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Walt Kowalski era un sopravvissuto della Guerra di Corea nel crepuscolare Gran Torino, Chris Kyle lo era a sua volta come strumento della propaganda e manifesto dell’insensatezza della Guerra in Iraq (e di tutte le guerre) in American Sniper. Di un altro sopravvissuto parla Sully, trentacinquesimo film diretto da Clint Eastwood che completa idealmente una trilogia sull’eroe americano contemporaneo. Dopo aver rappresentato in maniera egregia (per di più in prima persona) un uomo segnato dai pregiudizi e radicato nel suo patriottismo che trova una nuova chiave di interpretazione alla condizione sociale del proprio Paese, con il Kowalski del film del 2008 il regista di San Francisco riusciva a farci credere che una nuova speranza per l’America, una nuova possibilità, fosse possibile (non è un caso se ci trovavamo a ridosso dell’elezione di Barack Obama); sei anni più tardi, tuttavia, l’orrore della guerra in medio oriente non accennava a finire e il Kyle interpretato da Bradley Cooper veniva trasfigurato dalla popolazione americana come un eroe dei nostri tempi: statuario e sicuro di sé all’esterno, dilaniato all’interno dall’assoluta certezza di una punizione divina per le sue azioni.

Il film che racconta del Miracolo sull’Hudson si inserisce proprio in mezzo a questi due grandi esempi: Chesley Sullenberger, detto Sully, ha compiuto un’azione che nessun altro al posto suo, senza la sua esperienza e senza il suo particolare istinto avrebbe eseguito. Questo lo sa bene lui, come lo sa il pubblico che non esita a proclamarlo eroe nazionale; ma lo sanno anche i membri della commissione d’inchiesta istituita dal NTSB, i quali sono più orientati a credere che la mossa sia stata un azzardo non calcolato che avrebbe potuto mettere in pericolo le 155 vite a bordo del velivolo, quando sarebbe potuto bastare un rientro più sicuro in aeroporto. In breve: nel 2009 un volo di linea appena decollato dall’aeroporto LaGuardia di New York fu colpito da uno stormo di uccelli (bird strike) che mise fuori uso entrambi i motori costringendo il comandante ad operare un ammaraggio d’emergenza sull’Hudson, a causa della bassa quota. Le conseguenze mediatiche si tradussero nella parata trionfale dei mezzi dell’informazione verso Sully, l’eroico comandante, ma la storia narra il dietro le quinte della vicenda, con l’indagine della commissione di sicurezza sulle responsabilità dell’accaduto. La scelta di “atterrare” sull’Hudson fu davvero la più sensata?

All’inizio della vicenda e del film siamo catapultati dentro la psiche del protagonista, che in una camera d’albergo è dilaniato dal dubbio, un sentimento opprimente acutizzato dalla diametralmente opposta esaltazione pubblica. La fotografia di Tom Stern favorisce il passaggio narrativo, la messa in scena è essenziale e immediata. Nessuno è mai sicuro al 100% della razionalità delle proprie scelte, lo sguardo pietrificato di Tom Hanks diventa quindi il nostro, trovando un’empatia vincente che non ci abbandonerà mai per tutti i 95 minuti della durata del lungometraggio. Dotato di un equilibrio artistico e formale esemplare, Sully procede sicuro nell’esposizione della sua tesi, tra incubi rappresentati in maniera evocativa e sconvolgente, riflessioni notturne tra le spettrali ma illuminatissime strade di New York, dialoghi concisi ma pregni di verità. Eastwood, nel suo riconoscibile classicismo (che guarda ai maestri John Ford e Don Siegel), ricodifica ancora una volta la figura di un everyman (cui Hanks dona un corpo e soprattutto un volto credibili, segnati dalla vita e sorretti dall’esperienza) che nello sguardo dello spettatore deve diventare necessariamente eroe, in un mondo non più in grado di cogliere la differenza tra il reale e il simulacro, il fantoccio da studio televisivo. Un’operazione pienamente inserita nel contesto odierno, che risveglia vecchi traumi e insieme cerca di esorcizzarli attraverso una compostezza da prendere a esempio.

Questo riconduce all’altra eterna battaglia dell’odierno cinema: quella combattuta tra il mondo digitale e quello analogico. Intelligentemente, Eastwood accetta la supremazia del primo ma ribadisce con forza il margine che quest’ultimo deve continuare a difendere. L’eccezionalità del fattore umano è un patrimonio inestimabile della nostra specie e nessun programma artificiale potrà mai duplicarlo, proprio per via della sua straordinarietà. Sully Sullenberger è riuscito dove quasi tutti avrebbero fallito e, forte di questa convinzione, si è seduto fieramente in mezzo a una sala gremita di tecnici per ricordare loro l’importanza di una decisione non ponderata, frutto degli anni di esperienza passati a svolgere spassionatamente il proprio lavoro. Sully ha raccontato quello che nel 99.9% delle circostanze spetterebbe solo al lugubre eco di una scatola nera, e al termine della seduta l’uomo, quell’everyman che tutti vorremmo al nostro fianco (ma che potremmo essere proprio noi), smorza quasi in un sussurro due parole che hanno lo stesso effetto sconvolgente di un grido: «Siamo sopravvissuti» («We survived»).

9 dicembre 2016
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