U2

Acrobati sulla scia luminosa di una stella morente

La storia degli U2 è abbastanza semplice da raccontare, non fosse altro perché fornisce appigli cronologici immediati, schematici, facili da ricordare. Accade di rado che l’attività di un gruppo o artista coincida in modo così plastico con cambi di decennio, secolo, millennio. Pensateci: ad oggi, per loro, gli anni di carriera discografica (se la si intende a partire dal primo LP) sono quaranta tondi, dal 1980 al 2020. Parabola che possiamo suddividere in quattro macroperiodi artistici coincidenti con aderenza più o meno geometrica al poker di ultimi decenni, in ognuno dei quali – al netto di ulteriori distinguo – Bono e soci hanno offerto una differente versione di se stessi: ci sono stati gli U2 duri e puri degli anni’80, quelli acidi ed elettronici dei ’90, quelli back to the roots degli anni Zero e quelli – come definirli? – piatti e tristi degli ultimi due lustri.

Già, ma chi sono veramente gli U2? Quale delle tante facce con cui si sono offerti al mondo è quella “ufficiale”, da prendere a riferimento per i posteri? Qual è la vera personalità di questi Leonard Zelig – per dirla con Woody Allen – del rock? Sono, gli U2, i quattro smilzi tutti acne e chiome scapigliate degli esordi o i paramilitari pacifisti di War? Gli impressionisti ed evangelici apostoli del Live Aid o gli homeless con cappelli e stivali da cowboy di The Joshua Tree? E ancora, i bohèmien lisergici e allucinati dello ZOO TV o i fricchettoni impasticcati di Pop? Oppure, di nuovo, una qualsiasi di queste opzioni o la versione casual in formato quattro cavalieri della normalità inscenata a partire dal 2000 e per i vent’anni successivi?

Perché è oggettivo che a un certo punto gli U2 abbiano come tirato i remi in barca. Stanchi di cambiare sempre faccia ne hanno assunta una definitiva, fatto salvo qualche sporadico e svogliato cambio d’espressione. Ed è lì, a cavallo tra vecchio e nuovo millennio, che si sono liberati una volta per tutte dal fardello di dover sempre anticipare i tempi, o di cavalcarli per poterli raccontare dalla prospettiva avventurosa di chi monta la bestia. All’ultimo cambio di scena, la svestizione è stata definitiva; la band ha riposto i costumi nel baule e infilato metaforicamente pigiama e ciabatte, facendo chiaramente intendere le intenzioni per la serata. Di conseguenza, anche la qualità dell’offerta musicale si è – per così dire – adeguata al rilassamento generale senza quasi più offrire guizzi, se non qualche isolato e progressivamente sempre più raro colpo a effetto, frutto del gran mestiere di cui la band è ancora innegabilmente dotata.

Per quanto appena detto, si può concludere con una discreta dose di obiettività che nella seconda metà della loro carriera gli U2 abbiano sostanzialmente vissuto di rendita sul tantissimo di buono costruito nella prima. Si poteva tenere in alto l’asticella più a lungo? Forse sì, forse no, ma è innegabile che per quattro decenni e rotti abbiano se non determinato (sarebbe troppo), quantomeno accompagnato la storia dell’uomo, guadagnandosi il pass non solo per l’Olimpo del rock ma anche per la molto più insigne e ristretta galleria dei fenomeni di costume.

Gli U2 in uno scatto risalente al febbraio 1980 (foto di David Corio)

1976-1980: stories for boys

Era abbastanza ovvio che c’era un divario nell’abilità musicale dei componenti, ma non era un problema perché eravamo tutti abbastanza scarsi.

Un’arrampicata, quella dei Nostri, iniziata un sabato d’inizio autunno del 1976 e avente come centro di gravità la Mount Temple Comprehensive School, istituto frequentato in larga parte da ragazzi della medio/piccola borghesia dublinese. Si badi che essere borghesi a Dublino negli anni ’70 significa essenzialmente avere un’abitazione di proprietà, spesso fuori dal centro, e il più delle volte un solo stipendio fisso entrante in casa con il quale il capofamiglia deve mantenere moglie e – nella maggior parte dei casi – due o tre figli. L’anno scolastico è appena iniziato e ciò comporta per i ragazzi, oltre al ritorno sui banchi, il recupero – dopo la pausa estiva – di buone e sane abitudini tipo riunirsi il sabato pomeriggio con gli amici per ascoltare dischi, ragionando dei prossimi concerti in città e delle fighe da puntare. Un bel giorno, Larry Mullen, un quasi quindicenne di buona famiglia cattolica (faremo più di qualche volta riferimento alla religione nel racconto di questi primi anni in quanto in Irlanda, nei Settanta – ma anche dopo, in verità -, rappresenta ancora un aspetto centralissimo della sfera intima e sociale delle persone) e con la passione della musica, stufo di ascoltarli solamente, i dischi (sul tema fighe invece non ci esprimiamo, ma va detto che in questa fase storica un certo rigore morale – se poi autentico o se solo di facciata è un altro discorso – è ancora tipico delle famiglie della classe media irlandese, in primis per via delle suddette convinzioni religiose), decide che è venuto il momento di formare una band. Lui è un batterista e in passato ha fatto parte della storica Artane Boys Band (esiste ancora oggi ma senza Boys nel nome, visto che dal 2004 vi sono ammesse anche le donne), una marching band per giovani musicisti, di quelle che suonano alle parate ufficiali, da cui se n’è andato per due ragioni: 1) si passava più tempo a imparare gli spartiti che a suonare; 2) gli avevano chiesto di tagliarsi i capelli. In verità, vorrebbe pure cambiare genere: anche per un tipo inquadrato, schematico e portato a non fare mai il passo più lungo della gamba come lui, le regole dello stile marziale sono troppo costrittive. E allora che fa? Prende carta e penna e scrive un annuncio che appende nella bacheca della sua scuola. Lo stile – da par suo – è asciutto, stringato: «Batterista cerca musicisti per formare una band»; però è efficace, visto che all’appello rispondono in tanti, un’umanità varia che si ritrova nel leggendario primo incontro di quelli che diventeranno gli U2 tenutosi nella cucina della casa della famiglia Mullen. È il 25 settembre 1976.

La prima versione del gruppo non è un quartetto ma un settetto. Presto però il numero calerà di un paio di unità, per poi stabilizzarsi nella formazione giunta fino a noi. Paul David Hewson è uno di quelli che hanno risposto all’appello. È un ragazzo estroso, a scuola lo conoscono tutti, ha un carattere sfrontato, ma difficile. Anzi, a dirla tutta, ha anche una certa propensione alla lite. Adora attirare su di sé gli sguardi della gente, è uno che si nota subito e diventa chiaro fin dal primo incontro che il fulcro del gruppo sarà lui. Prende subito l’iniziativa, sciorina idee, progetti, e il fatto che non sappia suonare nessuno strumento e che spesso si dimentichi addirittura la chitarra a casa, appare del tutto irrilevante. Dave e Dick Evans, invece, sono due fratelli, entrambi chitarristi. Hanno imparato a suonare su una sei corde che si sono costruiti da soli. Sono simili nel carattere e vanno molto d’accordo. Dave è un tipo brillante, intelligente, ha l’aria di uno che supererebbe a pieni voti qualsiasi test o esame universitario e che eccellerebbe in qualsiasi campo. È un tipo taciturno ma dalla forte personalità, uno a cui ci si potrebbe affidare per un consiglio e avrebbe sempre la parola giusta. Dick è simile ma ha un piglio più intellettuale, analitico, e un approccio alla musica più scientifico. È evidente che appaia come un pesce fuor d’acqua in quella combriccola di sconclusionati; è il più grande di tutti, vent’anni da compiere a breve, ma soprattutto ha già le idee chiarissime, mentre gli altri, tutti di età compresa tra i quindici e i sedici anni, brancolano ancora nel buio e non hanno uno straccio d’idea sulla direzione da prendere. Anche esteticamente, la differenza salta subito agli occhi: gli altri arruffoni, scomposti, trasandati e con le facce piene d’acne; lui ben pettinato, con gli occhialetti fini e la barbetta da hipster. Poi c’è Adam Clayton, la star, il personaggio più cool, stravagante, il posh member che ogni band vorrebbe nelle proprie fila. A scuola è famoso per i suoi abiti sopra le righe e i suoi comportamenti strambi. Si dice che ami andare in giro nudo per i corridoi e che in classe, quando non si mette a dormire, ami sorseggiare caffè dal termos che si porta sempre dietro. Di Larry, invece, abbiamo detto: oltre a essere il padrone di casa è anche il più piccolo tra i presenti, 15 anni ancora da compiere. Gli altri due componenti della comitiva sono infine Ivan McCormick, fratello di Neil, futuro giornalista che curerà anche diversi libri sugli U2 – tra cui l’enciclopedica biografia U2 by U2 pubblicata nel 2006 e l’esilarante libro-confessione Killing Bono – e Peter Martin. Quest’ultimo abbandona quasi subito, mentre McCormick resterà in lineup per circa un mese.

All’inizio, nella squinternata compagnia regna il caos e non si sa bene chi debba suonare cosa. Gli unici a possedere qualche rudimento tecnico in fatto musicale sono i due fratelli Evans, autodidatti e già abbastanza bravi, almeno rispetto agli altri. Anche Larry conosce i fondamentali della batteria, ma Adam e Paul sono sostanzialmente digiuni di nozioni, sebbene il primo si porti sempre appresso un basso. Il primo nome scelto per il combo è Feedback, il che – peraltro – si addice bene all’involontaria cacofonia che esce dagli amplificatori nelle loro prime prove. Ma non è solo la band a darsi un nome, in alcuni casi anche i singoli componenti si affibbiano degli appellativi. Paul diventa Bono Vox – o più semplicemente Bono – dal nome di un negozio di apparecchi acustici situato nei pressi di O’Connell Street, in pieno centro a Dublino; Dave, invece, viene ribattezzato The Edge, per via della forma della sua testa. La consuetudine di inventarsi dei soprannomi è una pratica già in uso nella combriccola di amici di Bono. Lui vive a Cedarwood Road, una ventina scarsa di minuti dal centro della città, dove frequenta il Lypton Village, una gang di pazzoidi che si divertono ad andare in giro per le vie della città mettendo in scena dei veri e propri spettacoli di strada improvvisati, piccoli show di arte performativa realizzati con pochi mezzi e in modo rudimentale. Una sorta di versione dublinese dei Monty Python, solo molto più surreali, quasi dadaisti, e in stile teatro dell’assurdo ispirato a Samuel Beckett. Del Village fanno parte anche Gavin Friday, Derek Rowen (meglio noto come Guggi), David Watson jr. (alias Dave-iD), Pod e Strongman, che da amici del solo cantante lo diventeranno presto anche dei Feedback tutti, ma che soprattutto si costituiranno come Virgin Prunes, altra storica band di Dublino che riuscirà a ritagliarsi un proprio spazio nel panorama musicale cittadino, e non solo, ma che stilisticamente batterà tutt’altre strade rispetto ai futuri U2, inerpicandosi su territori art/glam/gothic punk e guadagnandosi una certa fama con esibizioni dal vivo innovative e fondate sulla mescolanza tra musica, teatro, folclore e avanguardia – tra rituali neopagani e inni alla naturalità – spesso anche in modo oltraggioso e provocatorio (roba tipo lanci di budella di maiale sul pubblico e altre sconcezze). In queste prime fasi, Feedback e Virgin Prunes sono come band “gemelle”, o meglio sorelle venute al mondo a poca distanza l’una dall’altra, poiché i Prunes si formano in un momento successivo e faranno spesso da spalla a Bono e soci, che non di rado li imporranno come loro opening nelle serate in giro per i pub di Dublino, anche se ciò non basterà a sradicarli dalla dimensione di nicchia che si sono ritagliati.

