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Se c’è un personaggio capace di gareggiare con il sommo sacerdote Frank Zappa in irriverenza e odio per gli schemi consolidati, quello è Don Van Vliet, in arte Captain Beefheart. Un artista legato a filo doppio al santone di Freak Out! da un rapporto di amore/odio nato in gioventù, quando i due suonavano nelle stesse formazioni, e consolidato in anni successivi in occasione delle registrazioni del capolavoro assoluto di Van Vliet, Trout Mask Replica.

Tuttavia, prima di arrivare a concepire il blues destrutturato e folle del disco citato, Vliet è un musicista plagiato dal jazz di Ornette Coleman, un artista che si interessa di pittura e scultura, un istrionico pensatore libero che si rintana ai margini del deserto del Mojave e con un pugno di musicisti altrettanto sfasati decide di rileggere la musica del Diavolo alla maniera di Howlin’ Wolf, ibridandola con i dettami del free. I primi risultati sono un paio di 45 giri pubblicati dalla A&M – Diddy Wah Diddy / Who Do You Think You Are Fooling e Moon Child / Frying Pan– immediatamente rinnegati dai vertici della casa discografica perché commercialmente poco attraenti. Una scelta discutibile, ma che costringe il gruppo a rimandare l’esordio sulla lunga distanza al 1967, quando approda presso la Buddha Records.

Nobilitato dalla chitarra di un giovanissimo Ry Cooder, dalle percussioni di Taj Mahal e dall’apporto di Alex St. Clair Snouffer, Jerry Handley e John French, Safe As Milk raccoglie undici episodi che traggono linfa vitale dal blues ma al tempo stesso vanno oltre le semplici dodici battute tipiche del genere. Se Sure ‘Nuff’ N Yes I Do sembra infatti ricalcare la Hobo Blues di Johnny Lewis elettrificandola, Zig Zag Wanderer risente invece delle influenze del beat, Call On Me parla il linguaggio del soul, Dropout Boogie cita i Kinks di You Really Got me, I’m Glad è Wilson Pickett in abiti da crooner.

La prima facciata del disco scivola via su toni piuttosto ordinari, considerati i canoni espressivi di quello che sarà lo stile del Beefheart maturo e soltanto sul lato B si intravedono i primi segnali di un piacevole squilibrio stilistico. Electricity vede un Van Vliet instillare un cantato quasi diabolico su riff di chitarra monocromatici e zampettanti, Yellow Brick Road è un’escursione nel country meno banale, Abba Zaba fonde ritmiche africane e riff ossessivi, Plastic Factory è un primo tentativo concreto di “liberalizzare” le geometrie canoniche dei brani. Where There’s Woman, Grown So Hugly e Autumn’s Childchiudono la scaletta, con una formula in bilico tra umori latini e percussioni, atmosfere soft ed incedere ritmico fuori tempo.

Benché il minutaggio dei brani superi raramente i tre minuti – Trout Mask Replica si dimostrerà assai meno legato alle logiche da 45 giri – Safe As Milk contiene già molti di quelli che saranno gli elementi distintivi del suono a marca Captain Beefheart & His Magic Band, a cominciare da una voce gracchiante e profonda e da un background strumentale volutamente incapace di circoscrivere gli impeti diaframmatici del leader del gruppo. Una frizione continua, che se in questa sede pare ancora imbrigliata dall’innocenza giovanile, col tempo assumerà i toni di in una  vera e propria guerriglia sonora, spesa tra dissonanze ragionate e atomizzazioni espressive.

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