Recensioni

7.1

«Le undici tracce di Wanderer raccontano quello che è stato il mio viaggio fino a qui», ha dichiarato Cat Power. «Come ho vissuto la mia vita, vagando di città in città con la mia chitarra, per raccontare la mia storia, nel massimo rispetto di tutti quelli che, prima di me, lo avevano già fatto. I cantanti folk e quelli blues, e anche tutti gli altri in realtà. Tutti hanno viaggiato, e io mi sento fortunatissima ad aver avuto la possibilità di fare altrettanto».

In fondo forse è proprio questo che è sempre stata, Chan Marshall. Una “vagabonda”, una che ha sempre girovagato, fra i suoi stati emotivi, fra le sue canzoni e quelle degli altri, fra la gente. Una che ha preferito i passaggi agli strappi, almeno limitandosi alla sfera della carriera musicale, dal 1995 dell’esordio in lungo Dear Sir a oggi. A volte si è persa, ma quando si è trovata sul serio e noi l’abbiamo incrociata, beh, è stato indimenticabile. Non è mai stata un’autentica trasformista, ma di certo è stata una che non è mai stata ferma. Non solo una “wanderer”, ma anche una “wonderer”, una capace cioè di stupirsi del mondo e far stupire a loro volta i suoi compagni di avventure. «I’ve been wondering», canta d’altronde nella breve intro che dà titolo a questo decimo album di studio, quasi a cappella, accompagnata in maniera speculare dalla conclusiva Wanderer/Exit, arricchita invece dalla tromba. C’è un chiarore diffuso, lungo le altre nove tracce in scaletta, da lei scritte – a eccezione di una cover – e prodotte tra Miami e Los Angeles, mentre il mix è stato affidato a Rob Schnapf (Elliott Smith, Beck).

Chan gioca con le parole, con leggerezza, e torna ad abbracciare il minimalismo, con un tono che diremmo più confidenziale e riconciliatore che non banalmente dimesso. Wanderer non è un capolavoro, non è l’urlo dell’anima di Moon Pix, non è la pietra miliare alt-folk di You Are Free, né il coraggioso tentativo di sondare altri territori stilistici, attutato con il classicismo R&B di The Greatest prima e con la più ottimistica elettronica di Sun dopo. Però è un disco nel quale si celebra – se non lo stare addirittura bene al cento per cento, ché sarebbe troppo – almeno la conquista dell’aver imparato a stare meno peggio. Dopo crolli, ostacoli, alti e bassi ciclici. Dopo sei anni senza aver pubblicato, di fatto, niente di nuovo. Dopo la rottura con la Matador, accusata dalle pagine del “New York Times” di volerla indirizzare al successo sulla falsariga di un’Adele qualunque, e l’approdo salvifico alla Domino.

In qualche modo ci si collega ai concerti in solitaria di un paio di anni fa, dove avevamo riascoltato l’artista che avevamo imparato a conoscere: istintiva ai limiti della disconnessione, ma intensa, imperfetta e terribilmente brava. La voce di velluto è in primo piano, stupenda, coadiuvata soltanto da corde in prevalenza acustiche e dal pianoforte. In Your Face, il secondo brano in programma, è proprio così, con l’aggiunta di qualche percussione gentilmente solleticata con fare mediterraneo, a sostenere una trafila di immagini profondamente “americane”, in una «age of military» scandita da «hunger», «money» e «gun». C’è una semplicità gradevole che guida il songwriting, a voler aggirare ogni grana, assecondando una sorta di filosofia della strada impressa nel cuore della Marshall. Ecco il tormentone blues sullo scorrere del tempo di You Get (perché «You know there’s nothing like time, to teach you where you have been») o il passo western di Robbin Hood, in cui non si capisce chi deruba chi, ma i furti sono quelli dell’anima. Ci sono curiose ibridazioni linguistiche, con brevi accenni in francese e spagnolo: avviene nello storytelling country-rap di Black (Le Grande Faucheuse – Angel Of Death) e nella toccante canzone d’addio Me Voy.

C’è qualcosa di poco riuscito (a nostro avviso, la filastrocca familiare con pasticciata aura di sciamanesimo digitale post-Sun di Horizon), ci sono un paio di episodi che si fanno ricordare. Partendo dal singolo Woman, il pezzo più articolato del lotto, con Lana Del Rey impercettibile ai cori, capace di veicolare una indomabile, gioiosa sorellanza southern soul accostabile al sound di The Greatest: «The doctor said I was not my past, he said I was finally free», e poi «I’m a woman of my word», e poi «My word’s the only thing I’ve ever needed». Si respira aria di casa, e la padrona parrebbe di buon umore. Per quanto in Nothing Really Matters riaffiori la tipica indolenza degli anni andati, alla quale soccombiamo per inciso molto volentieri.

A proposito di flirt con il pop(ular), dopo Lana Del Rey, con la quale in precedenza aveva condiviso il palcoscenico, Chan sceglie Rihanna, e sceglie di reinterpretare la sua Stay con archi e tasti. E si vola. Se The Covers Record e Jukebox, costituiti da sole riletture, continuano tuttora a girare nel lettore, un motivo del resto ci sarà. In attesa di ulteriori tappe, welcome back, wonderful soul-traveler.

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