Recensioni

E’ un po’ come quando nelle vecchie discoteche della provincia italiana, rinominate al tempo degli anni ruggenti della disco, piazzavano gli after hour della domenica mattina, dalle 6 alle 12 (e oltre). Posti così avevano nomi prevedibili se non scontati, e Paradiso era uno di quelli: sicuramente il più sputtanato, ma senz’altro l’unico a racchiudere in una parola quel senso di beffardo trapasso che nel giro di un decennio aveva sostituito i ballerini con le braghe a zampa con una guerra senza nome condotta da un gruppo di teenager smascellanti sotto strobo, impegnati in veloci mosse di ballo pseudo kung fu. Chi ha vissuto la darkside del rave e delle pasticche piene di schifezze e con troppa anfetamina dentro, sa quanto apocalittica e devastata poteva apparire nei primi 90s quella fetta di allora new generation senza futuro né un nemico da combattere, se non quello più temibile dei propri demoni interiori.
Venticinque anni dopo, Chino Amobi e il full cast della sua crew africanista, sembra voler chiedere ancora una volta a questi demoni di dipingere il Paradiso che ci circonda. Un posticino che, come al solito, è infernale e comodamente rappresentabile – come si è letto ampiamente in giro – tirando in ballo i soliti noti (Dante, Bosch e libri tibetani dei morti assortiti), pur non essendo più rappresentabile all’interno delle quattro mura di una discoteca bensì plasmato su un globo dove non c’è altrove, né aldilà, ed in cui biologia e virtualità, umani e ologrammi, convivono indistinguibili. Senza neanche più l’isola nel deragliato cantiere del rave che fu, quel che ci rimane non è tanto un incubo super spaventoso, quanto una realtà fatta di quotidiana violenza e caos, un sistema complesso scarabocchiato su un opprimente presente (continuo), dominato dal valore di scambio, che Chino ha volto rappresentare servendosi di un canovaccio aperto tra spoken word e broadcasting. Un tortuoso viaggio documentaristico che acquista anche i tratti del cartoon e si serve della colonna sonora di una marcia radio FM.
Paradiso è dunque un’opera corale che fa della sua randomatica e frammentaria non-musicalità un baluardo. Sta qui la prima membrana da superare per apprezzarne la portata. Similmente ai lavori della label mate Elysia Crampton (qui presente a più riprese), l’artista di Richmond (anche noto come Diamond Black Hearted Boy) punta a una gabbia sonora massimalista ed emancipata da ogni facile aggancio a questa o quella sottocultura post-rave e/o legata al mondo industrial (che per disegnare l’apocalisse, dai TG ai Coil e ritorno, ricordiamolo, torna sempre comodo).
La tracklist inizia con l’adattamento di The City in the Sea di Edgar Allan Poe ma lo spoken word è soltanto il caronteo “benvenuto” (tra tuoni e saette, mulinelli d’acqua e gorgi dark age assortiti) rispetto a ciò che accadrà in seguito che, perché no, potremmo a tratti descrivere come un melodramma psichedelico, rubando la definizione a Gaspar Noé. Le cose che colpiscono di più, di primo acchito, sono il dettaglio e la vastità di questa visione musicale nata per il grande schermo (che è poi il leitmotiv di tante musiche HD), dunque la cura con la quale sono stati confezionati i molteplici layer sonori (oltre alle texture). Merito della crew, della citata Crampton, ma anche di Dutch E Germ (Tim DeWit), ex Gang Gang Dance, che ha co-prodotto cinque delle venti tracce presenti in scaletta compresa la title track, ma anche di Rabit (Negative Fire) e dei/delle vocalist Nkisi, FAKA, Aurel Haize Odogbo, Benja SL, la rapper Haleek Maul, oltre all’intero parco dei label mate coinvolti. Tutti abili sarti di uno stordente trip che può assumere le tribali e futuristiche sagome di un Mad Max come i colori di un fugace promontorio latineggiante, persino poppeggiante, o ricongiungersi al più classico sound da colonna sonora dei 70s. Qui dentro tutto è caos e ogni speaker chiamato alla telecronaca commenta e recita slogan ricorrenti sopra i brandelli di una narrazione costantemente strattonata da interferenze industrial/noise, come se assistessimo ad un film dal punto di vista di uno dei paranoid android di Westworld.
Ascolto torturato, dunque, ed anche perversamente voyerista, questo di Paradiso, disco che tuttavia non si presenta saccente come tante intellettualate dei ’70. Non stiamo parlando dell’ennesimo lavoro che ti fa pesare il suo impianto concettuale anti mass-culture (come recita la mission della stessa etichetta di Amobi); è molto più astuto di così, e la sua portata si scopre pian piano, lasciando schiumare, ad esempio, le sfumature del grottesco o il suo humor nero. Esiste speranza nel mondo di Chino? O meglio, esiste una ragione per esistere in un qui ed ora del genere? È una delle domande che l’ascolto dell’esordio sulla lunga distanza dell’artista svela e non svela, un’altra delle sottili ragioni che ci spinge a riascoltarlo ancora una volta, alla ricerca di una filigrana che, alla fine, emerge prepotentemente.
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