• giu
    01
    1969

Classic

Straight

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Per una volta, le mitologie, le classifiche, le pose alternative sono tutte concordi e soprattutto dicono tutte la verità. Don Van Vliet era uno dei pochi veri grandi, forse l’artista più importante e influente del rock assieme ai Velvet Underground. Come per i Velvet cioè, pochi hanno ascoltato i suoi dischi, ma quelli che l’hanno fatto hanno raccolto i giusti bad seeds e li hanno piantati nel proprio orto. Alla feconda banana warholiana sta insomma, su un piano certamente più carbonaro, la testa di trota immortalata da Cal Schenkel.

A parlare di Captain Beefheart si rischia di spellarsi la lingua, troppe le cose da dire, su di lui e su quello che, per una volta a ragione, è il disco a cui viene assimilato e a cui viene ridotto, un disco così potente da scardinare i soliti meccanismi della bignamizzazione, risplendendo di una oscura luce propria, bastando da solo, un disco che come le vere opere d’arte ha il pregio di essere denso e contorto eppure capace di regalare a chi vi si perde dentro la più grande delle soddisfazioni: la piena goduria dell’ascolto. Beefheart era un vero eccentrico e un genio vero, un diamante grezzo, suonava sax e clarino senza saper leggere la musica, componeva a impronta e sotto stretta assistenza (ma con i suoi discepoli era un esigentissimo direttore d’orchestra e un vero padre-padrone), e da non-musicista ispirato quale era ha creato qualcosa che prima di lui semplicemente non esisteva, un’idea nuova di rock, più che cubista – come spesso si è detto – surrealista, quindi collagistico, animato da cozzature arbitrarie e sempre sorprendenti.

Il picco selvaggio di quest’arte tutta sua si trova condensato in quest’opera giustamente monumentalizzata, un centauro di blues pauperistico, free jazz che era già punk e mozziconi di classica contemporanea, un’opera ispida, scontrosa, elegantemente arruffata, registrata in un clima tra la frenesia creativa e lo scoramento esistenziale, in mezzo a mille litigi, da un Capitano frustrato e paranoico e da uno Zappa letteralmente sull’orlo di una crisi di nervi in una villa dove la Magic Band stava accampata come una comune. In mezzo e sopra a tutto questo, il ruggito catramoso del nostro, il suo marchio di fabbrica, figlio legittimo dei latrati di Howlin’ Wolf.

L’insieme vale più della somma delle parti. La mischia lucidamente folle la fa deflagrare scoperchiandone il senso profondo, le forze vettoriali della prospettiva. Il blues, il free-jazz, lo psych-rock contengono potenzialità destabilizzanti organiche al loro manifestarsi liberatorio. Ma Trout Mask Replica ottiene di più, passa al livello successivo, dove gli è consentito accedere a qualsivoglia dimensione. E’ surreale ed espressionista, è atavico e sperimentale, è un dubbio che diventa spasmo, una disperazione rabbiosa che sorride all’imprevedibile. E’ il caos che si fa uomo attraverso l’inumanità del suono (dis)organizzato in canzoni. E’ una lotta senza quartiere tra forma e informe, ed è quindi un modo per rappresentare la vita. Ecco, questo disco contiene tanta vita quanta difficilmente possiamo comprenderne con un pensiero solo.

Non è un caso che i grandi vecchi – i più grandi – del rock scritto e spiegato, John Peel e Lester Bangs, la pensassero allo stesso modo: dietro la maschera della trota c’è uno scrigno prezioso, da cui hanno attinto a piene mani tutti i musicisti più interessanti del rock alternativo degli ultimi trent’anni. Elenchiamo? Nick Cave, PJ Harvey, Pere Ubu, Devo, molta new wave e tutta la no wave, Genesis P. Orridge e le sue creature industriali, John Lydon e i PiL, Minutemen e tutto il jazzcore, tutto il post-rock versante post-core e math-, Old Time Relijun e tutto il rock tribale ed esoterico. E ovviamente Tom Waits.

La vita e l’arte del Capitano ci raccontano di un tempo finito per sempre, quello dei primi pionieri, armati di pala ed elmetto, un tempo avvolto dalle nebbie del mito: il nostro big bang in quegli infiniti pomeriggi dell’adolescenza passati ad ascoltare blues e doo-wop a due passi dal deserto del Mojave, in compagnia di un ancora non baffuto Frank Zappa. Vero scapestrato e vero naif, il Capitano ha poi nel tempo disperso il proprio genio, ritrovandolo giusto prima di chiudere una volta e per sempre il proprio rapporto con le sette note. Quando infatti, dopo il riflusso e la crisi dei Settanta, ottimi frutti stavano spuntando dai suoi semi e una schiera di alt-boys cresciuti con il suo mito stava emergendo dalle cantine, quando insomma Beef stava per essere riscoperto e messo sotto i riflettori come lo Spotlight Kid di un suo titolo (lui eterno rinfrangente refrattario Mirror Man), l’uomo si è ritirato a vita privata, tipo Salinger del rock, tornando alla passione da cui, surrealista fin dentro il midollo, era partito: l’arte figurativa.

Il Capitano è tornato Don Van Vliet, ha visto crescere le piante nate dai suoi semi, e non ha messo lingua.

18 dicembre 2010
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