• Apr
    07
    2017

Album

Warp Records

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Esaurito un discorso hauntologico dalle parti della Ghost Box con Iradelphic e successivamente entrato dalla porta principale nel giro delle produzioni elettroniche HD che contano con il fondante album omonimo del 2014, Clark oggi non è certo un novellino, nel momento in cui parliamo di una «immaginifica cinematografia sospesa tra sintetico e acustico, organico e analogico, Germania e Inghilterra, cosmica e post-minimalismo», come la descrivevamo in occasione della – valida – colonna sonora curata per la fortunata serie The Last Panthers. Il producer britannico è sempre stato un ottimo segugio rispetto alle novità paradigmatiche ed urgenti del comparto elettronico e pertanto, a tre anni dalla nuova incarnazione, il botto di trance sound e un acquario di sonorità immersive sono ancora alla base del nuovo capitolo, Death Peak, disco che non arriva certo in un mercato saturo per questo tipo di sonorità, ma che senz’altro approda in una fase in cui si può dare per scontata una diffusa familiarità per le sonorità a base di Max/MSP cavalcate da Lorenzo Senni, Holly Herdon, Arca e co.

C’è insomma chi inizia a chiedere qualcosa di differente dalla riproposizione di hoover sound digitalmente modificati e tecniche puntillistiche applicate a synth EDM ad alto contenuto di ottani. E c’è già chi, come il “solito” Arca, ha invertito la marcia puntando moltissimo sulla voce e molto meno su un suono assieme vertiginoso e cattedratico. Clark, al solito lungimirante e con le antenne belle drizzate, deve averlo intuito: ha tenuto fortemente in considerazione l’elemento vocale per questa prova (a detta sua, «il miglior synth»), ma il risultato finale non cambia radicalmente le sorti di un lavoro che potrebbe tranquillamente passare come una sorta di best of delle sue attuali skills produttive.

Lo spettacolo è senz’altro ancora eccitante, nel suo pirotecnico stroboscopico contorsionismo (vedi una Hoova o la parte finale della scaletta), e per dirla con il suo slogan preferito del 2014, il sound è ancora «orientato sul lato del Berghain piuttosto che su quello del Guggenheim». Tuttavia, grattando la coltre dei rave beat (Butterfly Prowler) e dei chiaroscurali effetti dreamy (Peak Magnetic), un pochino di stanchezza compositiva comincia ad intravedersi tra le pieghe di una tracklist orfana di una progettualità differente rispetto alle trovate da wiz kid (vedi l’electro sound con l’effetto “a strappo” che piace in Slap Drones). È vero, alcuni titoli e senz’altro la traccia finale (UN U.K.) puntano ad un discorso Brexit related, ma sembrano più rispondere a pruriti da Grand Guignol che ad esigenze di tipo narrativo.

Parlare di un disco poco ispirato sarebbe delittuoso nei confronti di una produzione di livello come questa, ma Death Peak non è il lavoro di Chris Clark per il quale mi strapperei i capelli.

7 Aprile 2017
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