• dic
    04
    2015

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Parlophone

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Trattare il nuovo album (A Head Full of Dreams) del gruppo di maggior successo degli ultimi quindici anni (i Coldplay) è più complicato di quanto possa sembrare: la parabola artistica di Chris Martin e compagni è talmente lampante e sotto gli occhi di tutti, che se da un lato facilita il compito, dall’altro aumenta la probabilità di incappare in conclusioni così semplici da risultare banali.

Partiamo da alcuni segnali che direzionano l’opera verso una debacle annunciata: 1) A Head Full of Dreams esce ad appena un anno di distanza da un disco – Ghost Stories – in cui i Coldplay, beneficiati dalla fine della storica relazione di Martin, cercavano (esclusa l’evitabilissima A Sky Full of Stars) di tornare sui propri passi, scrollandosi di dosso una fastidiosa immagine di band euforica e colorata (Viva la Vida or Death and All His Friends e soprattutto Mylo Xyloto) e raccogliendo numeri consistenti ma decisamente inferiori alle aspettative; 2) l’intero progetto ruota sempre più attorno alla figura – giorno dopo giorno meno carismatica – di Chris Martin; 3) il disco segue alcune dichiarazioni piuttosto esplicite sulla possibile conclusione dell’avventura Coldplay; 4) all’interno delle undici tracce abbondano ospiti senza nessun filo conduttore; 5) la produzione è principalmente affidata agli Stargate (duo che si è fatto spazio tra un disco dei Blue e uno degli S Club 7), mossa piuttosto limitante per chi in passato ha collaborato con luminari come Brian Eno – qui comprimario solamente nella conclusiva Up&Up – e Jon Hopkins; 6) un singolo fondamentalmente brutto, Adventure of a Lifetime, che insegue un già di suo per certi versi improbabile revival disco-funk; 8) un artwork ed un’estetica promozionale che ricorda quella di Mylo Xyloto, ad oggi il punto più basso della carriera della band.

Premesse dal sapore disfattista che vengono smentite a corrente alternata da una tracklist che, pur non essendo priva di un retrogusto b-sides, regala alcuni episodi moderatamente piacevoli. Bird, ad esempio, nel suo suonare come una Close To Me in versione 2x riesce nell’impresa di proporre un ritmo sostenuto senza cadere nei tentacoli del pacchiano. Up&Up, per quanto costruita attorno ad uno stucchevole arrangiamento da boy band, entra in testa con estrema facilità (sarebbe interessante un remix acid/madchester). Ancore di salvezza vaghe ed evanescenti all’interno di un lavoro che di realmente sfizioso e appagante ha ben poco. La title track non ha nessuna remora nello sconsacrare certe idee di stampo U2 con abbondanti cori da stadio, forse l’elemento che più di tutti rende da qualche anno a questa parte poco digeribile l’operato della band. La tanto chiacchierata, quanto impercettibile, presenza dell’ex Gwyneth Paltrow (ma interessa davvero a qualcuno?) fornisce il giusto background da serie TV a Everglow, ballata non troppo distante dalle sonorità del disco precedente. Melodicamente onesta ma tutto sommato prescindibile. Altrove regna una patina wannabe-r&b non sempre riuscitissima: Hymn for the Weekend (c’è lo zampino di Avicii, purtroppo) è materiale che cozza terribilmente con l’attitudine e il timbro di Martin, e infatti si rialza giusto nei brevissimi frangenti in cui Beyoncé entra in scena. Aggiungete un po’ di retorica tanto per gradire, tra gli estratti di speech di Barack Obama (ma dopo tutto i Muse hanno recentemente scomodato John Fitzgerald Kennedy) e massicce quanto reiterate dosi di un’ordinarietà pop che amalgama la classicità dei primi tempi con le ultime derive, radicate in velleità bombastiche appesantite da contaminazioni (in primis elettroniche) che non riescono a donare il valore aggiunto che vorrebbero.

Quarantacinque minuti che passano senza lasciare praticamente nulla, neppure quell’aura di intensità/intimità che caratterizzava Ghost Stories. Head Full of Dreams è un album traballante e privo di scheletro, ed è tale anche senza farsi influenzare dalla nostalgia dei tempi in cui, armati di pochi effetti speciali, i Nostri davano un senso di concretezza – insieme ai Travis – al nebuloso periodo post-britpop. Probabili prossimi step: un corposo greatest hits da pubblicare a ridosso di Natale, un disco solista di Chris Martin e qualche operazione celebrativa per il ventesimo anniversario di Parachutes.

4 dicembre 2015
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