Recensioni

Con un titolo che divenne metafora di tutti gli anni Ottanta, Il Grande Freddo di Kasdan fu un astuto ritratto generazionale di disillusioni e ricordi dolce amari, un film in cui perdersi e ritrovarsi, anche a distanza di decenni. Momenti passati, il tempo degli amici, degli anni spensierati. Ma di quel titolo cinicamente metaforico – tutti quelli che una volta erano amici si incontrano dopo qualche anno senza più niente da condividere, tranne la loro ipocrisia – può ancora rimanere qualcosa, un torpore morbido. A un certo punto Meg Tilly, che interpreta la giovane vaga e silenziosa Chloe, confessa: «Io non ho incontrato tanta gente felice in vita mia. Come si comportano?». Ecco, le persone (comunque) felici sembrano popolare i nove racconti, o meglio le nove istantanee, che compongono Il Grande Freddo di Claudio Lolli: nonostante improvvisi muri di Berlino e di filo spinato dai quali non è facile fuggire, questo album ci racconta numerosi personaggi e i loro disastri esistenziali con una leggerezza calviniana che li rende donne e uomini che assaporano la felicità. Senza cinismo il cantautore bolognese osserva e partecipa alle avventure dei suoi attori, selvaggi abitanti di una Bologna che esce dal disco con tutti i suoi odori e colori, con la memoria vivida di una città mai inerte e addormentata. Se nel film di Kasdan a emergere erano tutti quei contrasti di vite lontanissime, c’è un nuovo Grande Freddo che si traduce in poetica musicale e vede l’artista bolognese come deus ex machina in una rimpatriata fra famiglie distanti e storie che hanno bisogno di essere raccontate. Un freddo esistenziale e intimo che si mescola al calore umano di amici convenuti attorno a un tavolo a riannodare le loro vite.
Lolli torna a calcare le scene dopo una pausa lunga otto anni con un lavoro che, fresco della Targhe Tenco 2017 come miglior disco davanti a Paolo Benvegnù, Baustelle, EDDA, Brunori SAS e Brondi, riesce a veicolare arte poetica e malinconia, sopravvivenza e chiaroscurale gioia. Il suo canto generazionale si fa qui inesauribile fonte di un’amara ma veritiera analisi dei giorni che stiamo vivendo, non per questo incapace di rendere preziosa ognuna delle sue nove stanze di vita. In mezzo ai vicoli di una città preziosa e testimone degli esordi all’Osteria della Dame, Lolli disegna il futuro di essere umani che ormai hanno capito che la speranza di un futuro si trova solo nell’amore, rifugio sicuro e caldo, in quella politica che fotografa l’unica vita sostenibile, ovvero quella privata, della famiglia, della casa, la politica sensata della domus. L’amore di Lolli ci fa perdere in luoghi familiari ma nuovi per la prima volta dopo tanto tempo, non luoghi dell’anima di cui non abbiamo più la giusta percezione.
Il cantautorato soffuso di Lolli si riveste di poesia minimalista per piano e voce nella title track del disco, fino a librarsi in un solo di sax ipnotico che profuma di amori sprecati negli autobus. E se La fotografia sportiva ispirata dal fotoreporter bolognese Roberto Serra si muove fluida e sicura fra le venature profetiche della voce del bolognese e le trame di un basso mai così strumento narrativo, Non chiedere è un’altra ballata intensa – di fiati e afflati – per la grana vocale di un Lolli che canta «Il fatto è che non sogno più e dovrei», in un freddo che forse porta anche a rinunciare ai propri sogni. Il bambino di Truffaut corre verso un mare jazz fatto di sapiente drumming e accordi vagamente prog nella splendida 400000 colpi, gemma cinematografica che riconferma il discorso poetico del Lolli che abbiamo sempre conosciuto. In Sai com’è, lettera postuma del partigiano Giovanni alla moglie Nori, ci si immerge in quel brivido caldo che è stata la Resistenza, la sua fatica e la sua tenerezza, perché basta poco all’amore purché sia tenerezza. Dalla bossa tutta fiati di Gli uomini senza amore alla metaforica ed elettrica Prigioniero politico – quasi un autoscatto in bianco e nero – passando per l’ironia stralunata e angolare di Principessa Messamale con le sue costruzioni quasi progressive, Lolli chiude con la nona storia, quella di Raggio Di Sole, emozionante reading alla fine del quale ce ne usciamo con un dubbio: sarà mai possibile sconfiggere questo grande freddo?
Tra cinema e storia (pubblica e privata), Lolli dipana un’enorme metafora del nostro tempo, riscaldandoci da quel grande freddo che ci portiamo dentro senza nemmeno accorgercene. Nella commedia umana della sua poetica non manca mai la consapevolezza della parola che si fa canzone, canzone che a sua volta ci restituisce – senza chiedere mai nulla in cambio – quel bisogno bestiale di rivolta, di emozione primigenia nella grazia poetica di un signore di quasi settant’anni, anticipatore di quelle «strade disoccupate dai sogni». La libertà di Lolli, senza compromessi, lo guida costantemente nella costruzione della sua poetica, intimista e attenta nell’osservare i ritmi mutati della società. E chissà che anche gli zingari felici non se ne vadano a spasso per una Bologna 2.0. in cerca di un bar in cui sfuggire al grande freddo…
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