Recensioni

6.3

Al di là della copertina imbarazzante e traumatica, non è una novità il percorso rigeneratore di Owens, che l’ha (ri)portato a (ri)abbracciare le amate sonorità 50s, mai come questa volta infarcite di r&b, country, soul, gospel. L’ex leader dei Girls pare sia definitivamente tornato in sé, dopo un passato gestito in maniera ambigua, fra drugs addiction, occhi neri e un continuo far parlare di sé. Lo ha fatto dapprima facendo quello che ha sempre saputo fare meglio: mettersi in mostra. Ed ecco allora il suo volto comparire sugli advertising di Yves Saint Laurent e spadroneggiare sui cartelloni pubblicitari di H&M. Poi ha messo a punto le nostalgie, elaborato i dolori da lupo solitario e ha tirato fuori un disco – Lysandre – strutturato nei riferimenti (psych-folk) e nei temi (il periodo 2008-2012 fra NY, San Francisco e la Costa Azzurra). Non male per uno che poteva finire in malo modo la carriera o, peggio ancora, la vita.

Ad ogni modo ogni disco è un nuovo testamento, ci dice Owens all’uscita di A New Testament, un album che, se nella copertina ha questo ambiguo e mal riuscito riferimento al christian pop (?) o semplicemente alla musica tradizionale del centro America, nei suoni è quanto di più vicino ai Girls potremmo mai sentire. E questo non significa che A New Testament suona come Album o Father, Son, Holy Ghost, ma che: 1. è frutto della naturale evoluzione del songwriting di Owens che, con o senza White, probabilmente sarebbe arrivato comunque a questi risultati; 2. parla principalmente d’amore e sofferenze varie, cercando di elevare il personale al generale, in discreto stile Girls. Insomma, per capire A New Testament basta pensare ai Girls in dopo sbornia e alle prese con un album di cover natalizie.

C’è di più. Il disco è frutto di un team work di gente che lavora insieme dai tempi dell’ultimo dei Girls. E la maturazione, la crescita, si sente tutta: John Anderson, Darren Weiss, Makeda, innanzitutto, avevano dato a Father, Son, Holy Ghost quel taglio compatto e ordinato che lo caratterizza. Poi c’è Dan Eisenberg che ha prodotto gli organi e i piani migliori, tanto nei Girls quanto in Lysandre. E Infine Doug Boehm, con cui Owens condivide i tasti del mixer dal 2011. Tutta questa empasse è al servizio di pochi accordi («tre accordi e verità») e una manciata di testi sulle battaglie vinte e su quelle perse, sui traumi grandi e sui ricordi tutti.

Come quello di Stephen, il fratellino deceduto a soli 2 anni «just like an angel», un brano fatto di cori gospel e di ampie citazioni pop (le ballad di Elton John o quelle corali di Dylan, ma anche i canti di Natale tutti, potremmo dire). Ci sono altri episodi estremamente intimi, come It Comes Back To You, terribilmente struggente nel ricordarci gli ultimi dischi di Lennon. Ad ogni modo, gli episodi migliori sono da cercare altrove, nelle facili ma efficaci canzoni di country rock, come My Troubled Heart, Nothing More Than Everything, Key To My Heart e, soprattutto, Never Wanna See That Look Again (quest’ultima rivelatrice sul nuovo corso della vita personale di Owens).

Sono brani terribilmente ruffiani, che fondano tutto sulla citazione, sul già sentito. Eppure, a tratti funzionano, un po’ perché ci fanno emozionare, un po’ perché la voce di Owens trasuda la sofferenza che racconta e lo fa rivelando un navigato e consapevole cantautore. Tutto giusto e legittimo, anche quando, a conti fatti, il disco non affonda del tutto il colpo.

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