Quanto ai Feedback, gli esordi sono a dir poco – vogliamo usare un eufemismo? – claudicanti e contraddistinti più che altro da prove fatte in casa o in una sala della loro scuola che sono riusciti a farsi mettere a disposizione dal preside e dove si ritrovano una volta a settimana. Dublino è una città ricca di fermento, c’è musica a ogni lato delle strade, sono tantissimi i gruppi che continuamente nascono e si sfaldano nel giro di pochi giorni, in alcuni casi anche poche ore. Però siamo alla periferia del rock. La scena, ad alti livelli, è pressoché inesistente, al netto di un pugno di band più famose come i Thin Lizzy, gli Horslips e i Boomtown Rats capitanati da Bob Geldof, il futuro organizzatore del Live Aid. I Feedback, al confronto, sono inconsistenti, non fosse altro perché a fargli difetto è il “dettaglio” del saper suonare, prima individualmente e poi come gruppo. E qual è il modo migliore per iniziare a imparare se non cimentarsi con brani altrui? Tra i pezzi che inaugurano il repertorio della neonata formazione ci sono Show Me The Way di Peter Frampton e Bye Bye Baby dei Bay City Rollers, ed è con questi “cavalli di battaglia” che il gruppo tiene la sua prima esibizione pubblica in assoluto, quella in un concorso per nuovi talenti organizzato nella palestra della loro scuola: dieci minuti scarsi di show che, tuttavia, gli aprono davanti un mondo. È in questa fugace esibizione che scatta la più classica delle scintille e i Feedback da passatempo del mercoledì pomeriggio diventano un vero progetto. Decidono anche di cambiare nome: d’ora in poi saranno The Hype, come la backing band di David Bowie nata nel 1970. Col passare del tempo, aumentano anche le cover in repertorio, tra cui canzoni di Rolling Stones, Moody Blues, Eagles, Rory Gallagher e lo stesso Bowie.

Il primo concerto dei futuri U2

Poi, nell’estate del 1977 arriva il punk e tutto è di nuovo stravolto. Per gli Hype il nuovo genere è una rivelazione, anche se non vorranno mai farne parte a tutti gli effetti. A Londra non si ascolta altro, ma anche a Dublino iniziano a formarsi i primi gruppi che prendono le mosse dal nuovo filone. Tra questi ci sono i Radiators From Space il cui cantante, Steve Averrill, diventa amico degli Hype e ne curerà la grafica dei primissimi poster, oltre a creare per loro delle speciali spille personalizzate. Ma ciò per cui passerà alla storia – come vedremo – sarà soprattutto l’aver suggerito alla band il nome U2. Torniamo però all’estate del ’77. Abbiamo detto che il punk schiude nuove porte agli Hype, e ciò è ravvisabile in primis nel loro repertorio, che inizia a includere pezzi di Stranglers, Ramones, Wire e Sex Pistols. Ma i Nostri non ci mettono molto a fare propria la filosofia cardine del nuovo movimento, riconducibile al messaggio puoi farlo anche tu, e così iniziano a prendere confidenza con l’idea di comporre canzoni proprie. In fondo non è difficile, si dicono, basti pensare all’elementarità dei pezzi dei Ramones. Nascono così le prime bozze di brani come The Fool, Life On A Distant Planet e Street Mission. Ovviamente, si tratta più che altro di idee tracciate alla rinfusa, al massimo ombre di canzoni; ma è già un primo passo. Pian piano queste idee vengono rifinite, cesellate, e in particolare Street Mission diventa il cavallo di battaglia della band, al punto che proprio con questa canzone che i futuri U2 esordiscono alla TV irlandese. Accade nel marzo del 1978. I cinque vengono a sapere che un produttore dell’emittente di stato RTE, andrà nella loro scuola per allestire un coro da far cantare in un programma dedicato ai giovani. Bono – per il tramite del suo professore di musica – riesce a mettersi in contatto con lui e a ottenere un’audizione per far inserire la band nel programma. L’esame dà esito positivo e gli Hype vengono invitati in studio per registrare un paio di canzoni: Street Mission, appunto, e Life On A Distant Planet.

Marzo porta però altri stravolgimenti nel gruppo, il quale in questo momento è come sdoppiato in due anime: da una parte ci sono gli Hype – appunto – la formazione canonica in cinque elementi; dall’altra una nuova creatura che, silenziosamente ma inesorabilmente, sta prendendo forma sottotraccia. Dick è sempre meno coinvolto nelle dinamiche collettive, capita spesso che salti le prove o non sia presente ad appuntamenti campali come la stessa comparsata sulla RTE. È fin troppo evidente che la band abbia una fisionomia molto più definita, snella e coerente nella formazione a quattro. Dick è quasi un corpo estraneo e gli altri, avvertendo questa discrasia, iniziano a interrogarsi sull’opportunità perpetuare la sua presenza in lineup. Il più a disagio di tutti è ovviamente Dave/The Edge, coinvolto nella querelle sia come membro del gruppo che come fratello del probabile trombato. Per toglierlo dall’imbarazzo, gli altri decidono di esentarlo dalla decisione di allontanare Dick, il quale in seguito confluirà proprio nei Virgin Prunes. La sua dipartita segna una cesura storica definitiva per la band: è col passaggio alla formazione a quattro che nascono ufficialmente gli U2. Un nome che però non viene assunto immediatamente e di cui il quartetto si convince poco a poco. Addirittura accade che a un concerto il gruppo inizi l’esibizione con il suo vecchio nome, e per l’ultima volta in formazione a cinque, e nella seconda parte dello stesso show annunci ufficialmente che d’ora in poi si chiamerà U2.

I concerti, ecco. La storia degli U2 è sostanzialmente una storia di live, di grandi produzioni e tour mastodontici. Concerto degli U2 è diventata una categoria del pensiero. Ancora oggi, per descrivere eventi open field con altissima affluenza di pubblico e file chilometriche all’entrata, ma anche per descrivere live stage imponenti e spettacolari, si fa comunemente riferimento agli U2. Sono i concerti la colonna portante della loro carriera. L’appellativo di live band gli si addice più che a chiunque altro; quella dal vivo è la loro dimensione ideale, dai primissimi spettacoli in minuscoli club alle produzioni monstre negli stadi di tutto il mondo, dagli spostamenti di città in città a bordo di furgoni scalcinati ai viaggi intercontinentali su lussuosi jet privati. Gli U2 costruiscono la propria credibilità concerto dopo concerto; è grazie alle performance dal vivo che iniziano a farsi un seguito e a guadagnarsi il passaparola tra i fan, così come è grazie ai concerti che si guadagnano il primo contratto con una label. Ogni tour è un passaggio campale per il loro percorso e non è azzardato affermare che nella storia del rock, il marchio lo abbiano lasciato principalmente con i loro live show, fermi restando album straordinari. Non a caso gli U2 sono tra le poche band ad aver pubblicato, per buona parte di carriera, una testimonianza video ufficiale di ogni tour. Senza passare in rassegna i loro concerti, senza una panoramica quanto più completa dei loro reperti live li si conoscerà solo parzialmente – diciamo al massimo per un 40-50% -. Non basta ascoltarsi tutta la discografia, così come per assurdo anche la lettura di una buona biografia può lasciare un senso d’incompiutezza. Per sapere davvero chi sono stati gli U2 è sui concerti che bisogna concentrarsi. E il fatto che, paradossalmente, non abbiano mai dato alle stampe un album live vero e proprio, nel senso di registrazione audio integrale di una loro serata, la dice lunga sulla cura che hanno sempre riservato alla componente visiva, considerato che quasi ogni tour è stato impresso su VHS o DVD, specialmente a partire dagli anni Novanta. Perché sì, la musica va anche vista, oltre che ascoltata.

Uno dei primi show degli U2

Ma le live performance possono essere anche un’arma a doppio taglio, specie per un gruppo agli inizi. Dal vivo salta infatti subito agli occhi come il punto di forza della band, nelle primissime fasi, non siano le qualità tecniche. La sezione ritmica non riesce ad andare a tempo e il coordinamento tra i quattro latita spaventosamente. Fanno molto rumore, quello sì, il che è utile a nascondere le magagne. Ciononostante, sprigionano un’energia impressionante e il non riuscire a trasporre in studio ciò che mostrano dal vivo resterà un loro tallone d’Achille per parecchi anni a venire. E poi c’è Bono, il vero catalizzatore della manovra. Sul palco è invasato, iperattivo, si ha sempre l’impressione che possa fare qualcosa di grosso, o peggio di grave, il che non è affatto tranquillizzante per i suoi compagni. È lui a prendersi sulle spalle gli altri, a proteggerli, in un certo senso, accentrando su di sé sguardi e giudizi del pubblico. Ha la faccia tosta, non ha paura dei fischi, quando canta è totalmente in trance. Una naturalezza e una veracità a tratti imbarazzanti. Come performer è un tantino rozzo, pacchiano, a tratti perfino goffo, ma è onesto, vero, ed è lui la pietra angolare su cui si edificherà la fama del gruppo.

Un gruppo che, se fino a questo momento è stato comunque solo una sorta di divertissement, per i quattro inizia a diventare una cosa seria quando Adam viene espulso da scuola e decide di dedicare tutto il suo tempo al management, diventando in pratica il primo agente della band: va in giro a prendere contatti, bussa alle porte dei locali, telefona ai giornalisti delle riviste musicali per chiedergli di venirli a vedere dal vivo, rilascia i suoi bigliettini da visita, e cose così.

