• feb
    04
    2015

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42 records

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Quando nel 2012 uscì Un meraviglioso declino, primo disco lungo di Colapesce, chi vi parla lo accolse con una certa freddezza, pur ammettendo l’ottimo livello del songwriting dell’ex Albanopower, Lorenzo Urciullo (premiato poi lo stesso anno con la Targa Tenco riservata al miglior disco d’esordio e nobilitato da vendite consistenti, oltre che da una ristampa deluxe dello stesso album). Il motivo era che proprio quel disco – che comunque poteva vantare uno dei brani italiani più belli scritti dall’inizio del nuovo millennio, ovvero la poetica Restiamo in casa, involontario manifesto di una generazione cresciuta tra disillusione e intima rassegnazione – intercettava, tra le altre cose, il rigurgito neo-cantautorale della seconda metà dei Duemila (dischi come Non c’è due senza te di Dente, Canzoni da spiaggia deturpata di Le Luci della centrale elettrica e Vol I di Brunori Sas uscirono rispettivamente nel 2007, 2008 e 2009) e certe cadenze dreamy ammiccanti allora abbastanza in voga, mixandole abilmente ma rendendo il tutto, alla lunga, forse troppo monocorde.

Chissà se l’ha pensato anche Colapesce, che invece in Egomostro abbraccia una ricchezza timbrica inedita, pur non stravolgendo una ricetta di base che, nella pratica, resta ancorata a un cantato morbido e sussurrato, e alla consueta intimità racchiusa nei testi che abbiamo imparato a conoscere. Ed è appunto il contorno a cambiare, come se ci si trovasse di fronte a un autore adulto e non più all’indifeso adolescente (figurato) del primo disco, capace ora di lavorare sugli arrangiamenti e sulla complessità di una melodia quasi mai scontata. Tanto che quando parte un brano come Dopo il diluvio ci si trova decisamente spiazzati: batteria, controtempi, chitarre funky trattate, saturazioni di synth e una vis che pare materia più da band, che da solista.

Tolto lo specchietto per le allodole rappresentato da una Maledetti Italiani che richiama il primo album (non a caso, uscita come primo video), il resto del disco marcia su questo binario, tra il call & response di sax e voce in una Reale che ricorda certe cadenze dell’ultimo Iron & Wine ma anche Battisti, l’afro-funk annusato in Egomostro e Breszny, la scenografia liquida di L’altra guancia, le poliritmie di Copperfield, il Mango ipotizzato di Mai Vista. Fondamentale, in questo senso, l’apporto strumentale di Giuseppe Sindona (Mario Venuti), Alfredo Maddaluno (Fitness Forever, Atari e Meg), Fabio Rondanini (Niccolò Fabi, Afterhours, Calibro 35), Vincenzo Vasi (Vinicio Capossela), Alfio Antico, Gaetano Santoro (Aretuska), Benz (Meg, Vinicio Capossela), ma soprattutto quello di Mario Conte (già al lavoro, tra gli altri, con London Funk All Star, Meg, Technophonic Chamber Orchestra, Peppe Barra) in fase di co-produzione artistica. Protagonisti tutti di una prestazione impeccabile e vibrante, oltre che fondamentale nelle dinamiche del disco.

Egomostro è una bella scoperta, ma è anche un album che non ammicca e che dividerà (non basta un solo play per capirlo appieno). Chi di Colapesce aveva apprezzato il suo essere icona perfetta di un cantautorato lineare, timido, introspettivo e facilmente spendibile, rimarrà forse deluso (o per lo meno non del tutto soddisfatto); chi invece non aveva ben accolto il suo esordio discografico, paradossalmente troverà in Egomostro motivi validi per apprezzare il Lorenzo Urciullo musicista.

3 Febbraio 2015
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