Recensioni

Sono passati cinquant’anni dal giorno in cui un giovane studente di musica faceva scoprire i Beatles a uno dei suoi insegnanti: correva l’anno 1967 e a Colonia cominciava così l’avventura di uno dei gruppi più influenti e più avanti di sempre del rock. Un mito esoterico – non parliamo dei Beatles o di Hendrix o dei Doors in termini di popolarità – ma pur sempre un mito che resiste, ancora più tenacemente perché di culto, frutto del passaparola tra musicisti e appassionati.
C’è da dire che in un contesto già di suo particolare come quello del rock tedesco oggi oggetto di venerazione per tanti musicomani, i Can mettevano insieme, un anello dopo l’altro, una catena di idiosincrasie come di rado se ne sono viste e se ne vedranno in una sola band, a cominciare dal gap generazionale tra lo “studente”, il chitarrista diciannovenne Michael Karoli, il suo “maestro” dell’epoca Holger Czukay e il tastierista Irmin Schmidt, i tre da cui arriva l’input per formare la band. È solo il primo anello della catena, appunto. Czukay e Schmidt sono musicisti navigati, allievi di Karlheinz Stockhausen, Schmidt è persino un kapellmeister con tanto di pedigree accademico; musicisti con un background colto attirati dal rock, ma in una maniera che non ha niente o quasi da spartire con certe velleità sinfoniche del rock progressivo inglese. L’incontro con un virtuoso batterista di free jazz, Jaki Liebezeit, che folgorato dalla frase sconnessa di un freak aveva finito per fare della “monotonia” il suo imperativo categorico kantiano – un principio che, lungi da renderlo un prussiano della batteria, lo aveva al contrario trasformato in uno dei più originali e fantasiosi creatori di ritmo in circolazione –, è la sublimazione di questo approccio, di cui è specchio anche la scelta di affidare il microfono a due non-cantanti, o comunque ai vocalist meno convenzionali che si potessero immaginare, prima il nevrastenico Malcolm Mooney e poi l’ascetico e salmodiante Damo Suzuki.
La formazione rock più trascendentale e groovy che abbia mai messo piede sui palchi e negli studi di registrazione è quella che la sua prima raccolta di singoli vorrebbe concentrare in pillole. Non è ovviamente il singolo la misura temporale delle kraut-jam più straordinarie dei Can, e per questo mancano all’appello brani irrinunciabili per chi da neofita dovrebbe essere introdotto alla band (solo per fare un esempio, da Monster Movie Father Cannot Yell e Yo Doo Right), e di tanti pezzi abbiamo solo la versione “ridotta” appunto per venire incontro ai tempi dei 45 giri: gli edit di Halleluwah ma anche di Future Days, di cui si colgono giusto il tam-tam futuristico e la fusion proto new wave, o di Dizzy Dizzy (sicuri che il trip-hop l’abbiano inventato a Bristol e non a Colonia?), stanno alle versioni estese che si ascoltano sugli LP come dei trailer al film completo. In compenso di una gemma come Mushroom, quattro minuti di mantra espressionista con i ritmi e i controritmi di un ensemble jazz-funk, non manca un secondo, e dalle spire del tempo emerge il terzo singolo, la misconosciuta Turtles Have Short Legs, deliziosa filastrocca sincopata che avrebbe meritato di diventare un hit alternativo (come Spoon, adotta come sigla da una serie poliziesca, o l’unica altra cosa che si avvicina a un “successo” in questa raccolta, I Want More, con cui i Can, che avevano già intrapreso la china discendente, si giocarono con il sorriso la carta della disco music intellettuale).
Singles non è la migliore selezione possibile da un repertorio già ampiamente antologizzato (penso alle varie Cannibalism e Anthology). Certo dà un’idea del perché tanti anni dopo siamo qui a parlare dei Can: il loro approccio decostruttivo alla grammatica del rock ha scavato un solco in cui si sono inserite tantissime band e interi generi musicali. La loro musica ha creato connessioni e interfacce, alzato ponti e rotto barriere in modo sorprendente per la loro epoca e sostanziale per il mondo di oggi: non dei corrieri cosmici, ma dei nomadi psichici che combinavano l’alea colta con la punkitudine, Stockhausen con il dub, il noise rock con la world music, la post-dodecafonia con il post-rock – e tutto questo tenendo presente che punk, noise (come genere), world music e post rock non esistevano nel vocabolario del pop quando il gruppo di Colonia iniziava le trasmissioni dal castello di Norvenich. Per questo e non solo, il mito dei Can comunque resiste e resiste bene, come del resto la loro musica migliore, su cui l’usura del tempo ha attecchito in maniera minima.
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