Il 17 marzo, giorno di San Patrizio, festa nazionale in Irlanda, gli U2 hanno l’occasione della vita: a Limerick è in programma un contest per giovani band dove in palio, oltre a 500 sterline, c’è la possibilità di registrare un demo per la divisione irlandese dell’etichetta CBS. I quattro decidono di parteciparvi e saranno gli unici a presentare pezzi propri, la qual cosa gli frutterà parecchi crediti nella corsa, che li vedrà vincitori precedendo, nelle preferenze dei giurati riguardo alla terna finale di candidati, un gruppo folk al femminile e una band chiamata East Coast Angels. È la loro prima grande vittoria in carriera, quasi non ci credono neppure loro. Il premio in soldi gli darà l’opportunità di comprarsi attrezzature migliori – amplificatori, innanzitutto, visto che finora sono stati costretti a condividerne uno, attaccandosi tutti a quello-; ma i soldi gli serviranno anche per pagarsi un vero servizio fotografico e vestiti nuovi. L’altra parte del premio, ovvero la possibilità di incidere un demo, li catapulta invece nei Keystone Studios di Dublino il mese successivo. L’impatto con un vero studio di registrazione però è devastante, a giudicare dal risultato del demo. A Londra, ai piani alti della CBS, la cassetta fa ribrezzo, anche perché dentro c’è un solo brano, Inside Out, il meglio che gli U2 sono riusciti a fare. E a nulla serve che Adam torni alla carica con la branca irlandese della label, bussando alla porta dell’unico “capoccia” che sembri in qualche modo apprezzarli, tale Jackie Hayden, il quale tenta senza successo di convincere i suoi superiori.

La band però non si perde d’animo e continua a scrivere pezzi propri. Ad aprile arriva Concentration Cramp, mentre nel giorno del suo diciottesimo compleanno, il 10 maggio 1978, Bono scrive Out Of Control, una canzone che parla di come i due eventi più importanti della vita, la nascita e la morte, sfuggano al nostro controllo. «I was of the feeling it was out of control», recita il testo nel ritornello. Un tema di certo non usuale per una giovane band. La morte, del resto, sarà un refrain nei testi degli U2. Bono ha perso la madre all’età di quattordici anni, stroncata da un arresto cardiaco proprio durante il funerale del di lei padre. Da quel momento, casa Hewson non fu più una famiglia ma solo un tetto sotto cui convivevano tre uomini: Bono, suo fratello maggiore Norman e loro padre Bob, ognuno con la propria vita separata dagli altri. Non di rado, nei testi della band, affiorerà il tema del rapporto di Bono con il suo genitore superstite dopo l’evento luttuoso che li colpì.

Nel frattempo, altri brani entrano a far parte del repertorio. A questa fase risalgono Shadows And Tall Trees e TV Song (chiamata così perché ispirata alle sonorità dei Television di Tom Verlaine). Parallelamente, il lavorio manageriale di Adam inizia a dare i suoi frutti. Verso aprile/maggio, lui e Bono incontrano Bill Graham, influente giornalista di Hot Press, la più nota rivista musicale irlandese, il quale come primo consiglio gli suggerisce di trovarsi un vero manager. Già, ma chi? Il cronista gli fa il nome di un certo Paul McGuinness, suo vecchio amico dai tempi del college, già con esperienza nell’industria cinematografica ma anche in campo discografico, avendo curato, per un certo periodo, gli interessi dei summenzionati Horslips, ma anche di un altro gruppo chiamato Spud. McGuinness è più grande di una decina d’anni rispetto ai quattro componenti della band e inizialmente sembra abbastanza deciso a non accettare l’incarico. Gli piacciono gli U2 dal vivo, trova che abbiano carisma, energia, ma lo frena la loro imperizia nel suonare e lì per lì non va oltre il dargli qualche consiglio o l’accompagnarli sporadicamente a qualche serata. A un certo punto però cambia idea, accetta di rappresentarli e le cose per la band prendono un’altra piega. Uno dei suoi primi risultati è riuscire a piazzare il gruppo come headliner in una serata che si tiene a fine luglio al McGonagle’s, iconico pub di Dublino, riuscendo a farla mettere davanti ai Modern Heirs, il nuovo gruppo di Steve Averrill dopo lo scioglimento dei Radiators From Space. A seguirlo più da vicino nelle faccende organizzative è Adam, il quale sembra anche il più ricettivo dei quattro in merito agli annessi e connessi alla vita da musicisti. Non a caso, il bassista finisce per diventare anche amico e compagno di sbronze e scorrazzate notturne di McGuinness, finendo col passare insieme a quest’ultimo, un quasi trentenne, più tempo che con gli altri tre della band, suoi coetanei ma votati a una vita più inquadrata dal punto di vista delle licenze “viziose”. Adam è il meno incline del quartetto a farsi scrupoli riguardo allo stile di vita, del resto è anche l’unico a non aver avuto una formazione cattolica, difatti è ateo. La differenza però lascerà strascichi e inizierà a pesare, scavando un solco fra lui e gli altri che arriverà – come vedremo – a minacciare l’esistenza stessa del gruppo.

Dei giovanissimi U2 insieme al loro manager Paul McGuinness

Ad ogni modo, avere un manager non significa affatto che adesso i soldi inizino a piovere dal cielo come d’incanto, anzi. McGuinness definisce strategie ma non ha il potere di battere moneta. Quel che può fare è insistere con la CBS affinché metta sotto contratto la band. Conosce Hayden e gli fa ascoltare un secondo demo, stavolta dalla resa migliore ma – di nuovo – non abbastanza da colmare il gap tra le qualità che la band dimostra dal vivo e quelle in studio. Nel frattempo, i ragazzi proseguono a macinare live e prendono la faccenda sempre più seriamente. Larry lascia la scuola alla fine dell’anno, mentre Bono ed Edge ottengono dai rispettivi genitori un po’ di tempo aggiuntivo per cercare di mettere a frutto i loro sogni in musica e non doversi cercare subito un lavoro.

A settembre la band suona come spalla degli Stranglers al Top Hat Ballroom davanti a 2.500 persone. È la prima volta che gli U2 aprono per un gruppo famoso e riescono anche a spuntare una minima percentuale sull’incasso. Più avanti accadrà anche con i Greedy Bastards, band formata da membri di Thin Lizzy e Sex Pistols. Ma stranamente, è Cork, la seconda città d’Irlanda, a riservare agli U2 la soddisfazione più grande: in un contest che si tiene a ottobre, la band risulta essere la più acclamata da un pubblico accorso all’appuntamento principalmente per gli altri gruppi in cartellone. Larry nel frattempo ha trovato impiego per una società di ricerche petrolifere e il lavoro lo ha un po’ allontanato dal gruppo, al punto che in alcune serate gli altri sono costretti a ingaggiare un batterista sostitutivo. A novembre, però, sua madre muore e il biondo autore dell’annuncio da cui è nata la formazione torna con entrambi i piedi nel progetto, anche perché l’avvenimento rafforza la sua amicizia con gli altri membri, soprattutto con Bono, che avendo vissuto la stessa perdita quattro anni prima riesce a capirlo come nessun altro. Ora gli U2 stanno diventando un gruppo nel senso più compiuto del termine.

Il 1979 si apre, manco a dirlo, all’insegna dei concerti. La band si è ormai creata un seguito piuttosto nutrito a Dublino e per le strade della città i cartelloni con il suo nome diventano quasi un normale arredo urbano. Di tanto in tanto, l’esponente di qualche casa discografica va a vederli suonare, smosso dalle pressioni di McGuinness o sull’onda di qualche buona recensione sulla stampa specializzata, ma sul fronte contratto – purtroppo – ancora niente. I quattro proseguono nel comporre canzoni e incidere demo fatti in casa. Nuovi titoli in repertorio sono – tra gli altri – Alone In The Light, Another Time Another Place, Cartoon World e False Prophet ma presto arrivano anche In Your Hand, Boy-Girl e The King’s New Clothes.

A partire da maggio, gli U2 suonano per sei sabati consecutivi nel parcheggio al coperto del Dandelion Market. Le esibizioni si tengono nel primissimo pomeriggio e ad assistervi c’è un pubblico via via sempre crescente. Sono show divenuti mitici nell’immaginario degli hardcore fan poiché è a partire da questi che gli U2 smettono di essere percepiti come un gruppo spalla di questa o quella band e diventano un gruppo con un proprio seguito di affezionati. E a proposito di hardcore fan e Dandelion Market, è qui che in agosto verrà effettuata una delle primissime registrazioni di un loro concerto (lo stesso show che vale alla band anche un buon live report da parte di Hot Press che ne sottolinea, in primis, l’originalità del suono). Anche se la più antica in assoluto è quella contenuta nel bootleg dal titolo Bono works at McGonagle’s e riguardante esibizioni tenutesi nel famoso locale tra giugno e ottobre del 1979.

Gli U2 durante la prima esibizione al Dandelion Market nel 1979 (foto di Colm Henry)

Ma è un’altra tipologia di registrazione a interessare al gruppo: quella da effettuarsi in studio per un vero e proprio disco. Per questo però serve la CBS. Il certosino e insistente lavorio di McGuinness porta finalmente i suoi frutti a giugno, quando la label, probabilmente consigliata dai report dei suoi emissari riguardo all’entusiasmo che i live dei quattro suscitano a Dublino, decide di dare una chance alla band. Il quartetto ritorna così agli studi Keystone (ma il missaggio finale del lavoro avverrà nei mitici Windmill Lane) il 4 agosto accompagnato da Chas De Whalley, talent scout della divisione londinese della label al quale McGuinness ha fatto una corte serratissima nelle settimane precedenti. De Whalley sarà anche il produttore di questa prima prova discografica degli U2, che in un paio di giorni registrano tre brani: Stories for Boys, Boy-Girl e Out Of Control. Il risultato – ça va sans dire – diventa Three, EP che viene pubblicato il 26 settembre 1979 (e ristampato l’anno scorso in occasione del quarantennale). Della terna di pezzi, Out Of Control è il più apprezzato dai radioascoltatori a cui la band, durante una trasmissione, ha chiesto di scegliere il lato A dell’EP. Il risultato è infatti un plebiscito a favore della canzone, che inizia da subito a spopolare nei programmi dedicati alla musica giovanile e diventa una vera e propria hit, seppur limitatamente ai patrii confini. Ed è qui che i sogni si scontrano con la realtà. I quattro si rendono conto che lo slancio acquisito durerà poco se non porteranno la loro musica fuori dall’Irlanda. È a Londra che bisogna puntare, è lì che si trova il cuore dell’industria discografica. La capitale inglese è un altro mondo rispetto alla piccola e periferica Dublino, è insidiosa, tentacolare, ma offre anche molte più opportunità. Il problema, come sempre, sono i soldi. Il tempo che i genitori di Bono ed Edge hanno dato ai figli prima di tagliargli i “viveri” sta per scadere, bisogna assolutamente trovare il modo di finanziarsi. La band prova dapprima con un editore indipendente, ma questi dopo avergli promesso la somma si rimangia la parola data, e allora ai Nostri non resta che la mossa della disperazione: farsi prestare soldi da amici e parenti, il che significa andarli a chiedere principalmente a quegli stessi loro genitori già scettici di per sé sulla riuscita del progetto e impazienti di mandare i figli a lavorare. Come faranno a convincerli? Che argomenti porteranno a sostegno di quelle evanescenti e molto poco pratiche aspirazioni che fin troppo hanno già hanno abusato della pazienza concessagli? Ebbene, ci sono momenti nella storia del rock che hanno letteralmente del magico e per gli U2 questo è uno di quei momenti: ad eccezione di quella di Adam, tutte le famiglie prestano ognuna, e senza troppe resistenze, la somma di 500 sterline ai figli. Anche il padre di Bono! E l’episodio sarà così segnante per la loro carriera che lo stesso cantante lo ricorderà molto tempo dopo in un famoso monologo dal palco durante uno dei due celebri concerti allo Slane Castle di Dublino tenutisi nel 2001, a pochi giorni dalla morte dello stesso genitore del vocalist. Il secondo di quegli show sarà pubblicato in DVD due anni più tardi col titolo U2 Go Home: Live from Slane Castle.

