Recensioni

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A memoria, due o tre anni fa ascoltai un EP e guardai un paio di esibizioni degli inglesi Coasts. Onestamente mi lasciarono completamente indifferente: suonavano infatti come l’ennesimo mediocre gruppettino britannico alla ricerca del successo sulla scia dei Two Door Cinema Club. Ritmo, chitarre party-oriented, un briciolo di elettronica e secchiate di energia post-adolescenziale. Ora, i pregiudizi andrebbero sempre scansati e l’apparenza spesso inganna, ma talvolta capita di trovarsi davanti a casi che confermano ogni aspetto – negativo – superficialmente individuabile alla prima impressione. Perché se è vero che un bel film difficilmente avrà una locandina caratterizzata da un’estetica di questo o di questo tipo, è anche vero che un buon disco difficilmente avrà una copertina di queste fattezze. Anche senza arrivare a certi casi così spudoratamente inequivocabili, quando il contenuto è maleodorante, molte volte lo si può già intuire dalla presentazione.

Questa riflessione per introdurre il secondo contatto con i Coasts avvenuto poche settimane fa, quando, alla ricerca di musica nuova su Spotify, mi sono imbattuto nuovamente nei bristoliani: guardando l’artwork del singolo Wash Away (che poi è lo stesso che trovate qui sopra) e premendo play è dovuto passare parecchio tempo prima che capissi che quelli che avevo davanti erano gli stessi Coasts di due anni prima: un logo da graphic-designer alle prime armi messo in primo piano come in molti prodotti fake-indie pronti per il mercato ed elementi sonori clamorosamente ripuliti. Non che in precedenza i Nostri facessero noise, ma emergeva comunque una certa genuinità. Decido quindi di informarmi meglio e scopro che nel frattempo hanno firmato per una major (Warner), che sono andati in tour con due best-seller albionici come George Ezra e James Bay e che – entro poche settimane – avrebbero pubblicato l’album d’esordio, accompagnato da comunicati stampa impregnati da quel calderone di aggettivi che solitamente accompagnano la promozione delle boy-band. Tutto chiaro quindi: il gruppo guidato da Chris Caines ha un solo obiettivo, ovvero diventare una band da stadio.

Dopotutto lo ammettono in prima persona: «we write music in the hope that there will be thousands of people singing it back to us», «we just want to make music that makes people feel good and reminds them of the summer and everything that goes with it» e ancora «we genuinely just want to be the biggest band. We’ve got no qualms about admitting that. We want to play in front of massive crowds. We want to play stadiums». Eppure l’ultimo singolo, You, è proprio una riflessione sulle difficoltà emotivo-relazionali legate al raggiungimento di un successo tale da limitare i rapporti con gli affetti più cari. Ovviamente gli crediamo, ci mancherebbe, ma lungo le dieci tracce di Coasts non c’è nulla che sembri voler ostacolare il raggiungimento dell’obiettivo o quanto meno rendere il percorso più interessante, perché quello di raggiungere il successo è di per sé un obiettivo tutt’altro che disdicevole, ma la grande differenza sta nel modo con cui la meta viene conquistata.

Al lavoro sull’album abbiamo Mike Spencer (Rudimental, Jamiroquai), Eliot James (Kaiser Chiefs, Noah and the Whale), il leader dei Does It Offend You, Yeah?, James Rushet, e Mark Crew (Bastille), Impossibile però colpevolizzare esclusivamente un comparto produttivo apparentemente scelto senza nessun filo conduttore, dato che proprio a livello compositivo i brani targati Coasts sembrano seguire più le rigide formule della struttura pop, piuttosto che una vera ispirazione artistica. Qualche esempio: Oceans – uno dei brani di punta reso ancora più inutilmente bombastico rispetto alla prima versione – viene rovinato da un chorus irritante, la strofa di Modern Love suona come una b-side dei Bastille (specialmente per il ruolo delle percussioni), prima di esplodere nel più classico dei fastidiosi ritornelli jump-inducing. Anche Stay in questa sede è stata completamente stravolta: se la versione originale (la potete ascoltare qui) ruotava attorno a vibrazioni a cavallo tra Vampire Weekend e Two Door Cinema Club, l’edit presente sul disco rende la traccia esageratamente epica (anche in questo caso è la batteria la principale responsabile) e pacchiana. In pratica, sta al pop-rock come l’EDM sta all’elettronica. Non va tanto meglio quando gli inglesi abbandonano le dinamiche uptempo: casi in cui invece di guadagnare profondità finiscono per suonare come una versione degli Imagine Dragons con minor fiuto pop (Wolves) o, quando va bene, come dei cloni dei secondi Foals (Wash Away), privi di quella aurea arty e quelle intuizioni che rendono la band di Yannis Philippakis, invece, credibile.

Se impazzite per le formazioni pop-rock dal sound generico e furbo potrebbero fare per voi, altrimenti meglio starne alla larga.

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