Melampus

Formati a Bologna dall’incontro di Angelo “Gelo” Casarrubbia (batteria, droni e loop, e prima con i Buzz Aldrin) e Francesca “Billy” Pizzo (chitarra e voce, ma anche percussioni e piano, oltre che l’artista dietro all’artwork delle pubblicazioni) nell’ottobre del 2011, i Melampus hanno fatto breccia nel tessuto indie rock nazionale in virtù di un immaginario a tutto tondo notturno, minimale, anche intellettuale, che ha saputo attingere tanto da certo sixties-pop virato dark, quanto dall’intimismo shoegaze degli anni ’90. Un tocco scuro e umorale che prende le fila da un ampio spettro di riferimenti – dalle stanze dei Massimo Volume all’algida eleganza di Nico, dallo slow-core alla dark-wave – e che trova fin da un EP autoprodotto e laboratoriale prima (l’omonimo Melampus, spesso confuso con il titolo di All In All) e da un esordio sulla lunga distanza poi (Ode Road) un compiuto tassello artistico/stilistico.

«L’idea iniziale», racconta Francesca in un’intervista del 2012, «era quella di avviare il progetto con voce, basso e batteria, ma dopo quella prova la chitarra ci è sembrata più adatta alla composizioni di brani che rispettassero una forma canzone canonica. Non ci interessava la via della sperimentazione. Volevamo comporre canzoni. Facciamo parte di quella categoria di musicisti romantici che ancora cercano struttura e melodia perfette, senza tempo». Interessante anche il nome scelto dalla band che rievoca il Melampo, il primo essere umano a cui gli dei donarono capacità divinatorie e da guaritore (la capacità di comprendere il linguaggio degli animali, come da vulgata, fu ottenuta dopo aver salvato due serpenti che gli leccarono l’orecchio).

In Ode Road, l’esordio sulla lunga distanza pubblicato da Locomotiv Records nell’ottobre del 2012, fin dal tiolo è chiara tanto l’impronta letterario-cinematografica, quanto quella rock, abilmente stemperata in brumose tinte wave e ipnotiche trame ricche di pathos e potere evocativo. Dosando a dovere gli ingredienti, ogni brano del disco possiede caratteristiche proprie, ma è l’insieme ad acquistare maggiore importanza rispetto ai singoli episodi, una caratteristica che, al pari di un mondo sonico fatto di chiaroscuri emozionali e numerosi rimandi sottotraccia, diventerà fondante anche per i futuri album del progetto («abbiamo cercato di narrare qualcosa attraverso brani che non volevamo risultassero tutti simili tra loro. Un comune denominatore è necessario, fa parte della poetica di ogni musicista o artista in generale»). Stefano Pifferi descrive il percorso creativo del duo come una «sorta di via crucis esistenziale da gotico americano suddivisa in nove tracce, in cui scie di sabbiosa musica desertica, psichedelia docile, wave posseduta, un quarantennio di femmes fatales, ambiziose aperture cinematiche e molto altro, divengono solo cangianti (s)punti di riferimento sparsi sotto una tenue luce grigiastra».

A gennaio 2014, dopo numerose date live su tutto il territorio nazionale, via Riff e Locomotiv Records, Casarrubbia e Pizzo tornano con N°7, disco che come il precedente, viene registrato negli studi del Locomotiv Club di Bologna. Alla produzione spicca Lorenzo “Loz” Ori (già con i Massimo Volume) e Giovanni Garoia, ed alle session partecipano anche Enzo Moretto ed Ilaria d’Angelis degli …A Toys Orchestra. A fronte di un maggior coinvolgimento professionale e collaborativo però, il risultato voluto dal duo è ancor più minimale e crepuscolare rispetto al debutto. Accentuando le parti di tastiera (suonate da Francesca), eleganza e distacco la fanno da padrone in una prova che asciuga all’osso ogni composizione facendone intravedere l’essenza scheletrica, quasi evanescente e fantasmatica. Gelo ne parla come di un disco dove la coppia ha voluto analizare con freddezza la propria materia, mantenendo il riserbo sul significato e la simbologia legata all’emblematico numero 7 del titolo. Ovunque ben accolto dalla critica, anche grazie alla cura riservata a tre preziosi videoclip (7 Stones, Hungry People e While We Float) che contribuiscono a forgiare l’immaginario anche visivo della band, N°7 vede i Melampus spostarsi dalle declinazioni più post-punk del loro suono per proseguire lungo un solco caratterizzato dalla wave meno materica e dalle sognanti atmosfere di certo slow-core e dark-wave, ribadiamo in sede di recensione.

Passa poco più di un anno e, a febbraio 2015, via Riff Records, Old Bicycle Records e Sangue Disken (distribuzione Goodfellas), esce Hexagon Garden, l’album “elettronico” della formazione, che in quest’occasione dichiara di aver approfondito ricerche nell’ambito della psicoacustica e di essersi concentrata sulla «competizione, l’imitazione, il giudizio e la perdita di identità». Anticipato dal brano Second Soul, di cui è disponibile anche un videoclip, il disco arricchisce gli elementi portanti del suono del duo con alcuni field recordings catturati in forme estemporanee e rielaborati e riassemblati al fine di fornire il tappeto sonoro basico su cui erigere un ormai istituzionale trademark sonoro e evocativo.

«E’ di nuovo il chiaroscuro a contraddistinguere le composizioni dei Melampus», scrive Stefano Pifferi, «ma lo fa in una (nuova) alternanza tra elettronico ed elettrico che [in alcuni momenti del disco] trova la sua più perfetta quadratura, andando a segnare Hexagon Garden come l’ulteriore passo “oltre” in una ricerca sonora e di immaginario che ha ormai i crismi della consacrazione». L’album segna anche un cambiamento nelle dinamiche interne al duo, con Francesca che passa al basso e Angelo alla chitarra, lasciando la ritmica a drum machine composte da entrambi ma gestite dal secondo. Per replicare on stage la complessa gestazione dei pezzi, i Melampus, nella prima parte del tour, saranno sul palco in trio, con Damiano Simoncini (già membro dei Versailles) alle percussioni.

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