Prima di partire per Londra c’è però ancora tempo per il debutto live – datato 5 ottobre 1979 – degli U2 in televisione in un concerto trasmesso in diretta dall’Opera House di Cork, città che – come abbiamo detto – è stata la prima ad “adottarli”, dopo la natia Dublino. Lo show dura circa tre quarti d’ora e la scaletta include ovviamente sia Out Of Control che le altre due canzoni presenti su Three. A novembre, invece, la rivista inglese Record Mirror regala alla band la prima copertina di un magazine al di fuori dell’Irlanda. A questo punto l’irish invasion (della Gran Bretagna…) è pronta a partire. Il tour inizia il 1 dicembre e prevede una decina di date in club della città. Nella maggior parte dei casi, la band apre per altre formazioni, anche celebri, come nel caso della serata all’Electric Ballroom di Camden, dove il piatto forte sono i Talking Heads e gli Orchestral Manoeuvres In The Dark. E se di sera la band suona, di giorno si spende alla ricerca di un contratto. Gli U2 bussano alle porte di svariate case discografiche, anche se nessuna sembra interessata a loro. Le stesse esibizioni serali vanno spesso quasi deserte (“leggendaria” quella all’Hope & Anchor davanti a soli 9 presenti) e la resa tecnica a volte rasenta il disastroso. La continuità, del resto, non è mai stata un punto di forza degli U2. A volte si presenta a vederli qualche talent scout ma nessuno resta impressionato e alla fine il giro londinese si rivela un buco nell’acqua. Non al punto, però, da impedire alla band di tornare nuovamente in studio per la stessa divisione inglese della CBS e registrare un secondo singolo, dal titolo Another Day e comprendente sul lato B un brano intitolato Twilight, il quale – come vedremo – avrà più fortuna del lato A, visto che finirà sull’album d’esordio Boy.

Another Day esce nel febbraio 1980, al culmine di un tour de force di concerti che la band tiene in Irlanda col proposito di risollevarsi dopo la delusione londinese. Nei primi due mesi dell’anno gli U2 si lanciano infatti in una poderosa campagna live in vari locali della città che avrà il suo apogeo nello storico concerto tenuto al National Stadium di Dublino il 26 febbraio. Storico, perché gli frutterà finalmente la tanto agognata proposta di un contratto. Ma andiamo con ordine. L’esibizione viene registrata da RTE Radio e sarà trasmessa più avanti nel corso dell’anno all’interno di uno special. A dispetto del nome, la venue non è un vero e proprio stadio ma un’arena per incontri di boxe che può comunque contenere fino a 2.500 spettatori, una folla finora mai affrontata dalla band. Tra teoria (la capacità) e pratica (l’effettivo riempimento dei posti) spesso c’è un abisso, eppure le prevendite fanno registrare il sold-out, cosa che – per loro fortuna – diventerà una costante nella carriera degli U2, la cui inclinazione a suonare in spazi sempre più grandi ne segnerà gran parte della carriera. Esibirsi nelle grandi aree diventerà la loro dimensione ideale e raramente li si vedrà tornare sui propri passi e ridimensionarsi.

Gli U2 dal vivo nel 1980

A vederli al National Stadium c’è anche Bill Stewart, un talent scout della Island Records che già ha assistito a un loro concerto a Londra e che alla fine dello show scende nei camerini per proporgli finalmente il sospirato contratto. La Island è un’etichetta nata nei tardi anni Sessanta e famosa principalmente per aver diffuso nel mondo il verbo del reggae e del suo alfiere Bob Marley. E’ presieduta da Blackwell e ha uno stile un po’ hippy, non dispone di una struttura imponente come quella di gran parte delle major ma offre comunque agli U2 l’opportunità di sfondare anche al di fuori dell’Irlanda, impegnandosi a pubblicare quattro album in altrettanti anni, con il primo lavoro previsto in uscita entro l’anno, oltre a tre singoli, sempre da dare alle stampe entro dicembre. Non solo. La label lascia agli U2 anche il totale controllo artistico del proprio lavoro, ivi inclusa la parte grafica relativa alle copertine dei dischi, ai poster e ai servizi fotografici. Va detto però che il contratto vero e proprio non viene siglato quella stessa sera, ci sono ancora dei dettagli da sistemare e la firma arriverà solo il 23 marzo, quattro giorni dopo il concerto tenuto dalla band alla Acklam Hall di Londra nell’ambito di un festival dedicato al rock irlandese e che vedrà esibirsi anche Berlin e Virgin Prunes. L’aneddotica riguardo agli U2 racconta della firma dell’accordo avvenuta nel bagno delle donne di un locale: è il Lyceum di Londra, ubicato in Wellington Street, nel distretto di Westminster,> dove la band – rimasta nella capitale inglese per i giorni necessari a sbrigare le pratiche relative all’intesa- è andata ad assistere a uno spettacolo teatrale.

Con Islands alle spalle cambia tutto. In primis perché la band adesso è sostenuta economicamente per quanto riguarda i concerti (sul piano organizzativo, però, deve continuare a fare tutto da sola); e poi perché finalmente può iniziare a pianificare come si deve il lavoro in studio. Lavoro che porta i suoi frutti a maggio, quando esce il primo singolo per Islands, 11 O’ Clock, Tick Tock (con Touch, in precedenza nota come Trevor, sul lato B), prodotto da Martin Hanett. Questi, oltre a essere il primo vero produttore degli U2, è colui che ha diretto i lavori di un disco che è già una pietra miliare del rock: Unknown Pleasure dei Joy Division, pubblicato nell’estate 1979 e che sta influenzando tantissimo, oltre a schiere di giovani band, anche i primissimi U2, sia dal punto di vista del sound che dei testi. Il primo incontro con il produttore avviene negli Strawberry Studios di Manchester mentre questi è al lavoro con Ian Curtis e soci sul singolo Love Will Tear Us Apart. Hannett accetta di trasferirsi a Dublino e si mette al lavoro con gli U2 negli studi Windmill Lane. Con lui, la versione originale di 11 O’Clock Tick Tock viene totalmente stravolta: ne esce un suono più etereo, dall’effetto sospeso, quasi “sotto vuoto” e anni luce distante dalla versione che impareremo a conoscere dal vivo e che sarà immortalata nel live Under A Blood Red Sky. Il brano, peraltro, è entrato nelle scalette degli U2 fin dalla seconda metà del 1979, anche se a quel tempo veniva presentato col titolo Silver Lining. A questo punto è chiaro che Hannett sia il candidato naturale a produrre anche tutto il primo album della band. Il 18 maggio, però, il suicidio di Ian Curtis – di cui Hannett era grande amico – stravolge i programmi: il produttore declina l’impegno e gli U2 sono costretti a cercarsi un altro profilo. 11 O’Clock Tick Tock viene dato alle stampe il 16 maggio ed è supportato da un tour che stavolta tocca tutta l’Inghilterra (Sheffield, Bristol, Birmingham, Manchester, Nottingham e Leeds le città visitate, oltre a Londra) e con esiti trionfali: stavolta il pubblico accorre numeroso, mediamente 100-200 spettatori a serata, e sono gli U2 ad avere una band di supporto, i Fashion. Un vero successo, impensabile fino a sei mesi prima. Ora i Nostri sono davvero pronti per registrare un album.

1980-1983: da ragazzi ad adulti, sotto un cielo rosso sangue

Non siamo solo un’altra band inglese alla moda di passaggio

I lavori iniziano al termine del giro inglese. Il produttore designato è Steve Lillywhite, che ha già lavorato con Siouxsie & The Banshees e soprattutto XTC, producendo il terzo disco in studio di questi ultimi, Drums And Wires. L’occasione di testare la collaborazione con il producer si ha con il singolo A Day Without Me (contenente sul lato B la strumentale Thing To Make And Do), che esce a metà agosto. L’approccio in studio di Lillywhite, positivo, propositivo e coinvolgente, risulta agli antipodi rispetto a quello compassato, distaccato e scientifico di Hannett, e inoltre è teso a valorizzare il sound della band invece di nasconderlo sotto coltri di suoni sintetici, la qual cosa trova ovviamente il favore di Bono e soci.

Boy arriva nei negozi il 20 ottobre e contiene diversi brani già noti ai palinsesti delle radio ma anche ai frequentatori dei loro concerti. Vi si trovano infatti due dei tre pezzi già pubblicati su Three (Out Of Control e Stories For Boys), la succitata A Day Without Me, ma anche Twilight, Another Time Another Place, The Electric co. e Shadows And Tall Trees; quelli più recenti sono invece I Will Follow, che diventerà il secondo singolo nonché una delle canzoni più celebri della band, il dittico An Cat Dubh/Into The Heart e The Ocean. La cattiva abitudine degli U2 di arrivare in studio di registrazione senza aver ultimato le canzoni, un vizio che hanno già manifestato in occasione dei primi demo (e che si ripeterà ancora negli anni a venire), si conferma anche in questa prima prova sulla lunga distanza. La mancanza più clamorosa riguarda i testi, spesso totalmente assenti al momento di varcare la soglia della sala, con Bono che li aggiunge all’ultimo momento, il più delle volte improvvisando al microfono, data la sua rinomata idiosincrasia perfino all’appuntarsi singole frasi su un taccuino.

