Recensioni

7.5

Atmosfere grigie, ambientazioni post-urbane, ucronie (im)possibili, futuri distopici e retrofuturismo a go-go stanno alla base di questo Blood Drums, esordio targato Cavern Of Anti-Matter. Nome che non dirà molto nemmeno agli addetti ai lavori data la sua natura estemporanea per questo specifico lavoro, ma a scavare nella line-up più di un orecchio dovrebbe drizzarsi. Il trio vede infatti ai synth (electronically treated, ci tengono a specificare) Holger Zapf mentre alla batteria (homogenised, come sopra) e alla chitarra Joe Dilworth e Tim Gane, rispettivamente primo batterista e chitarrista degli indimenticati Stereolab. Un lavoro lontano da quel mondo dato che si immerge totalmente nell’immaginario che la tedesca Grautag richiede per ogni sua pubblicazione: quello cioè di un mondo fatto di grigio anonimo e di civiltà spettrali o, per dirla con parole loro, “music celebrating the distopia landscapes of our globalised world”.

In soldoni, Blood Drums è un ottimo lavoro in cui confluiscono lande kosmische alla ultimi Emeralds, quelli di Does It Look Like I’m Here? (che poi è come dire i tedeschi tutti di quel periodo lì) e, ancora, il kraut teutonico più motorik oriented (e i nomi sono di nuovo quelli lì della precedente parentesi) reso con estremo dinamismo delle forme – tratto caratterizzante tutta le esperienze targate Grautag –, mutevolezza continua e notevole varietà nell’alternare suoni “suonati” ad alterazioni elettroniche.

Un lavoro tedesco, si sarà capito. Tedesco fino al midollo. Che ritrae perfettamente quel futuro distopico di cui la label tanto parla, giocandosela sul piano dell’architettura – lievemente più DDr che RTF –, tra pianali di grigio cementizio dal retrogusto marziale e ghirigori di alienante geometria post-industriale che racchiudono, di nuovo, tutto l’immaginario Grautag legato alla “musica in divenire” degli acoustic monuments. Che poi a ben vedere è proprio l’esatto passato per questa età di mezzo, post-industriale e iper-tecnologizzata – de-personalizzata e isolazionista – quanto il “kraut” – da intendersi come categoria socio-musicale totalizzante per indicare “quei tedeschi lì di quel periodo lì” – lo è per moltissime delle musiche più eccitanti, varie, di rottura, ecc. ecc. che siamo soliti incensare. E di cui i Cavern Of Anti-Matter, per estemporanei che siano, sono ottimi ed illuminati testimoni e, insieme, rappresentanti.

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