• ott
    09
    2016

Album

Blackest Ever Black

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Minimale e crepuscolare, elegante e distaccata, declinata tanto sul lato più sognante di certa dark wave e slow-core quanto sulle rive più abbandonate del DIY post-punk, la proposta di Carla dal Forno è a più livelli assimilabile a quella dei nostrani (bravi) Melampus, sia per quell’attitudine algida e misterica à la Nico, sia per quegli scambi essenziali tra elettronica povera e arrangiamenti scheletricamente rock. Di diverso, e di già riconoscibile, all’interno di una proposta di cui l’ascoltatore dedicato conosce anche le virgole, la chansonnier australiana mette del suo (che non è poco), ma più che metterlo nel “maledettismo” della scrittura o nell’interpretazione dei testi, come ci si potrebbe aspettare da una che si descrive appunto come cantautrice, lo mette nell’insieme. Una musica apparecchiata su precise situazioni e visioni, e su particolari che attraversano il mero aspetto sonoro allargandosi al lavoro a cui la Dal Forno ha sottoposto anche la sua immagine. Clara lavora tanto con la musica quanto con i videoclip e le copertine dei suoi dischi, per far arrivare un messaggio di straniante voyeurismo che lavora a più livelli di intensità: fuori la dualità intimità/distacco, dentro un gioco di pieni e vuoti immersi in una quotidianità che si risolve nella sua città d’adozione, Berlino, allargandosi poi all’esistenza tutta.

Australiana dal nome italiano, ragazza della porta accanto dal sorriso enigmatico, attrice per caso che guarda in camera come una ragazza qualunque, Carla si rappresenta nel più disarmante e anonimo quotidiano, lasciando in chi ascolta e osserva un senso del nulla del tutto naturale. Carla Dal Forno è un inconoscibile mistero e chi sia veramente è il segreto insondabile che l’artista ha voluto rappresentare disseminando in un cammino di anonime strade, appartamenti arredati Ikea e ordinarie stazioni metro, una serie di falsi indizi in un generale senso di smarrimento che alla fin fine ci accomuna tutti. È questo l’aspetto che primariamente ti spinge a ascoltarla e riascoltarla, respirarne l’aria e gli ambienti spesso giocati con gotica essenzialità. Poi arriva l’aspetto più interessante: ad ogni passaggio, la vera qualità della proposta risponde ad inquadrature particolari e dettagli che a loro volta non sono ciò che sembrano, non sono i cliché del caso (quei magnetici flauti peruviani in Dry The Rain, l’acqua, le pale e le lame che emergono nei tiri post-punk tecnioidi di DB Rip, ecc…). È come se l’ambizione vera fosse quella di “girare” la propria musica come Michelangelo Antonioni ha filmato le sequenze più incomunicabili dei suoi film in bianco nero degli anni ’60. Togliamo il “come se”. L’obiettivo è già a fuoco, in questa prima prova sulla lunga distanza.

11 novembre 2016
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