• set
    18
    2015

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Universal

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Sulla copertina di Scream, terzo album solista uscito nel 2009, Chris Cornell sta sfasciando una chitarra. Con il senno di poi, la metafora dello sfanculamento dell’approccio rock è stata seguita fin troppo accuratamente, al punto che, il disco prodotto da Timbaland è stato (e speriamo rimanga) il punto più basso di una carriera altrimenti più unica che rara. Higher Truth riprende il discorso interrotto da Songbook, la testimonianza di un acclamato tour acustico e una vetrina per il brillante repertorio dell’artista americano, anima di Soundgarden, Temple Of The Dog e Audioslave.

Tutti gli strumenti sono suonati dal cantante di Outshined con il supporto di Brendan O’Brien (da segnalare la collaborazione con Matt Chamberlain, batterista in seconda nei Soundgarden, in Nearly Forgot My Broken Heart e in Higher Truth), e proprio la scelta “conservatrice” del producer certifica il pentimento per il capitombolo precedente e la volontà di giocare sul sicuro, riducendo all’osso gli orpelli che hanno offuscato di melassa Carry On (l’album del 2007 post Audioslave) e azzerando le amenità di Scream. Una produzione attenta e mai invadente, mai fuoriluogo, un deciso passo in avanti rispetto alle precedenti prove in solitaria del cantante di Seattle. L’altra differenza è che stavolta le canzoni ci sono e restituiscono un autore in grande spolvero: il livello del disco è inaspettatamente simile a quell’Euphoria Morning, l’apprezzato esordio del 1999 che rivive nelle atmosfere di Worried Moon. Forte di un approccio cantautorale di tutto rispetto, Cornell si muove a piacimento, con la consueta libertà espressiva, dote che permette di trasformare anche i brani più lineari in piccoli gioielli.

Tra i solchi del disco traspare l’amore dell’artista per i Beatles: il piano e l’arrangiamento della title track sono esaurienti in questo senso. L’amore per i fab four (il sottoscritto era presente alla data di Verona del 2012 al Teatro Romano e ricorda bene la cover di A Day In The Life) ritorna anche nella delicata Circling, di una semplicità disarmante e a mio avviso, la perla dell’album. Fa un certo effetto sentire uno shouter del suo calibro sussurrare il testo di Let Your Eyes Wander (apprezzabile il crescendo finale al pianoforte) o abbozzare Only These Words, una favola di folk cantautorale. Con il tempo la voce di Cornell (personalmente tra le più belle nel panorama rock) ha recuperato sfumature nuove, si è ispessita ed ha acquisito una vena black, specie quando alza il tiro. Il disco si apre con le note di mandolino di Nearly Forgot My Broken Heart: chi canta è ancora una volta sopravvissuto (nel video – tarantiniano fino al midollo e diretto da Jessie Hill – addirittura ad un’impiccagione) alla fine di una storia, ma a differenza di altre sue canzoni, stavolta Cornell lascia trasparire un filo di speranza e di positività. In questo senso, Before We Disappear è la trasposizione in musica della vulnerabilità di un uomo consapevole e innamorato («So hold on tightly my dear, Before we disappear»).

Higher Truth mantiene un livello decisamente alto per tutta la sua durata; peccato solo per il passo falso finale di Our Time in The Universe, pop onnivoro senza una direzione precisa e a se stante rispetto al tenore di un disco in cui sono la semplicità e l’istinto a farla da padrone.

22 Settembre 2015
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