Recensioni

7.7

Quattro anni fa chiudevo l’intervista a Tobia Poltronieri chiedendogli: cosa faranno i C+C da grandi? La sua risposta fu in linea col personaggio e con la discografia della band: “seguire sempre il flow, stare bene, trovare la pace in noi stessi come singoli e come band e trasmettere in musica queste sensazioni”. Aggiunse un promettente: “stiamo già lavorando a nuovi brani e non vediamo l’ora di metterci all’opera”. Da allora, appunto, sono passati quattro anni. La partecipazione al Primavera Sound del 2016 mi fece pensare che, beh, finalmente la band veronese stesse raccogliendo anche in termini di notorietà (italiana e oltre) tutto quello che meritava. Mi sbagliavo: non era ancora tempo di raccolto, ma il segno di un percorso che si chiudeva. Da bravi ragazzi con la montagna nel DNA, hanno imparato a riconoscere il punto in cui non è più possibile salire e bisogna invece ripercorrere i propri passi per cercare un nuovo sentiero. Passarono così due anni prima di lasciare un segnale del nuovo cammino intrapreso: Nuova Speranza, un EP che li vedeva alle prese per la prima volta con la lingua italiana. Era la premessa dell’esordio in solitario di Poltronieri (l’ottimo Casa, finalmente a nome Tobjah) e poi di questo Deserto, fatidico terzo album lungo, undici tracce tutte appunto in italiano, prodotte ancora una volta (ormai è un sodalizio) dai nostri quattro montanari assieme a Miles Cooper Seaton.

L’idioma è solo una sfaccettatura del nuovo “solido” sonoro che i C+C propongono: la consueta vena pastorale sembra precipitare in un paesaggio mai tanto interiore, il suono è quello di una disposizione orientata alla ricerca, alla scoperta di una geografia mentale e spirituale intenzionata a recuperare il senso di sé in un presente frammentato, velocizzato, virtualizzato, sclerotizzato dal contrasto feroce tra condivisione e distanza, dall’ingannevole prossimità del virtuale. Non a caso tra le premesse di questo disco c’è il tour Deserto per Verona, una sorta di viaggio (31 concerti in acustico) attraverso i luoghi del loro territorio, quasi a voler certificare la propria esistenza con il semplice esserci, una testimonianza destinata a diventare fotografia e video (per la regia di Stefano Bellamoli).

Le canzoni di Deserto, quindi, cosa sono? Il registro è frugale, denso, caldo, contraddistinto da un’elettroacustica cardiaca, elettronica spennellata da tastiere tiepide, un trasporto visionario sempre sul punto di far sbocciare l’espressione più bislacca, quasi a volerti trasmettere la gioia fanciullesca dello scoprire e del riscoprirsi. L’equilibrio tra astrazioni pensose che rimandano a certo post-rock (qualcosa dei Gastr Del Sol, un pizzico dei Tortoise meno algoritmici), esotismo speziato (segnatamente Devendra Banhart) e l’immancabile retaggio freak-folk (di stampo, ça va sans dire, Akron/Family), permette ai quattro ragazzi di muoversi con libertà e intensità, preoccupati più del senso che della forma (e con ciò postulando una forma sensata), di condurre l’ascoltatore in un luogo delimitato da suggestioni che diventano narrazione e viceversa.

Una trama in cui siamo quindi liberi di interpretare e scorgere – vedi quella Parto dal mar che, tra palpitazioni omeopatiche sorprendentemente Peter Gabriel, sembra suggerire il punto di vista assieme speranzoso e terrificante dell’imbarcarsi come fuga – oppure perderci, come in Bufera, dove lo scenario conflittuale del testo innesca un contrasto sconcertante col tono languido dell’interpretazione, un duetto intrigante tra Tobia e la concittadina Adele Nigro (vale a dire la bravissima Any Other). Potrei proseguire citando il formicolio mesmerico di Elementi, la filastrocca bucolica e ventrale di Radici, una Dottore che oserei dire programmatica (“mi ritiro su dal fondo e inizio un nuovo percorso, viaggio per ricominciare e sentir scorrere la linfa vitale”), la non a caso centrale Armin che sembra sussurrarti il richiamo stesso della montagna come altrove necessario, infine quella Gioia che chiude la scaletta con un’ebbrezza fricchettona intrisa di sincerità disarmante e le solite due gocce di ironia.

C’è anche un reading, effettuato con curioso ed efficace understatement, ovvero Labirinto, che assieme al testo nel retro di copertina (un estratto da L’ordine del tempo di Carlo Rovelli, loro illustre concittadino) ribadisce la complessa cartografia di risvolti narrativi che compongono il nostro Io, nonché il bisogno (dettato da istinto e ragione) di strappare il sipario della normalità, di affidarsi alla ricerca rapsodica del senso, l’esplorazione dei (e attraverso i) sensi, il procedere nella vita come rabdomanti assetati di folle meraviglia. In questo senso, la Testa di Tigre di Antonio Ligabue in copertina va interpretata allo stesso tempo come un sigillo e un varco.

Ripensando alla domanda che feci a Tobia quattro anni fa, direi che la risposta vera è arrivata finalmente forte e chiara: da grandi i C+C=Maxigross sono grandi. 

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