Live Report

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Non di sole ristampe e retromanie varie vive la musica d’oggi. Rimettere in circolo opere di un passato più o meno lontano, prevalentemente legate a library music e colonne sonore più o meno di serie B, è uno degli sport più in voga in questo squarcio di millennio, per lo meno in Italia, dove di fenomeni sotterranei ne abbiamo avuti in abbondanza, e ritirarne fuori le gesta – si pensi a Intervallo, Penny Records, Schema, Cometa, per non dire di Death Waltz et similia al di fuori dei confini nazionali – è cosa buona e giusta. Non necessariamente in chiave modaiolo-vintage o per solleticare gli appetiti pruriginosi dei collezionisti vinilici, quanto per (ri)porre la giusta luce su oggetti musicali introvabili, dimenticati, accantonati o semplicemente nati troppo prima del tempo.

L’inedito terzetto composto dalle due chitarre di Stefano Pilia e Paolo Spaccamonti, e dal violoncello di Julia Kent – in realtà rodato da varie collaborazioni e frequentazioni trasversali, seppur mai sfociate in questa line-up – prende alla lettera il connubio musica/immagini filmiche e va a riempire il vuoto tra la prima e le seconde, cimentandosi nella sonorizzazione di un semi-sconosciuto – per lo meno per chi scrive – film muto del cineasta e sceneggiatore danese Carl Theodor Dreyer datato 1922 e intitolato C’era una volta (Der var engang il titolo originario). Un film che coniuga la favola di Hans Christian Andersen Il guardiano dei porci con La bisbetica domata di Shakespeare, narrando le vicende della riottosa e viziata principessa di Illiria intenta a rifiutare sdegnosamente tutti i suoi pretendenti e le astuzie del Principe di Danimarca che, con vari escamotage in bilico tra magia, furbizia, bontà d’animo e qualche trick a fin di bene, riuscirà a conquistarla.

Una commedia dal lieto fine, girata con ottimo gusto dal regista danese e con scelte filmiche anche ardite per i tempi, che i tre musicisti hanno sonorizzato in maniera elegante e varia, unendo le asperità chitarristiche del duo Spaccamonti/Pilia – disposti non a caso ai lati dello schermo – con il violoncello sognante, malinconico, sempre in tensione della Kent. Le capacità dei tre nelle rispettive uscite in solo, dopotutto, hanno da sempre dimostrato una certa tendenza verso soluzioni cinematiche, a volte in maniera più evidente come nel caso dei lavori di Spaccamonti (che non a caso ha anche sonorizzato materiale per il Museo del Cinema di Torino, addirittura in duo con Ben Chasny a.k.a. Six Organs Of Admittance), altre volte in maniera più velata come accade per Stefano Pilia e Julia Kent. Naturale dunque che, in sede di sonorizzazione, le anime dei tre si intersecassero lasciandosi trasportare dalle immagini e riuscendo a contrappuntare le avventure ora (semi)tragiche, ora seriose, ora addirittura comiche riprodotte sullo schermo con una alternanza di registri e sonorità rumorose o delicate, sognanti o ruggenti, spesso distorte o prodotte in maniera inconsueta (archetti ed effettistica varia). Riuscendo nell’intento finale, ovvero dare “voce” ad un film muto arricchendolo di nuove sfumature.

15 Febbraio 2016
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