Recensioni

Chiuso in se stesso, un mondo a parte, serrato nella sua nicchia a portelloni stagni e pertanto immune alle contaminazioni. In un certo senso, se fosse vero quello che si dice di lui, il metal sarebbe il genere che meglio interpreta il sentimento odierno, dal momento che mentre scriviamo viviamo asserragliati nelle nostre case per difenderci da un virus che evidentemente ci trova particolarmente simpatici e accoglienti. Occhio però, che è solo un giudizio sommario e superficiale – e forse anche proferito in malafede – quello per cui il metal è una realtà ottusa e poco incline all’evoluzione. Lo dimostrano i Code Orange, da Pittsburgh, Pennsylvania, attivi da oltre un decennio e tra i tedofori più a loro agio nel portare la fiaccola del genere.
Quattro lavori in studio all’attivo, incluso questo Underneath che arriva a tre anni di distanza dal precedente Forever e ripete, aggiornandoli, i codici entro cui è solito muoversi il gruppo statunitense: growling estremo, crepitanti loop di batteria, mood dark/industrial e improvvise esplosioni di cieca rabbia a disegnare scenari angoscianti da fine del mondo. Il tutto secondo i canoni classici del metallo pesante, dalla doppia cassa ai repentini cambi di ritmo, ai riff assassini e il sostegno di tre chitarre. Senza nascondere un evidente afflato post-hardcore/metalcore e senza lesinare in elettronica e ninnoli digitali. Un mix che concorre all’erezione di una colossale impalcatura in stile gotico dagli ampi finestroni allungati che prendono in ostaggio la luce all’interno, per imbottirla di calci e sbatterla fuori livida di ecchimosi, a mo’ di avvertimento a chiunque avesse la malsana idea di intrufolarsi nel mondo allucinato di questo rapace e spiritato collettivo.
Sarà che inghiottire un intero coniglio in partenza (Swallowing The Rabbit Whole, primo brano in lista – dopo l’intro deeperthanbefore – che fa subito capire che aria tira) non renda particolarmente bendisposti alle relazioni. E non è certo più accomodante vivere In Fear, dove a fasi più soft fanno da contrappunto deflagrazioni canore da sgozzamento in atto. Meglio allora restarsene You And You Alone, ma pure qui, da soli si finisce presto a essere mal accompagnati, ovviamente in senso buono, se la vedete dal lato giusto.
E comunque il prosieguo del tracciato non è affatto un rettilineo a rischio di abbiocco ma un itinerario ricco di deviazioni e percorsi alternativi. Agli ovvi riferimenti ai leggendari giganti del doom e del death metal, si affiancano meno scontati richiami a Ministry e Nine Inch Nails, ma anche al nu metal di Korn e Deftones, e un pezzo come Sulfur Sorrounding rievoca addirittura certo crossover dai lezzi adolescenziali di inizio Duemila in stile Limp Bizkit, Linkin Park e Guano Apes. Certo, qui di radiofonico c’è poco, anche se non mancano passaggi dal piglio più melodico (Who I Am e Autumn And Carbine, a nostro avviso tra gli episodi migliori del lotto), corroborato da ritornelli se non proprio catchy, quantomeno tersi, tondi, precisi e mondati da ogni lordura.
Del resto, è la dualità il motivo dominante del disco, prodotto da Morgan e Nick Raskulinecz con il supporto di Will Yip e Chris Vrenna, e presentato dal combo come un lavoro che ruota attorno al concetto che «risiede in ognuno di noi, come individui immersi in una società dominata da un nirvana digitale sovrappopolato, sovraesposto e spietato. Tutti noi abbiamo una voce ma nessuno sembra dargli importanza, precipitiamo nella tana delle paure più profonde, dell’ansia e dei rimpianti per affrontare il mostro che ha preso forma sotto la superficie». Perché in fondo, da vicino, nessuno è normale.
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