Recensioni

7.3

Che colore ha il vento? Come suonano le piante? Ogni pezzo di natura ci darà una risposta diversa: per l’ape, il vento sarà il colore caldo del sole; il vecchio cane, che percepisce il mondo attraverso l’odore, lo sperimenterà come floreale, bianco pallido; per il lupo, odorerà della foresta; per la montagna, il vento sarà semplicemente un uccello che vola; per la finestra, avrà il colore del tempo.

Alla ricerca di una risposta per le domande sinestetiche sembrano essere andati anche i toscani Campos, con un disco che è la perfetta (e necessaria) risposta a un malcelato tentativo di inserire nello stesso calderone dell’indie italico universi realmente indipendenti e propri di quella natura grezza salvifica, ormai chimera per l’attuale mondo di cantautori 3.0. Il trio pisano dipinge il paesaggio sensoriale con uno sguardo analitico ed erratico al quale questo disco forse non può nemmeno fare giustizia – avremmo bisogno di un costante suono live in cui le gocce di pioggia brillano in rilievo su una pagina laminata e le scanalature incise invitano a toccare la corteccia degli alberi. Ciò che emerge da Umani, vento e piante è un invito all’empatia e all’espansione di se stessi, a immaginare il mondo come un’esperienza non svelata, esplorare un diverso spazio sensoriale rispetto a quello che abitualmente abitiamo. Proprio come l’universo dell’olfatto sblocca gli strati nascosti della realtà, così fa il sound dei Campos, unico nel panorama attuale, capace di unire con garbo e intelligenza cantautorato, folk-pop ed elettronica campestre.

Il secondo lavoro del trio formato da Simone Bettin, Davide Barbafiera e Tommaso Tanzini regala una nuova brillante stagione alla musica d’autore  qui intersecata con i suoni organici di un universo che sembra non giudicare mai; la natura brulla, sincera e al contempo contaminata dalla mano dell’uomo va a rimodellare le forme e le atmosfere attraverso raffinati giochi strumentali in cui si incontrano discese lo-fi, distensioni neofolk, scorribande indietroniche e un’avvolgente coralità vocale. Con i Campos il gioco delle etichette si fa difficile, portando la discussione di una papabile folktronica italiana su un piano più complesso: il passaggio a un sistema musicale che integra cantautorato ed elettronica ha portato all’affermazione di nuovi movimenti che hanno cercato di modernizzare il linguaggio musicale stesso. Quando il folk abbraccia l’arte moderna del software con samples, campionature, tagli e glitch, arrivano i Campos e lo fanno con invidiabile naturalezza, senza mai ergersi a nuovi signori dell’indie buono. Ciò che oggi banalizza il dibattito su cosa sia o non sia l’indie è proprio quel recidere un cordone tra l’indie contenitore e l’indie contenuto; in tutto ciò il trio pisano sembra palesemente percorrere un’altra strada, una terza per fortuna, vien da dire. I Campos sanno nell’ordine: scrivere, comporre, suonare, cantare, immaginare. Umani, vento e piante diventa così uno degli ascolti più primitivi che la scena dei Duemila abbia mai visto, senza chiedersi minimamente se essere indie sia qualcosa che si può decidere a tavolino. Perché per fare qualcosa, per vivere qualcosa, bisogna accettare di non calcolare, non avere paura di soffrire e di fare soffrire.

Nel loro secondo album, che arriva a solo un anno di distanza da Viva, la componente folk si contestualizza perfettamente nella composizione, nel legittimo e riuscitissimo passaggio dall’inglese all’italiano, e nella scelta dei “tagli” inseriti, evocando momenti primigeni e ambientali. Questo processo di condivisione segue quello che sta avvenendo in tutto il mondo, con la musica pop che attraversa analoghe fasi di ricomposizione, tra artifici al computer e scrittura, spesso inducendo a una babilonia tra gli esperimenti del pop-glitch e quelli della folktronica. Gli scarti randagi degli undici brani del disco si lasciano avvolgere da un impianto acustico quasi lo-fi, costruendo un immaginario onirico e pulsante, mentre dagli intrecci strumentali fioriscono esperimenti incontaminati, tra loop di amore, malinconia e autoanalisi. Una spina dorsale flessuosa, sulla quale di volta in volta si aggiungono o entrano elementi inaspettati. Sono undici canzoni senza armatura, vulnerabili, in preda a un cortocircuito emozionale. La loro folktronica, in perfetto equilibrio con i tempi e le parole – un disco figlio di questa età – si fonde con i colori e le texture che prendono un beat e lo stravolgono, giocando sapientemente con campioni registrati, riuscendo a rendere organica l’elettronica. A indicare la direzione sembra sempre esserci la voce di Bettin, la sua intonazione imperturbata, la pronuncia sicura, il tono delle parole, tra la caustica tenerezza e una fredda paura. Ai testi dei Campos si crederebbe anche solo per la purezza con cui vengono scanditi.

C’è qualcosa di epico e desertico nella ballad aliena di Qualcosa Cambierà, che sfocia lieve nei brividi sintetici della cavalcata morbida e intima di Take Me Home. Il folk ctonio del trio pisano si apre agli arpeggi tribali e malinconici con Schiena Di Bue, poesia umida che incrocia il lirismo viscerale di Ciampi con la più sciamanica poetica di Capossela. La fotografia ritmata e semi-blues di Madre Moderna rivela la complessità di essere figlio e riuscire a giustificare tutti, ma non la madre. Il divertissement strumentale di Walter ricorda alcuni brillanti episodi vicini alla genialità di Alessandro Fiori, mentre la tenerissima poesia per grammofoni di Colibrì incanta e commuove. In Bughialenta la terra si fa suono, tra field recordings e patch industriale, fino all’omaggio a metà tra new wave e post punk di S., il lo-fi che dimostra lo spessore e la natura fantasiosa dei tre.

Il sound – ispirato dalla grande tradizione folk rock americana – non dimentica la lezione del cantautorato nazionale, mentre le linee ritmiche essenziali ed avvolgenti si lasciano andare ad aperture dense che vivono di personalissime pennellate elettroniche, rischiarate dall’uso magistrale che ne fa Barbafiera, tra alambicchi glitch, attimi sospesi su synth e sampler Roland, arazzi percussivi e bagliori ancestrali. È un salto senza protezioni, di sicuro il più bello che potessero fare. I ragazzi selvatici della folktronica fuggono da una schematizzazione tipicamente italiana; il loro disco ha un ritmo e le canzoni hanno un’alternanza che le valorizza, un’opera compatta, omogenea. Umani, vento e piante convive con una malinconia onnipresente senza perdere per un attimo purezza, senza diventare mai sentimentale. Casomai sa farsi familiare, diventa casa. Ciò di cui siamo sicuri, per rispondere alla domanda posta in apertura, è che il vento dei Campos, citando Alessandro Fiori, non è invisibile per niente.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette