Recensioni

Negli ultimi tempi il fenomeno dance-suonata-da-un’orchestra-sinfonica rischia di dilagare, annegando nella banalità un’idea originariamente interessante: portare dai club alle sale da concerto la musica da ballo, assecondando la voglia di novità, di contaminazione tra i generi e di ufficializzare il proprio status di musicisti tout court da parte dei producer e DJ coinvolti. Se i live show sul tema possono avere un loro perché (dando la possibilità di assistere spettacolarmente alla produzione di suoni, normalmente chiusi in poche macchine digitali e/o analogiche controllate da un solo soggetto, da parte di tante persone contemporaneamente), l’output registrato è quasi sempre molto meno rilevante, risolvendosi in una mera copia depotenziata degli originali. E’ il caso ad esempio di recenti baracconate di successo sfociate in album come Classic House, proposto da Pete Tong con la Heritage Orchestra (ensemble che fino a quel momento poteva vantare un curriculum “contaminato” di pregio e interesse, capace nel 2009 di suonare Prokofiev insieme a DJ Yoda nel Concerto For Turntables & Orchestra, o di rivisitare in modo convincente nel 2014 alcune tracce da End Titles… Stories For Film degli UNKLE) o come Haçienda Classical, firmata Graeme Park, Mike Pickering e Peter Hook (proprietario dei diritti sul nome del club mancuniano) insieme alla Manchester Camerata, entrambi con la loro brava e inutile versione di Strings Of Life.
Anche limitando il discorso all’ambito techno detroitiano (quindi non considerando i casi ancora meno interessanti di Paul van Dyk con l’HR Sinfonie Orchester di Francoforte – HR Music Discovery Project, 2009, o di Armin van Buuren con la Noord Nederlands Orchestra – Groningen, 2010) il rischio maggiore di tali progetti di “classicizzazione” rimane quello di far perdere la forza eversiva del materiale di partenza, con un pericoloso effetto imbalsamatura. Rischio evidente già dal primo tentativo: il pioniere Jeff Mills aveva espresso le sue – giustificate, peraltro – manie di grandezza nel 2005, esibendosi nei pressi di Avignone con i 70 elementi della Montpellier Philarmonic Orchestra, ma il risultato aveva lasciato perplessi (Blue Potential). Non basta arrangiare “convertendo” le note dai DAW ai leggii degli orchestrali: occorre ripensare la contaminazione alla radice, per tenere quanto di buono i due mondi hanno da offrire (e il nuovo progetto millsiano Planets, presentato nel 2015 con l’Orchestra Sinfonico do Porto e ispirato dalla suite omonima di Holst, è risultato molto più equilibrato e dotato di senso proprio).
Pur arrivando con anni di ritardo rispetto al Wizard, la proposta sinfonica di Carl Craig, altro grande nome/nume tutelare della Motor City, viene pubblicata ora come album ma il debutto risale al 2008, ponendosi quindi davanti al mentore Derrick May (che è dal 2013 che si esibisce in versione orchestrale) e agli Octave One (dicembre 2015, con la Zurich Tonhalle Orchestra). Il video dello spettacolo dal vivo, tenutosi il 18 maggio 2008 alla Cité de la Musique di Parigi, testimonia quali siano state le forze propulsive di Versus, con l’orchestra racchiusa in un triangolo con ai vertici Craig, Francesco Tristano e Moritz Von Oswald: i due europei sono stati spesso e volentieri complici degli esperimenti del detroitiano. In particolare è evidente la spinta del pianista lussemburghese, campione InFiné (a partire proprio dalla prima pubblicazione della label francese, il programmatico Not For Piano del 2007, contenente versioni acustiche di Strings Of Life di May e The Bells di Mills – i rimandi incrociati si sprecano! – e con l’ottimo Idiosynkrasia del 2010 a segnare finora il vertice creativo delle varie collaborazioni con Craig) e metamorfico maestro di interconnessioni (classica/jazz/elettronica e ritorno) che qui cura la gran parte degli arrangiamenti. Il nobile tedesco, Conte del Quattro Quarti e sperimentatore indefesso (che con Craig aveva ad esempio realizzato ReComposed, IL lavoro per eccellenza quando si parla di commistioni tra classica ed elettronica, pubblicato nel 2008 dalla Deutsche Grammophon), viene invece citato nell’album solo come “Spiritual Advisor”.
I nove anni di decantazione passati dal debutto live all’album hanno affinato il progetto, purificando le imprecisioni e dando più rotondità al sapore complessivo, che rimane però inconcludente, più autoriferito che soddisfacente. Fill-in elettronici introducono e racchiudono i brani sinfonici, alleggerendo il tutto. L’orchestra Les Siècles, condotta da François-Xavier Roth, conosce ormai il repertorio, ma l’aggiunta di pompa e circostanza non sposta il baricentro di brani che già in originale si basano sul trattamento delle melodie, marchio di fabbrica della techno craigiana (Sandstorms, At Les, Desire, Darkness, Technology). Il risultato più intrigante lo si ottiene quando l’intervento è più deciso: l’arrangiamento trasforma Domina (già remix di un pezzo mauriziano) in un pezzo di colonna sonora di un anime giapponese. C’è anche spazio per due rivisitazioni da Not For Piano di Tristano (Barceloneta Trist e The Melody), eleganti ma inessenziali come tutto l’album.
Amazon