Ad ogni modo, dalla sessione che tiene impegnati i quattro tra luglio e settembre scaturisce un lavoro coerente, dalla qualità abbastanza elevata per un gruppo alla prima prova. Certo, evidente è l’acerbità del complesso che si manifesta, ad esempio, in una certa ripetitività di alcune soluzioni, specie riguardo alla sezione ritmica, vero tallone di Achille del gruppo in queste prime fasi: del resto – lo ripetiamo – finché si suona dal vivo OK, ma in studio l’impreparazione tecnica emerge in tutta la sua evidenza e in questa fase è perlopiù Lillywhite a coprire le magagne. Le canzoni appaiono comunque ben definite sul piano della scrittura, e i suoni fanno sì che il lavoro possa essere ascritto appieno al filone post-punk in voga in Gran Bretagna nel periodo, benché di certo non ne rappresenti l’apogeo. Del resto, sono già usciti, o usciranno a breve, dischi manifesto del genere: detto di Unknown Pleasures dei Joy Division, i Cure hanno già pubblicato Three Imaginary Boys e Seventeen Seconds; ad aprile 1980 è poi uscito Crocodiles, l’esordio degli Echo & The Bunnymen; mentre a inizio ottobre arriverà l’opera prima, omonima, dei Killing Joke, nel corso dello stesso mese quella dei Teardop Explodes, Kilimanjaro, e a novembre un certo In The Flat Field dei Bauhaus; i Fall, dal canto loro, hanno già due dischi alle spalle e stanno per arrivare col terzo; idem per i summenzionati Siouxsie & The Banshees, che ad agosto hanno dato alle stampe la loro terza prova Kaleidoscope; per non parlare poi di tutte le derivazioni del punk, dagli influssi dance assorbiti già da tempo nei lavori di A Certain Ratio e Gang Of Four a quelli industrial/sperimentali presenti in Throbbing Gristle e Cabaret Voltaire. Potremmo continuare, ma insomma era giusto per dire che in Boy tutto questo mondo riecheggia, tuttavia – con tutto il bene che gli si può volere – vette di tale grandezza stilistica ed espressiva non le raggiunge.

La copertina, comunque, cattura subito l’attenzione. Vi è raffigurato il primo piano stilizzato e in bianco e nero di un bambino (si tratta di Peter Rowen, il fratello minore di Guggi), immagine che, oltre a rappresentare il tema dominante dell’album, dà un volto al titolo. La parola boy, peraltro, compare svariate volte nei testi, profilandosi come leitmotiv di un’opera che ha al centro il tema del disagio di una fase esistenziale che è osservatorio da cui muovono gli autori, alle prese essi stessi con il delicato passaggio dall’adolescenza alla maturità. Certe frasi sono illuminanti («In the shadow boy meets man», da Twilight; o «I’m starting a landslide in my ego/Look from the outside to the world I left behind», da A Day Without Me); ma in Boy sono affrontati anche il tema della morte, ad esempio in due episodi ispirati alla figura della madre di Bono (I Will Follow e The Ocean) e quello del disturbo mentale (The Electric co., un cui passaggio recita «Boy, stupid boy/Don’t sit at the table until you’re able to/Toy, broken toy»).

Un fermoimmagine dal videoclip di “I Will Follow”

Dopo la firma con Island, un pubblico sempre crescente ai concerti, il disco e la relativa attività promozionale, la carriera degli U2 sembra aver spiccato il volo. Boy è accompagnato da un nuovo tour del Regno Unito che ha inizio ai primi di settembre. E oltre alle date previste in Gran Bretagna, la formazione sbarca per la prima volta sul continente europeo. Il primo concerto al di qua della Manica si tiene ad Amsterdam il 15 ottobre ed è preceduto di un giorno da un’esibizione alla radio olandese in cui viene presentata, a grandi linee, la stessa scaletta del corrente tour. Successivamente, gli U2 raggiungono Groningen e Apeldoorn per altre due date nei Paesi Bassi, per poi spostarsi in Belgio (Bruxelles) prima di tornare in UK e riaffacciarsi di nuovo in Europa continentale con uno show tenuto a Parigi il 3 dicembre. A questo punto, è abbastanza singolare il fatto che i Nostri, con solo un pugno di concerti all’attivo in Europa, tentino subito la conquista dell’America. McGuinness, il cui forte sono evidentemente le relazioni, ha tessuto una tela giunta dall’altra parte dell’Atlantico fino a Frank Barsalona, potentissimo plenipotenziario della Premier Talent, agenzia da egli fondata nel 1964 e una delle più importanti negli States. È grazie al suo appoggio che gli U2 riescono a mettere in piedi un breve tour della West Coast: giusto qualche data per testare l’ambiente e preparare il terreno all’album, che da quelle parti è previsto in uscita a marzo 1981, ma soprattutto al tour vero e proprio, il primo vero giro statunitense che – è l’auspicio della band – dovrebbe partire in primavera. Il 6 dicembre gli U2 tengono il loro primo concerto a New York, in un club chiamato The Ritz, e a vederli c’è lo stesso Barsalona, che resta impressionato al punto che dopo la fine dello show si recherà personalmente nei camerini a complimentarsi con loro. L’8 dicembre 1980 è invece una data tristemente storica per il rock: a New York muore John Lennon, colpito a freddo dalla pistola di Mark Chapman alle 22:51 di fronte all’ingresso del Dakota Palace, nei pressi di Central Park. Gli U2 in quel momento stanno suonando a Buffalo, città anch’essa dello stato di New York a meno di 400 miglia dal punto dell’assassinio. La morte di Lennon lascia di stucco il mondo intero, ma avrà un peso anche negli sviluppi della carriera degli U2. La locuzione nuovi Beatles è stata usata spesso dalla stampa, a volte a sproposito, con riferimento ora a questo, ora a quel gruppo, e rappresenta il modo più conciso per esprimere l’esaltazione generalizzata che può nascere intorno a una band e raggiungere punte di isteria collettiva che arrivano a manifestarsi con cose tipo file interminabili ai botteghini e giovani ammiratrici che si strappano i capelli al passaggio dei loro eroi. Ebbene, nel caso degli U2 l’espressione troverà pieno riscontro, specialmente da quando inizierà ad affievolirsi la stella dei Police e nell’immaginario collettivo la croce di salvatori del rock passerà a gravare sulle spalle proprio dei quattro irlandesi. Lo stesso Bono, a partire dal 2000, si trasformerà in una sorta di moderno John Lennon, incarnando i contorni della figura politica, filantropica ed ecumenica che probabilmente lo stesso autore di Imagine avrebbe assunto se avesse superato i quarant’anni. E sempre a proposito di Beatles e U2, facciamo giusto un piccolo inciso per dire che il cerchio – come vedremo – si chiuderà idealmente nel 2005, quando al Live 8 Bono & co. saliranno sul palco insieme a Paul McCartney per suonare Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band.

Dopo aver toccato anche Washington DC, il breve tour nordamericano prosegue a Toronto, Providence, Boston e New Haven, prima del ritorno in Irlanda per alcune esibizioni prenatalizie. Con questo primo assaggio di America, gli U2 hanno steso un filo transoceanico che non si spezzerà più, e anzi la mitologica Land of hope and dreams diventerà per loro una vera e propria seconda patria, come per tanti irlandesi prima di loro. Sarà proprio Bono a dire, nel celebre discorso dal palco che verrà immortalato nel film Rattle And Hum, del 1988: «Eccoci qui, gli irlandesi in America. Gli irlandesi vengono in America da anni, fin dalla Grande Carestia, quando fuggivano dalla fame e dal governo inglese». E sempre a proposito di Rattle And Hum (il disco, stavolta), il primo impatto dei quattro con l’America sarà raccontato nella canzone Angel Of Harlem: «It was a cold and wet December day/When we touched the ground at JFK/Snow was melting on the ground/On BLS I heard the sound/Of an angel…», dove l’angel in questione è la cantante Billie Holiday, poiché – racconterà Bono – nella limousine che era venuta a prenderli all’aeroporto JFK di New York, l’autista (di colore) aveva l’autoradio sintonizzata su una stazione di brani soul. Insomma, primo contatto con l’America sulle note della musica nera: non c’è male.

Torniamo però al 1981. A gennaio la band si lancia in una serie di date dal vivo, una delle quali alla Queen’s University di Belfast e ripresa dalle telecamere della BBC per uno special televisivo. Qui gli U2 condividono il palco con gli Stiff Little Fingers, punk band nordirlandese iperpoliticizzata (nota a margine: se credete che Sunday Bloody Sunday sia un brano politico, ascoltatevi Gotta Getaway…) che a Belfast, appunto, gioca in casa. Poi i Nostri si spostano sulla TV svedese, in occasione della prima performance sul suolo scandinavo, e a seguire tornano in Belgio, Olanda e Francia, e soprattutto vanno per la prima volta in Germania. All’epoca, il paese è diviso in due e Berlino Ovest, dove la band ha in programma di esibirsi, è un avamposto occidentale immerso nella Germania dell’Est. Per arrivarci bisogna prendere un’autostrada che passa, appunto, per la repubblica democratica filosovietica. Dopo il concerto, il gruppo riparte subito per Monaco, dove deve suonare il giorno dopo, e al confine viene fermato dalle guardie della Germania Est che in un primo momento pensano di trovarsi al cospetto di clandestini in fuga dal paese. Ne nasce un battibecco che ci mette un po’ ricomporsi, e l’episodio sarà lo spunto per il testo di un nuovo brano, Stranger In A Strange Land, che sarà pubblicato di lì a poco sul nuovo album.

Bono nella performance degli U2 a Belfast del 23 gennaio 1981

Come detto, a marzo gli U2 tornano in America. Stavolta non solo la East Coast ma tutti il territorio nazionale. La band, tuttavia, si rende subito conto che negli States la faccenda è molto più complicata. Le differenze tra i vari stati sono profonde e tra l’uno e l’altro, ma anche tra città e città, c’è spesso un abisso per quanto attiene al mercato discografico. I gusti sono diversi, e così i generi musicali che vanno per la maggiore, motivo per cui anche i palinsesti di radio e TV sono modellati diversamente. A ogni loro spostamento, i quattro devono ricominciare daccapo nel guadagnarsi qualche credito. Boston, per dire, è una cosa, Los Angeles o Dallas un’altra. Una band che arriva per la prima volta in città e ha l’ambizione di riempire un locale deve prima assicurarsi un discreto tam tam sulle radio locali. Gli U2 per fortuna hanno alle spalle la Warner Bros., l’etichetta che distribuisce Boy sul mercato statunitense. A tal riguardo c’è da segnalare il fatto che l’album esca negli USA con una copertina diversa rispetto alla versione europea: al posto del bambino ci sono infatti i primi piani stilizzati dei quattro membri del gruppo. Questo perché la casa discografica vuole evitare ogni seppur infondato accenno alla pedofilia, cosa che qualcuno potrebbe equivocare anche riguardo ai testi. Un giornale locale di San Francisco ha sostenuto addirittura che il bambino in copertina sia Larry da giovane, il che ha già trasformato il batterista in una sorta di icona gay per la comunità locale. Altro aneddoto da raccontare è il furto, subito da Bono, della valigetta contenente i testi del nuovo album. L’episodio, che in futuro assumerà i contorni del mito, accade a Portland, in Oregon, e le autrici della ruberia sono due ragazze entrate nei camerini della band alla fine dello show. In realtà – si saprà dopo – i testi rubati erano solo degli abbozzi, che peraltro nel 2003 saranno riconsegnati al cantante da altre due ragazze (quindi non le “ladre”), le quali non chiederanno nulla in cambio.

