• Set
    13
    2019

Album

Atlantic Records

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Lo stillicidio organizzato di uscite anticipate (quasi il cinquanta per cento della tracklist totale), cominciato già quasi un anno prima della data di uscita, ha sgonfiato le attese per il quarto (o sesto, compresi i due cosiddetti “mixtape” del 2017? O terzo, escluso l’esordio myspaceano autoprodotto nel 2008 e poi rinnegato?) album di Charlotte Emma Aitchison in arte Charli XCX. Non che dette attese fossero spasmodiche, neppure da parte dell’ormai numericamente rilevante fanbase: per gli angels generazione Y e Z il long-playing è solo uno dei tanti strumenti di comunicazione che le superstar del contemporaneo come l’inglese trapiantata a Los Angeles (dal 2015 possiede una villa da 2.8 milioni di dollari a Hollywood Hills, tanto per chiarirne lo status sociale oltre che social) utilizzano nel loro editorial plan. E alla fine un disco come Charli lascia il tempo che trova, rappresentando in pieno ciò che il pop odierno può dare se ci si accontenta dell’ennesimo lavoro maledettamente ben confezionato, realizzato giocando gli ormai immancabili featuring-briscola ad ogni mano e lasciandosi condurre su sentieri produttivi in gran parte già battuti e poco avventurosi. Insomma, togliendo il piede dall’accelerazionatore (malgrado la conferma nel pool in cabina di regia di Mr. PC Music A.G. Cook, qui spesso con la mano sulla leva del freno mainstream) e senza lampi di genio in ambito songwriting (comunque decorativamente impeccabile, complice spesso e volentieri la solita manovalanza di scandinavi artigiani della qualità EDM, tra cui la topliner Noonie Bao e i producers Lotus IV, Patrik Berger e il duo StarGate), si lavora più di quantità che di qualità, gettando il talento compositivo sì oltre l’ostacolo ma senza saltare il pantano del pop “qui e ora” più smemorato e meno memorabile, salvo poche eccezioni.

Il disco parte con una chiara manifestazione d’intenti. Nel wannabe-anthem Next Level Charli il testo-manifesto (“I go hard, I go fast, and I never look back” (…) “I go speedin’ on the highway, vroom vroomin’, might die”, citando il geniale EP del 2016 prodotto da SOPHIE e del quale abbiamo già nostalgia) è declamato sulla base più trita dell’intero album. Segue un trio di brani già editi: nel banger ineccepibile di Gone Christine (and the Queens) modula pansensualmente à la Michael Jackson anni Novanta; nella ballata Cross You Out Sky Ferreira timbra il cartellino senza lasciar tracce sostanziali, così come Troye Sivan nell’irresistibile citazionismo catchy/kitschy di 1999, on air ormai dall’ottobre scorso). Click, con Kim Petras e Tommy Cash (entrambi già in Pop 2), è il corpo più estraneo del lotto, con ai fornelli un Cook finalmente libero di triturare un convincente mix bubblegrime in un blender sbriciolabassi. Ma si torna subito nei ranghi: i Caraibi di plastica di Warm, ospiti discrete le stilose sorelle HAIM, sono dominati da un ribaldo autotune settato in modalità Rihanna; Thoughts è riempitivo di lusso; in Blame It on Your Love i ritmi diwali presi di peso da Uh Oooh, Uh Oooh di Lumidee lavorano ai fianchi la Track 10 che chiudeva Pop 2 riducendola ad un ghiacciolo gusto Diplo (inutili i pochi secondi di rime p-rap buttate lì da Lizzo). Da White Mercedes ad Official si estende la sezione più noiosa dell’album, con A.G. che tenta, senza successo, di defribillare le inconcludenti Silver Cross e I Don’t Wanna Know. Il trittico finale solleva le sorti del lavoro: in Shake It (scritta da una formazione di undici autori: un variopinto party con vecchi e nuovi compagni di merende privé – Big Freedia, CupcakKe, Brooke Candy e Pablo Vittar), February 2017 (featuring le fresche Clairo e Yaeji, che chiosa esoticamente dreamy) e 2099 (terza data dell’album e seconda collaborazione con Sivan, cento anni dopo 1999), i giochetti electro hi-fi di Cook (coadiuvato da Ö, aka Nömak, aka Nicolas Petitfrère– qui nei credits anche per Gone e Click – e dal trio dreamgaze francese Planet 1999 – neoacquisto di casa PC Music) fanno alzare finalmente un sopracciglio e lasciano un retrogusto piacevole al palato del sommelier pop.

Malgrado l’aver lasciato da parte il coté più sfrigolante e sfiziosamente avant, con il suo atteggiamento da partygoer dura e impura, rainbow e cazzuta non-role model, la Aitchinson rimane una delle più simpatiche e meno intercambiabili popstar del momento. Go Charli, whatever.

13 Settembre 2019
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