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Riascoltare Affinità-Divergenze è prendere un pugno alla bocca dello stomaco, ritrovarsi catapultati nei peggiori istanti dell’adolescenza (luogo dell’anima, non momento anagrafico), è dover fare i conti con il proprio peggior nemico: se stessi. E’ un mantra di “non avrei dovuto” ma soprattutto di “avrei voluto”.

I CCCP nascono nella Berlino Est degli Einstürzende Neubauten, nell’Italia del riflusso, del dopo-’77 (Movimento, creatività, eroina), del dopo-anni di piombo (stati di agitazione), schiacciata tra i cantautori e la plastica anni Ottanta che brilla delle prime luci di Mediaset e Videomusic. Un’Italia disperata e affamata di nuovo. I Ferretti e gli Zamboni sono ragazzi stregati dal free jazz punk inglese, figure secche e stilizzate come i Diaframma e i Litfiba, la new wave italiana. E’ questo un contesto che può autorizzare l’esistenza di una cosa come i CCCP, che ne può spiegare l’electro-pop dark, industrial e punk ridotto all’osso, il salmodiare di Giovanni Lindo e lo sgrattuggiare di Zamboni; ma che non ne giustifica la portata. Perché i CCCP sono stati qualcosa come un Velvet Underground + De André, fantascienza in atto, alieni sulla terra, arte-vita, vera avanguardia popular (non a caso gli unici due 7.5 italiani nell’idiosincratico database scaruffiano sono per loro e per gli Area). Arriveranno altri assoluti (Epica Etica Etnica Pathos, quando i CCCP saranno di fatto già CSI), in una discografia comunque tutta essenziale, ma Affinità è un monumento inquietante che basta da sé: il Ground Zero della musica italiana.

Così dentro il proprio tempo da attraversarlo, trafiggerlo, bucarlo, Affinitàè l’attualità”, ha la consistenza e la forza di quei discorsi che agguantano le viscere di tutti, trapassando da massima testimonianza generazionale a massimo manifesto esistenziale. Come Paz, come Tondelli. Sì, certo: la politica (epica), l’impegno (etica), la provincia (etnica). Ma nei CCCP ultra-sloganistici ed epigrafici (“produci consuma crepa sbattiti fatti crepa cotonati i capelli riempiti di borchie rompiti le palle rasati i capelli crepa”, “è una questione di qualità o una formalità non ricordo più bene come decidere di radersi i capelli di eliminare il caffè le sigarette di farla finita con qualcuno o qualcosa io sto bene io sto male io non come stare io non so cosa fare non studio non lavoro non guardo la tv non vado al cinema non faccio sport”), tutto questo non è che “un percorso laterale una convergenza stilistica”, loro sono già altrove, sono già Offlaga Disco Pax, già cartolina ingiallita, proiezione di un ideale nell’ideale, trasfigurazione. Sono già ex voto, già P.G.R.. Perché i CCCP ci parlano della vita come morte (pathos).

Dieci canzoni squadrate, lancinanti e perfette, che sono biopsie nel corpo dell’anima, esposizioni spietate – nel senso degli ecce homo – delle crisi (“non so bene non so cosa non so quando non so dove non so più non so”) e delle rassegnate disperazioni (“torci le labbra a curve in gesto di amarezza indifferente più reale del vero che spesso sembra stupido”) della vita. Resta qualche appiglio: l’amore fisico (vissuto come ragazzini in esplorazione, nella trasgressione naïf di Mi ami?), amore possibile antidoto (Curami), doloroso rifugio tra le macerie (Allarme). Ed è tra le macerie che sventola lacera, timida e fiera, la bandiera (CCCP, Trafitto). Teatro di questa tragedia sono gli scenari della provincia appennino-padana, fredda, desertica, meccanica, terribilmente reale (“da Reggio a Parma da Parma a Reggio a Modena a Carpi a Carpi al Tuwat in un posto nuovo dell’A.R.C.I.“), eppure, ancora, più che entità geografica, luogo dell’anima: stritolata dalla Noia (normale mortale), incubo espressionista (Emilia paranoica; una The End suonata dai Big Black), cortocircuito da psicofarmaci (Valium Tavor Serenase), realtà morta che è vita finta, alla quale è lecito ribellarsi nel più radicale dei modi (Morire; lo intuisce persino la capiente cuoca Fiorella di Bonsai Tv, che candidamente chiede “ma che si’ nato a fa’?“). Al cuore di tutto, il cuore di tutto, l’euforia ebete di Io sto bene, inno e analisi psico-sociologica chirurgicamente perfetti. Questa è musica come la fame, che fa paura e dà il magone.

Se la modernità finisce quando finiscono le certezze, i CCCP, nella loro maschera ultra-ideologica, sono quel salto nel vuoto nietzscheano che apre al dopo-moderno. Il comunismo e il punk usati come teste d’ariete, credi di cartapesta per uno spettacolo di Kabarett, capire che tutto quello in cui si crede semplicemente vacilla: “Fedeli alla linea la linea non c’è”. Che poi “Fedeli alla linea” un cazzo. Se la loro ortodossia è stata il contrasto: battaglieri e lirici, cinici e romantici, profondi e ingenui, punk filosovietico + musica melodica emiliana; rivoluzionari perché intimamente tradizionalisti (in un mondo intenzionato a dimenticare ogni tradizione); meticci per dare risalto alle specificità, le affinità e le divergenze (in un mondo intenzionato a cancellare ogni specificità); attack punk su Virgin Records (venduti per soldi, forse, rinnegati mai), indipendenti a braccetto con Amanda Lear e il liscio delle balere in testa. Nelle contraddizioni la loro coerenza.

Missionari kamikaze, nati per morire, per non sopravviversi (“la morte è insopportabile per chi non riesce a vivere”), consapevoli che per restare bisogna andarsene, i CCCP non ci sono più da un bel po’. E’ questo il viatico che ne sancisce tautologicamente l’irripetibilità: non orizzonte, ma colonne d’Ercole. Con Ferretti, Cervello Contestatore Contestabile Primitivo, Contadino Cantore Cattolico Predicatore, che già nell’89 si era ritirato tra i monti e si sentiva “sempre più uguale a mio nonno”, il cui percorso solo gli stolti o i nostalgici (il che è lo stesso) possono giudicare inspiegabile, a incarnare gli esiti estremi di questa logica e di questo percorso. A Ferretti come a Huysmans, lo scrittore di Controcorrente (il catechismo del decadentismo europeo), dopo un’opera definitiva come questa, di vita e morte, musica e parole, ideologia e amore, nervi e poesia, in prospettiva non poteva restare “che scegliere tra la bocca d’una pistola e i piedi della croce”.

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