Tornando al tour, il giro degli States si rivela un successo. In alcune città la band suona addirittura due volte, esibendosi negli stessi locali a distanza di poco tempo e con un pubblico visibilmente più numeroso nella seconda occasione. I concerti restano l’unico viatico per crearsi un seguito, battere palmo a palmo gli States per tre mesi è stata la scelta giusta, anche se finirà per distruggere la band dal punto di vista fisico e mentale. Quei giorni, quei momenti, quei viaggi in furgone alla scoperta di un mondo totalmente nuovo sarà per i Nostri un’esperienza fondamentale. La prima data si tiene a Washington, DC, il 3 marzo e l’ultima a fine maggio ad Ashbury Park, città del New Jersey resa famosa da Bruce Springsteen – altro nume tutelare per la carriera, soprattutto live, degli U2 – che vi trascorse un periodo rilevante dei suoi anni iniziali come cantautore. E proprio Springsteen, insieme a Pete Townshend degli Who, i quattro avranno l’onore di conoscere personalmente nel post-concerto di Londra il 9 giugno, poco dopo il rientro dagli USA. Il Boss e il chitarrista della storica formazione inglese, però, non sono stati i soli nomi celebri andati a vedere gli U2 in questo tour: alla serata di New York hanno assistito anche membri di Blondie e Television.

Adam e Bono con, a destra, Bruce Springsteen (foto dal libro “U2 Live: A Concert Documentary” di Pimm Jal de la Parra)

Dopo tre mesi on the road, tuttavia, la band è completamente svuotata. Il serratissimo tour de force l’ha assorbita al punto da non aver abbozzato la benché minima idea per il nuovo album, che come da contratto dovrà uscire entro l’anno. Bono, al di là del furto subito, è ovviamente in alto mare per quanto riguarda i testi ma anche musicalmente siamo ancora a caro amico. L’unica canzone pronta è Fire, registrata durante una pausa del tour in cui la band ne ha approfittato per una breve vacanza alle Bahamas nella villa di Chris Blackwell. Per il resto, tabula rasa. Le “scorte” in magazzino sono finite, non avrebbe senso rispolverare i brani esclusi da Boy, già ampiamente vivisezionati e a suo tempo esclusi dalla tracklist finale: bisogna comporre nuova musica, ma come si fa in così poco tempo? In più, a minare gli equilibri interni del gruppo c’è la frequentazione – in verità già in essere da qualche anno – da parte di Bono, Edge e Larry di un gruppo di preghiera chiamato Shalom. Eh già, sembra incredibile: la religione ha rischiato di interrompere quasi sul nascere l’esistenza di una delle band più importanti della storia del rock. Solo Adam non è credente e questo l’ha già in parte allontanato dagli altri, o per meglio dire sono gli altri che si sono allontanati da lui e stanno maturando la convinzione che tenere in piedi il progetto si scontri con un’autentica fede in Dio, che far parte di una rock band non si concili con la spiritualità e con una vita da buoni cristiani. E c’è da dire, in aggiunta, che la stessa comunità di cui fanno parte non li aiuta a risolvere il dubbio e anzi gli fa pesare il loro voler tenere i piedi in due staffe. A un certo punto, Edge lascia addirittura la band, e Bono è quasi sul punto di farlo, ma alla fine, dopo riunioni torrenziali e confronti serratissimi all’interno del gruppo, fortunatamente tornano sui loro passi e gli U2 sono salvi.

Ma c’è un disco da registrare, e bisogna farlo di corsa. C’è un vecchio adagio che circola nell’industria discografica e che dice: «Si ha tutta la vita per fare il primo album e solo poche settimane per fare il secondo». Ebbene, chi meglio degli U2 ne è rappresentato. La band entra in studio senza praticamente nessun pezzo pronto. La presunzione, tipica delle giovani band, li porta a credere che, una volta varcata la soglia della sala di registrazione, le canzoni arriveranno, ma in realtà l’ispirazione latita e alla fine riusciranno a mettere insieme solo idee raffazzonate che solo in pochi casi potranno definirsi canzoni. October, che esce – indovinate un po’ – il 12 ottobre, è un disco palesemente incompleto, al netto di qualche episodio più cesellato. Contiene in larga parte abbozzi, imbastiture che avrebbero dovuto essere meglio cucite e rifinite. Per non parlare dei testi: spesso Bono deve improvvisarli al microfono perché non ne ha di pronti, e in alcuni casi – non potendo fare altro – si riduce al paradosso di descrivere se stesso mentre brancola nel buio. I primi versi del testo dell’opening track Gloria è paradigmatico in questo senso: «I try to sing this song/I try to stand up but I can’t find my feet»: diciamo non il massimo della letteratura moderna. Laddove i testi di Boy erano perfettamente a fuoco ed esprimevano al meglio lo smarrimento giovanile e la perdita di certezze tipica dell’età adolescenziale, quelli di October sono scarni, brevi, elementari, spesso composti da singole frasi tutt’altro che ispirate, anche se poi a emergerne è tutta l’urgenza espressiva del momento e la tensione spirituale figlia dei loro recenti travagli interni, per quello che sarà – insieme a Pop – il loro disco più intriso di religiosità. Anche la musica è approssimativa. A canzoni tutto sommato abbastanza compiute come le suddette Gloria e Fire, ma anche I Fall Down e la title track – che vedono per la prima volta Edge cimentarsi al piano (non solo: in Tomorrow c’è anche una cornamusa irlandese) fanno da contraltare passaggi più trascurati sul piano della composizione, benché dal vivo riusciranno comunque a esprimere tutta l’energia del gruppo. Ancora una volta, infatti, la resa live della band supererà di gran lunga quella su disco, nascondendone in certi casi le magagne. Dimostrazione ne è il tour a supporto del disco che il gruppo anticipa con una, per la verità non memorabile, esibizione agostana allo Slane Castle in cui condividono il palco con i Thin Lizzy. Il giro promozionale vero e proprio parte a ottobre e li vede impegnati per circa un mese in Regno Unito e per qualche data anche in Europa continentale. October, così come il secondo singolo Gloria, che a differenza del precedente Fire – uscito a luglio – riesce a farsi valere nella chart UK dei singoli, raggiungendo l’undicesima posizione.

Ripetendo lo schema dell’anno precedente, la band sbarca poi negli Stati Uniti per un assaggio di qualche settimana di quello che sarà il tour nordamericano vero e proprio, previsto a partire dal febbraio successivo. Il disco però in America non sfonda e questo porta la Warner a ridurre i finanziamenti alla band per l’organizzazione delle date live, motivo per cui la Premier Talent propone di inserire Bono e soci come gruppo spalla della J.Geils Band, formazione hard/blues rock che ha appena sbancato a livello mondiale con il suo decimo album in studio, Freeze Frame. Un minimo di visibilità negli States, October la ottiene grazie al video di Gloria, girato a bordo di una chiatta nella zona portuale di Gran Canal Dock, a Dublino. Dal momento che è ancora uno dei pochissimi clip musicali in circolazione, entra subito in rotazione su un nuovo canale televisivo tematico di Los Angeles ancora in fase sperimentale: MTV. Nelle date in supporto della J. Geils Band, i Nostri riescono a guadagnarsi il favore, o quantomeno la non ostilità, del pubblico presente e a farsi notare in zone degli States precedentemente non toccate o dove non erano riusciti a incidere. Il tour termina a fine marzo; ne seguono dapprima un periodo di pausa e poi, in estate, alcune apparizioni a festival estivi europei. Per la prima volta gli U2 finiscono nei cartelloni di importanti rassegne continentali come Roskilde in Danimarca, Werchter in Belgio, ma anche festival in Inghilterra, Olanda, Finlandia e Portogallo. E proprio il 3 agosto a Vilar de Mouros, vicino al confine tra il paese lusitano e la Spagna, si tiene il primo concerto degli U2 in Europa meridionale.

Larry sul palco del festival di Werchter, Belgio, 4 luglio 1982

Il 21 agosto 1982, Bono sposa la sua fidanzata di lungo corso Alison Stewart. I due vanno in luna di miele in Giamaica, in un’altra villa di Chris Blackwell, ed è in queste settimane che inizia a prendere forma uno dei brani cardine degli U2: Sunday Bloody Sunday. Stavolta la band, con Bono in viaggio di nozze, non lavora in ensemble. Ma dei tre componenti rimasti a casa, chi si siede a tavolino e prende in mano la faccenda è Edge, che un pomeriggio, al culmine di una crisi d’ispirazione, tira fuori un intro di chitarra destinato a fare la storia. Per accompagnare quelle note, elabora poi una prima bozza di testo che recita: «Don’t talk me about the rights of IRA». Il brano assume infatti fin da subito una valenza pacifista e antiterrorista. Dublino non è Belfast, siamo lontani dalle bombe dell’Esercito Repubblicano Irlandese, la formazione paramilitare che combatte per la liberazione dell’Irlanda del Nord dal dominio britannico. Tuttavia, anche la capitale dell’Eire ha avuto la sua scia di sangue, si pensi all’attentato di Talbot Street del maggio 1974, quando alcune autobomba uccisero 27 persone (più le 7 di Monaghan, 90 minuti più tardi). Inoltre, la vicenda di Bobby Sands, l’attivista irlandese morto in carcere nel maggio 1981 a seguito di uno sciopero della fame, aveva destato grande eco nel paese. Tra l’altro, i Troubles avevano avuto un ulteriore episodio campale nella cosiddetta Bloody Sunday del 1972, la sanguinosa domenica 30 gennaio in cui a Derry l’esercito inglese sparò contro una folla di manifestanti uccidendone 26. Sunday Bloody Sunday ha in sé una rabbia iconoclasta più che evidente ma non prende posizione, non è a favore di una fazione o dell’altra; è una canzone contro la violenza, contro le bombe, contro il terrore. La rabbia è dovuta più che altro all’esasperazione.

Anche alle nuove canzoni, gli U2 applicano il metodo “svegliamoci all’ultimo”. Ancora una volta la band entra infatti in studio senza materiale, sperando nell’illuminazione in corso d’opera. Le registrazioni si tengono tra settembre e novembre del 1982 (il disco uscirà il 28 febbraio 1983), e la band finirà d’incidere l’ultimo pezzo quando il gruppo che ha prenotato lo studio per il turno successivo sta letteralmente bussando alla porta per entrare. Difatti, non avendo i nostri di meglio per le mani che una Bibbia, il brano che completa le session è 40, intitolato così perché nel testo vi vengono adattate le parole del Salmo 40. Bisogna però dire che War, a differenza di October, non è un album imperniato sul tema spirituale. È molto più politico, ed è una novità per la band. L’inizio degli anni ’80 è un periodo denso di avvenimenti che non possono non lasciare il segno, specie in chi, per i motivi più disparati, si ritrova a viaggiare per il mondo: l’elezione di Margareth Tatcher in Gran Bretagna e quella di Ronald Reagan negli Stati Uniti che inaugurano il comune cammino a guida ultraconservatrice delle due superpotenze globali da cui discendono – tra le altre cose – la guerra delle Falklands e l’invasione USA di Granada, per non parlare del nuovo picco di tensione nella Guerra Fredda e della rinnovata paura di un conflitto nucleare (sublimata in TV dal film The day after, uscito proprio nel 1983); e poi la suddetta morte di Bobby Sands, ma anche l’arresto di Lech Walesa in Polonia e la messa al bando del suo sindacato Solidarnosc. Gli U2 sono ormai cittadini del globo e quanto avviene intorno a loro non può lasciarli indifferenti. War, pertanto, è una foto del mondo nel 1983 scattata da quattro ragazzi che hanno appena messo il naso fuori di casa. Ed ecco quindi i temi globali: il terrorismo in Sunday Bloody Sunday, la minaccia atomica in Seconds It takes a second to say goodbye»), Solidasnorc in New Year’s Day, la guerra in The Refugee, la prostituzione minorile in Red Light. Ma va detto che non siamo di fronte a una specie di telegiornale cantato: affiorano infatti anche argomenti come il disagio giovanile (Like A Song), la fede (Drowning Man, 40) e l’amore (Two Hearts Beat As One).

Non essendo stato sostenuto a dovere dalla seconda prova in studio, l’exploit di Boy ha bisogno adesso di un disco che ne riprenda degnamente il filo in quanto a spessore artistico. Musicalmente, War si colloca a distanza dai due predecessori. Sebbene la produzione sia sempre affidata a Steve Lillywhite, il suono è molto più spigoloso, aggressivo. War è l’album più combat rock della trilogia, sebbene dal punto di vista della scrittura mostri non poche carenze. Al netto di due canzoni – Sunday Bloody Sunday e il singolo di lancio New Year’s Day – che entreranno di diritto nella galleria delle pietre miliari del gruppo, il lavoro è poco omogeneo come qualità compositiva, specie nella seconda parte. Boy era forse più compatto nel tentare almeno di presentare 11 brani compiuti. War ha sì un ottimo tiro ed è molto più groovy, per via degli innegabili miglioramenti fatti registrare dalla sezione ritmica (non a caso i primi remix dance di brani degli U2 avallati e pubblicati dalla band inizieranno a circolare proprio da questo disco), ma la scrittura in certi casi sembra essere rimasta sospesa a metà, incompleta. Ne risente, ad esempio, Two Hearts Beat As One, che nonostante esca come secondo singolo (tranne che in Olanda, Germania, Spagna e Brasile, dov’è sostituito da Sunday Bloody Sunday) arriva solo diciottesimo nella chart dei singoli UK e non raggiunge neppure la Top100 di Billboard. Il resto sono sussulti sparsi che dovranno la loro fama perlopiù a motivi contingenti: 40 perché diventerà il pezzo di chiusura dei concerti praticamente per tutti i restanti anni ’80; Like A Song per il mirabile assolo di Larry; Drowning Man perché, ancora oggi, non è stata mai eseguita dal vivo, e si sa che cose del genere questa aumentano a dismisura l’hype di certi brani nella cerchia dei fan. E a poco serve l’aggiunta del violino suonato da Steve Wickham in Sunday Bloody Sunday e Drowning Man, così come il feat. delle mitiche Coconuts in Surrender.

Finite le registrazioni, la band s’imbarca subito per un breve tour europeo di riscaldamento in vista del vero e proprio giro mondiale previsto in partenza a fine febbraio, in concomitanza con la pubblicazione del disco. Il Pre-War Tour impegna i ragazzi per tutto dicembre fino a Natale. Tra le date previste ce n’è anche una a Belfast, il 20, dove alla vigilia si teme che l’esecuzione di Sunday Bloody Sunday possa creare qualche imbarazzo, se non addirittura disordini, visto il tema trattato. Prima di attaccare col brano, Bono si rivolge al pubblico con le seguenti parole: «Questa canzone si chiama Sunday Bloody Sunday, parla di noi, dell’Irlanda. Ma se non vi piacerà, non la suoneremo mai più qui». Ovviamente, il pubblico non solo apprezzerà, ma si scatenerà in salti e cori durante tutta l’esecuzione del pezzo, riservando al gruppo un’autentica ovazione alla fine dello stesso.

Con l’inizio del nuovo anno, New Year’s Day inizia ad andare in heavy rotation su tutte le radio, accompagnata da un videclip girato a dicembre sulle cime innevate di Sälen, in Svezia, e diretto da Meiert Avis. Il brano fa da battistrada all’album nel migliore dei modi, visto che War nella prima settimana di pubblicazione schizza in testa alla classifica inglese e al dodicesimo posto di quella statunitense.

Gli U2 sul set del video di “New Year’s Day”

Il tour riparte il 26 febbraio e vede la band impegnata quasi esclusivamente nel Regno Unito. Ma è di nuovo agli USA che si guarda. Da fine aprile ecco infatti i Nostri ancora negli States, stavolta non da opening come l’anno precedente ma da main act, decisi a conquistare l’America una volta per tutte. È il terzo anno consecutivo (quarto, se si considera anche il breve passaggio del dicembre 1980) che gli U2 volano oltreoceano, ma stavolta non suoneranno in club della capienza di una sala da ballo, bensì in posti anche da più di tremila spettatori. Motivo per cui c’è bisogno di pensare a qualcosa di diverso per il palco: posti più grandi richiedono un’attenzione particolare anche alla componente visiva. Per la prima volta il gruppo ingaggia uno stage designer incaricato di curare ogni aspetto visuale, dalla scenografia agli abiti di scena, all’impianto luci. Nulla di trascendentale, per carità, siamo ancora lontani dalle mastodontiche, pompose e multimediali messinscene degli anni ’90, e soprattutto parliamo di un periodo, la metà degli Eighties, in cui la musica associata a immagini abita decisamente ad altri lidi, dai Duran Duran a Madonna, a Michael Jackson, solo per citare alcuni tra gli artisti più creativi in fatto di videoclip, scenografie e coreografie dal vivo. Tuttavia, gli U2, fin qui fieramente scarni in fatto di orpelli, s’inventano un’immagine nuova, quella di combattenti pacifisti. Un ossimoro, se ci si pensa, ma proprio per questo una rappresentazione di estrema incisività. I quattro assumono un look quasi da paramilitari, per certi versi simile a quello dei Clash e molto dai richiami al film I guerrieri della notte. Le sonorità di War, del resto, si prestano bene a colonna sonora di scene di guerriglia urbana. Ma gli U2 combattono per la nonviolenza e sul palco fanno montare dei drappi bianchi a simboleggiare bandiere della pace, uno dei quali Bono è solito afferrare e sventolare durante l’esecuzione proprio di Sunday Bloody Sunday. Da questo momento il cantante diventerà l’uomo della bandiera bianca, immagine che s’imprime nella memoria dei fan e finirà per rappresentare il vero “francobollo” di questa fase della band. Inoltre, sul palco, alle spalle di Larry campeggia un enorme gigantografia della copertina del disco raffigurante lo stesso bambino di Boy, ma cresciuto e dall’espressione non più candida e innocente bensì violata nella sua immacolatezza e con sul volto gli evidenti segni di una violenza subita.

Stavolta gli U2 ingranano davvero negli Stati Uniti. Il successo inizia a essere tangibile, i concerti sono affollati, la gente ormai li riconosce per strada. Ma c’è un giorno segnato in rosso sul calendario: il 5 giugno, data che cambierà per sempre la loro storia. Nell’occasione, infatti, il tour farà tappa all’anfiteatro naturale di Red Rocks, nei pressi di Denver, in Colorado. È il posto più grande dove abbiano mai suonato, con i suoi settemila e passa spettatori di capienza. Per i quattro è un sogno che si avvera, visto che già da un paio d’anni, da quando lo visitarono in occasione di un precedente show tenuto da quelle parti, si erano invaghiti di quel posto e si erano ripromessi che un giorno si sarebbero esibiti lì. Ora il sogno è realtà. C’è un solo problema: l’anfiteatro, ricavato nella roccia, è a 1600 metri d’altitudine; pioggia, vento e grandine sono fattori da calcolare e non di rado si presentano in modo così perentorio da dover mettere in conto l’eventualità di una cancellazione in extremis.

