• ago
    07
    2015

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Sargent House

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Chelsea Wolfe torna il 7 agosto 2015 con un album per Sergent House dedicato agli abissi del tempo, uno sguardo a ritroso che vuole scandagliare i fondali della psiche: la fragilità umana, l’intimità, l’ansia, il desiderio, ma anche gettare uno sguardo melanconico e oscuro sul subconscio, con un’attenzione particolare per i momenti ipnagogici dell’esistenza. Ferale e istintiva come nell’ottimo disco precedente Pain is Beauty, la Wolfe questa volta si accompagna, oltre che con i soliti collaboratori Ben Chisholm, Dylan Fujioka, e Ezra Buchla, anche con Mike Sullivan dei Russian Circles, band post-rock e post-metal di Chicago con cui la musicista era andata in tour tempo fa. Prodotto da John Congleton, già al lavoro con gli Swans, il disco suona robusto, strutturato e più ruvido rispetto al precedente lavoro, forse anche per merito della chitarra di Sullivan e della produzione di Congleton. Abyss, in fondo, altro non è che un’altra tappa dell’evoluzione del drone-metal-art-folk apocalittico della Wolfe, che riesce a raccogliere consensi trasversali in fasce di pubblico molto diverse. Ciò non è necessariamente un male, anzi.

Pur cavalcando la tigre dell’hype, la Wolfe ha qualcosa da dire, a differenza di tante altre artiste superficiali con la consistenza di bolle di sapone. Ascoltate le parole del brano Iron Moon ispirato al suicidio di Xu Lizhi, operaio della Foxconn, ditta cinese a cui era stata appaltata la costruzione di alcuni componenti dell’iPhone, per guardare direttamente in faccia tutta l’angoscia di un futuro capitalista/comunista che preme sul nostro mondo, sulla nostra Europa. Si tratta di un futuro (Grey Days) in cui l’uomo e l’individuo rischiano di essere annullati e trasformati in acefale e amorfe macchine di produzione e consumo.

Il rinascimento “neo dark” dall’assolata Los Angeles, fucina di realtà molto diverse, interessanti e fuori dal coro di un certo mainstream indie per le masse, è ormai una realtà consolidata, con buona pace degli scettici e dei detrattori, ed anche la proposta della Wolfe può vantare basi solidissime in una certa tradizione, unica via per qualsiasi forma di doverosa resistenza individuale al declino e al conformismo estetico contemporaneo. La Nostra lo dimostra con ottimi brani come Carrion Flowers, molto vicino ad un certo sound primigenio alla Swans. Per la Wolfe è valso spesso il paragone con la voce di PJ Harvey, ma perché non citare anche il folk apocalittico di Jarboe? Esteticamente e “spiritualmente” la Wolfe le deve moltissimo. Si ascoltino brani come Dragged Out e Survive a riguardo. Da un punto di vista strettamente musicale, alcune atmosfere dei brani ricordano anche un po’ i primi Cranes, quelli di Self-Non-Self, per chi ha buona memoria.

Il minimalismo neofolk di tracce come Crazy Love ci ricorda anche il fruttuoso sodalizio della Wolfe con personaggi come King Dude, incontri emotivamente molto importanti che hanno lasciato il segno nell’immaginario estetico della cantate di Los Angeles. Non mancano episodi sottilmente evocativi come la lenta elegia dark di Simple Death. Il talento della Wolfe le permette di giocare con la sua voce versatile, un timbro che non ha bisogno di andare controcorrente a tutti i costi e che qui può sviscerare appieno delicate sfumature sui colori del sangue (Color of Blood), prima dell’ottimo finale di una The Abyss che mostra un ottimo uso degli archi in chiave tensiva, richiamando suggestioni cinematiche espressioniste rigorosamente in bianco e nero.

Abyss è il disco che conferma la Wolfe come l’oscura cantautrice di questi “tempi interessanti”, ricordando che oggi, per essere “attuali”, bisogna paradossalmente essere sempre fuori dal proprio tempo, in un altrove sospeso tra il sogno e la veglia, in cui possa venir fuori un sostrato emotivo che ci accomuni, o meglio, che avvicini e accompagni al termine della notte chi ha un certo tipo di sensibilità.

31 luglio 2015
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