Six Organs Of Admittance (US)

Biografia

Irrequietezza, incapacità di stare fermo e un’attrazione fatale per John Fahey e Robbie Bansho, in particolare per la loro capacità di far incontrare la chitarra acustica dell’Occidente con le accordature aperte e le tonalità dell’Oriente: sono questi gli elementi cardine del progetto Six Organs Of Admittance che, in realtà, nasconde il chitarrista californiano Ben Chasny. In seguito, a questa prima tavolozza, con l’allargarsi dell’orizzonte e del giro degli amici musicisti, arriveranno anche scariche elettriche, forme aleatorie e alcune dimensioni rock, ma la matrice che caratterizza il one-man-band è un errare tra gli stili, le geografie (fisiche o dell’anima, poco importa), le forme, riuscendo (quasi sempre) a riportare tutto a casa con un marchio piuttosto personale.

Il primo disco è l’omonimo Six Organs Of Admittance del 1998 e segna l’inizio del sodalizio con l’etichetta Holy Mountain, che continuerà per cinque dischi fino al 2003. Si passa da un acerbo clash di elettronica povera e droni nei diciassette minuti di Sum of All Heaven agli spettri acustici di Shadow of a Dune, che di minuti ne dura meno di due. Più lungo, ma forse ancora più vario, è Dust & Chimes del 2000, che però è anche più a fuoco. Il lotto Holy Mountain continua con Dark Noontide del 2002 e l’omaggio a Octavio Paz dell’anno successivo (For Octavio Paz). John Fahey e la sua visione dell’Oriente che incontra l’Occidente è sempre lì, ma si apre piano piano a un divario tra pezzi più delicati e acustici e brani violenti, rabbiosi, che si giustappongono talvolta per contrasto agli altri. Altra anima che si fa strada nella musica di Chasny è la psichedelia, quella del Laurel Canyon certamente, ma soprattutto quella tradizione che ha guardato alla Via della Seta come fonte di ispirazione, come testimoniano testi e titoli infatuati di (maccheronico) orientalismo (Compathía).

Salvo scappatelle per edizioni limitate, pubblicazioni d’occasione, dal 2005 Chasny trova casa alla Drag City, che sembra l’etichetta ideale per uno come lui: attenta a quello che si muove ai margini del mondo del rock e del folk a stelle e strisce, ma anche meritoria depositaria di una lunga serie di ristampe di musica psych, out e folk del passato con cui è evidente che il progetto Six Organs Of Admittance ha più di un’affinità elettiva. Si parte con School of the Flower nel 2005, ma il primo vero sussulto è dell’anno seguente con Sun Awakens, che alcuni ritengono addirittura il prodotto migliore del musicista. La filosofia di fondo, si capisce, è la medesima, e l’attitudine intatta, ma sono cambiati in parte i mezzi a disposizione e l’elettricità entra – più decisamente che in passato – a far parte del lotto dei tasti che Ben Chasny può decidere di premere. A prima vista pare un disco più normalizzato degli altri, poi ci sono i dettagli (un’accordatura aperta, i riverberi lunghissimi) e i 23 minuti sabbatici di River of Transfiguration posti in chiusura: droni, gong, innodie di stampo tibetano, dimensioni arcane, rumore bianco che si fondono in una specie di lunga marcia verso il nulla. Si capisce che uno così è difficile che faccia il compitino.

Il seguito è Shelter From The Ash, che sembra metterlo sulla via della tradizione cantautorale, con le dimensioni più originali relegate in un angolo. È comunque un bel disco, in cui la chitarra di Ben Chasny non perde un colpo, ma è il momento di riflettere. Sono dieci anni di attività, e allora cosa c’è di meglio del ripercorrere la propria storia? Ecco allora la raccolta di b-sides, rarità e memorabilia varie che è RTZ, ovvero Return To Zero: doppio CD, che però si rivela più interessante, seppure senza sussulti, dell’ultimo album di originali.

Chiaramente l’ispirazione è un po’ calata e il successivo Luminous Night è un disco ordinario, in cui addirittura si affaccia l’idea di pop, che visti i precedenti sa quasi di anatema. Chasny, scrivevamo in sede di recensione, “pur continuando a fare la stessa cosa da almeno quattro album riesce a spostare il baricentro sempre quel tanto che basta per non suonare fastidioso o ripetitivo“. Lo spirito ammorbidito lo si ritrova anche nel successivo Asleep on the Foodplain (2011, registrato in autonomia tra il 2007 e il 2010) e Ascent del 2012. Quest’ultimo lo vede lanciarsi, come scrivevamo nella nostra recensione, «in un territorio decisamente più accessibile rispetto alle prove in solitaria. Sempre inacidito e imbastardito, il chitarrista suona con piglio che diremmo quasi hard rock ed è più intelligibile del solito», una situazione probabilmente figlia anche dell’ormai lunga abitudine a calcare i palchi di mezzo mondo.

Hexadic, uscito nel 2015, è invece cosa assai diversa. C’è un ritorno a un piglio meno lineare del solito, grazie all’introduzione di un proprio sistema aleatorio per condurre in porto le composizioni. La doppia anima che si percepiva già dagli inizi della carriera è qui forse più evidente che mai: «da un lato», scriviamo in recensione, «il suo ben noto percorso in solo di chitarra, memore di psych-folkerie varie e di sentiti omaggi al chitarrismo faheyano; dall’altro le devastanti aperture ‘corali’ memori delle svisate targate Comets On Fire». Tutto diverso, perché nulla sembri diverso: perfetto omaggio all’Oriente in questo ideale ritorno allo spirito furioso delle origini.

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