioni, Latlong è un disco sorprendente, di grande intensità stilistica e narrativa, intrigante nella sua somma di intrecci e prospettive, spiazzante nell’entropia delle proprie dimensioni espressive; questa folktronica animista con un entusiasmo totale per la vita, persino quando canta la morte, è pronta ad esplodervi in faccia. In lungo e in largo, che lo vogliate o meno.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette