Recensioni

6.5

Certo non ci aspettiamo di restare a bocca aperta leggendo della collaborazione tra Christian Fennesz e Jim O’Rourke. Volessimo fare una battuta non proprio benevola, diremmo che i due hanno lavorato insieme perché nella girandola di nomi e di collaborazioni (entrambi ne frequentano parecchie) mancava a entrambi solo questa combinazione.

Evidentemente vogliamo però evitare di farci schiacciare da queste premesse pregiudiziali. Facciamo un cambio di metafora. La miscela è fatta di benzina e olio. La prima dà il la al movimento, se non ci fosse non ci sarebbe propulsione. Il secondo aiuta ad evitare che il movimento sia dannoso per il motore stesso. La prima ha una tendenza autodistruttiva, il secondo la lubrifica, e dunque la rende un agente positivo. Chi è chi? Fennesz, dietro il noise della chitarra, è più portato a diluire con la melodia, a rendere masticabile il rumore. O’Rourke è un navigatissimo e sapiente dosatore di acusmatica e canzoni (da Eureka a Simple Songs), in prima linea nella strada verso il sincretismo tra i due mondi, certamente esperto delle armonie necessarie a dare agio a una melodia. Nella dialettica tra i due, si inserisce il bivio che un disco come questo si trovava di fronte. Da un lato, l’opzione “morbida”, dall’altra, quella “ruvida”, maggiormente rumorista.

Le due facce del disco affrontano questa scelta in modo analogo, ossia seguendo la strada più accessibile. Sembrano voler aggiornare alla sonorità dronica ed elettronica – alla stratificazione produttiva e all’esercizio di accumulo di layer – il suono ambientale californiano (come se Tim Hecker facesse un adattamento di Harold Budd). I tocchi compositivi, dedicati a tratteggiare un paesaggio desertico eppure a suo modo cacofonico, sono confusi nella pasta degli accorgimenti produttivi. La bellezza dell’aridità fatica a emergere, compensata dall’abilità di presentazione (come nel caso del tema di I Just Want You To Stay, comparso al minuto nove e giustamente non più abbandonato, ripetuto all’infinito e presto accolto e ospitato da una monumentale architettura elettronica).

I due sono bravissimi e procedono con attenzione e gusto. Come approccio, sembra però che abbiano paura di togliere, e nel dubbio aggiungono. L’esperimento post-ambientale, che potrebbe cercare di fare sintesi tra ruvidità e morbidezza, diventa semplicemente easy listening elettroacustico. Gradevole, piacevole, persino ameno. Ma scivola via come l’olio.

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