Ed ecco che raccontare la storia degli U2 diventa un po’ come raccontare una favola. Siamo in un altro di quei momenti in cui il destino sembra prenderli per mano su ordine divino. Red Rocks è un tornante decisivo, uno di quei frangenti potremmo dire da all in. La band ha deciso che filmerà il concerto per ricavarne un live, e per produrlo investe praticamente tutte le somme guadagnate finora col tour: fa arrivare una squadra di cameraman dall’Inghilterra, acquista nuovi riflettori. Tutto ciò, per imprimere su pellicola nella maniera più degna il momento più importante di una carriera ancora giovane ma già ricca di soddisfazioni, in uno scenario mozzafiato per il colpo d’occhio offerto. Tuttavia, puntualmente, a poche ore dall’inizio dello show inizia a piovere così forte che l’annullamento dello spettacolo sembra inevitabile, considerata anche la fiacca prevendita dovuta all’annunciato maltempo e il fatto che presumibilmente anche molti di coloro che hanno già acquistato il biglietto ci penseranno due volte prima di dirigersi ad alta quota per poi magari scoprire che il concerto non si terrà. La band però non si perde d’animo, e tramite la radio, Bono e gli altri invitano gli ascoltatori a non disertare lo show, che – rassicurano – non è stato cancellato e si terrà normalmente. Ma ormai sembrano crederci solo loro. Come d’incanto, però, un paio d’ore prima dell’inizio la pioggia diminuisce fino a ridursi a una gradevole “gnagnarella” primaverile. Tutti fuori, allora. Vai con il montaggio del palco, the show can go on. E sarà un trionfo, nonostante l’affluenza di pubblico risulterà bassa e la venue si riempirà solo per un terzo della sua capacità. La cosa, però, renderà ancora più epica la serata, conferendogli i crismi della leggenda. Lo si percepirà anche nel film, che sarà pubblicato (nel 1984) contestualmente a un mini LP (novembre 1983), entrambi col titolo Under A Blood Red Sky. Nelle immagini del video, la drammacità e l’unicità della performance sono rese ancora più esplicite dalle condizioni climatiche, con le nuvole di fiato che si vedono fuoriuscire dalle bocche dei musicisti sul palco, l’umidità che sembra travasare lo schermo e penetrare nelle ossa del telespettatore e i pochi presenti allo show infreddoliti e assiepati ai piedi del palco. Uno spettacolo nello spettacolo che passerà agli annali come la svolta decisiva per gli U2. Ancora oggi, Under A Blood Red Sky è considerato uno dei live più belli della storia del rock e monumento alla prima parte di carriera del gruppo. Il video arriverà in versione ridotta, con solo 12 canzoni su 19 eseguite la sera di Red Rocks (anche se nel 2008 ne uscirà finalmente la versione quasi integrale in DVD). Il mini LP, invece, conterrà otto brani, di cui solo due registrati nell’anfiteatro vicino Denver e gli altri sei presi da successive esibizioni live, a comporre una tracklist altamente rappresentativa di questi primi anni. In un pugno di brani è infatti condensato il meglio della loro produzione, dagli esordi pre-Boy (11 O’Clock Tick Tock) ai pezzi più conosciuti (I Will Follow, Gloria, Sunday Bloody Sunday e New Year’s Day), a brani che proprio grazie alla loro presenza sul disco in questione godranno della gloria sempiterna (The Electric co., Party Girl – versione riveduta e corretta di Trash, Trampoline and The Party Girl – e 40).

Bono nel concerto a Red Rocks, 5 giugno 1983

Un ultimo inciso, prima di chiudere questa pagina della storia, va però dedicato a un aneddoto precedente di qualche giorno l’esibizione a Red Rocks e che porterà a un parziale cambiamento nel modo di esibirsi della band, e di Bono in particolare. Durante la performance del 30 maggio al Festival di San Bernardino, in California, il cantante ha fatto qualcosa che – in fin dei conti – è sempre stato nel suo stile, anche se stavolta effettivamente ha esagerato: si è arrampicato su un traliccio laterale del palco per andare a farsi una “passeggiata” lungo la parte superiore della copertura, alta più di venti metri (e precedentemente, sempre nel corso dello show, era andato a fare “compagnia” a un cameraman in azione nella sua postazione mobile restando in piedi sul braccio semovente mentre il congegno lo innalzava di parecchie spanne da terra). La cosa ovviamente ha fatto imbestialire i suoi compagni e lo staff. Va bene l’adrenalina – si sono detti Edge, Adam, Larry e McGuinness – ma non si può mettere a repentaglio la propria incolumità fisica e, di conseguenza, il prosieguo delle attività del gruppo. Stavolta è andata bene – è stato il ragionamento -, ma se Bono fosse caduto si sarebbe fatto male sul serio e le conseguenze le avrebbero pagate sia la band che tutti coloro che ne sono alle dipendenze. Naturalmente, la strigliata al cantante è stata di quelle che si ricordano e ha costretto Bono a promettere di astenersi dal ripetere bravate del genere in futuro, evitando colpi di testa e assumendo un atteggiamento meno esuberante (anche se al Live Aid, due anni dopo, fortunatamente se ne dimenticherà, almeno in parte…), ma non per questo meno magnetico e accattivante, anzi.

Il 1983 prosegue con alcune esibizioni nei festival estivi europei, tra cui una data in programma a Dublino il giorno prima di Ferragosto, nell’ambito di un festival in cui si esibiscono anche Eurythmics e Simple Minds, davanti a 20mila spettatori. Miglior ritorno a casa non poteva esserci. Infine, l’anno si chiude con un breve tour in Giappone nella seconda metà di novembre. Per la prima volta la band suona nella terra del Sol Levante, e qui riceve un clamoroso assaggio dell’isteria dei fan a quelle latitudini, dov’è già famosissima ed è protagonista – suo malgrado – di scene a cui, nonostante il successo crescente, non era ancora abituata nè in Europa nè in America: roba tipo inseguimenti, appostamenti, agguati da parte dei (e soprattutto delle) fan, richieste di autografi ai limiti dello stalking, proposte indecenti… Note di colore a parte, il feeling che si crea tra il Giappone e la band durerà negli anni, e quasi tutti i tour successivi faranno tappa nel paese asiatico. Tra le date previste in questo breve giro cè n’è anche una alle vicine isole Hawaii, ed è proprio durante questo soggiorno a metà tra vacanza e lavoro che inizia la nuova fase della formazione irlandese. È qui, infatti, che si accende il fuoco indimenticabile.

1984-1985: il fuoco indimenticabile

Siamo ancora fondamentalmente dei musicisti viaggiatori. Ma adesso abbiamo i furgoni e banchi di missaggio computerizzati

La prima parte abbondante del 1984 è dedicata dalla band alla stesura del nuovo album. Stavolta non sarà però un lavoro come i precedenti. Siamo al punto della prima cesura artistica significativa nella carriera degli U2. La prima trilogia è stata archiviata e Under A Blood Red Sky l’ha suggellata come meglio non si sarebbe potuto. Ora però bisogna reimmaginare tutto daccapo, e per farlo si deve partire dal lavoro in studio, non bastano più i live, ci si deve distaccare dall’approccio adottato finora teso a sminuire l’attività in sala di registrazione ché tanto poi ci sono gli show a salvare la baracca. Il nuovo album non dovrà essere una semplice raccolta del meglio della produzione relativa a un determinato intervallo di tempo; non dovrà essere una collezione di tracce che, per quanto affini tra loro o comunque aderenti a un impianto lirico e sonoro di fondo, restano episodi a sè stanti. Dovrà invece essere un tutt’uno, un’opera granitica, coerente, concettuale se vogliamo, che segni una svolta nel modo di lavorare, incidere, andare in tour. L’album non dovrà più essere un mezzo ma un fine; lo studio deve diventare un alleato, non un noioso passaggio intermedio, e il metodo diventare merito e acquisire dignità in sé. Il nuovo disco, insomma, dovrà essere il Sgt. Pepper’s Lonely Heart Club Band degli U2. Facile a dirsi, e forse anche un tantino irriverente, ma come vedremo il risultato gli darà ragione. The Unforgettable Fire, titolo mutuato da una mostra al Peace Museum di Chicago visitata dalla band in cui erano esposti dipinti e disegni dei sopravvissuti alle bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki, sarà per certi versi il primo vero album di Bono & co.. Ovvio pertanto che la scelta del produttore appare fin da subito cruciale. Bisogna cambiare, ed è lo stesso Lillywhite, andando contro i propri interessi, a consigliare alla band di provare con qualcun’altro. Il sogno dei quattro è Brian Eno, che gli U2 contattano ma che inizialmente si mostra riluttante alle loro avance, avendo altri progetti in cantiere e non essendo – sostiene in un primo momento – più interessato alla produzione.

Nel 1984, l’ex Roxy Music è già una leggenda vivente. Protagonista della scena sperimentale fin dall’inizio degli anni ’70, trovare una definizione per lui è impresa assai difficile e bisogna per forza abbracciarne una vasta gamma per ricomprenderne tutta la grandezza: compositore, polistrumentista, produttore, ingegnere del suono, sound designer, artista d’avanguardia. Inutile elencare le innumerevoli opere che ha dato alla luce o quelle a cui ha collaborato o partecipato in una delle sue molteplici vesti. Basti solo dire che, in campo strettamente rock, ha già lavorato dietro alla consolle con – tra gli altri – David Bowie e Talking Heads, e da solista ha pubblicato lavori seminali come Another Green World e Before And After Science, senza contare le sue sperimentazioni in ambito discreet music. Non solo. Fondamentale è stata anche la sua collaborazione in studio con David Byrne con la pubblicazione, nel 1981, dello splendido My Life In The Bush Of Ghosts. Insomma, come scrive Alessandro Pogliani nel suo monografico, Eno è un artista illuminato e visionario che farebbe proprio al caso degli U2, se non fosse che all’inizio li considera – detto brutalmente – una volgarissima band da stadio con la quale non vuole avere a che fare. Tra l’altro, anche la Island nutre perplessità sull’eventuale reclutamento di Eno: agli U2 – è l’opinione di Chris Blackwell – servono canzoni con cui andare in radio, non un disco infarcito di suoni d’atmosfera, tastiere e scampanellii vari.

Bono però ci prova lo stesso. Telefonare e Eno e gli chiede di andare almeno a conoscere di persona la band. Il produttore accetta e arriva all’incontro con un suo collaboratore di nome Daniel Lanois. Il gruppo ha chiaramente la sensazione che l’essersi fatto accompagnare dal suo “secondo” sia un modo di Eno per nascondere il suo vero intendimento: sfilarsi dall’impegno con una scusa e appioppare al giovane adepto la faccenda. Ma in realtà Eno finirà con l’accettare l’incarico. Non si sa bene chi o cosa gli abbia fatto cambiare idea, fatto che sta che resterà a bordo per tutta la realizzazione del disco. Ma c’è di più. Accetta anche di lavorare in tandem con il suo assistente al prezzo di un solo producer: per gli U2, un affarone.

Le registrazioni si tengono allo Slane Castle (e a Windmill Lane per la fase conclusiva), la cui ala dedita all’attività ricettiva è stata affittata dalla band a un prezzo tutto sommato modico. Già la scelta della location è un chiaro segnale di come gli U2 abbiano a cuore la resa sonora del lavoro. The Unforgettable Fire sarà definito un disco impressionista, descrizione che cade a pennello (è proprio il caso di dirlo), visto l’alone etereo, le sfumature nei suoni, l’immaterialità dei passaggi che lo caratterizzano. Non è un disco immediato ma non mancano pezzi potenzialmente in grado di sbancare in radio, a partire da Pride (in the name of love), che ben presto diventa il parafulmine della band, quello che gli fa dire: «Possiamo fare qualsiasi sperimentazione, avventurarci in qualsiasi territorio, tanto poi abbiamo Pride e sul versante singoli siamo coperti». E per stare più sicuri c’è anche la title track, che infatti sarà scelta come secondo singolo, molto più placida ed evocativa ma pur sempre dall’ottima resa pop. Di tutt’altra pasta sono invece Bad, A Sort Of Homecoming e veri e propri brani d’atmosfera come Promenade, 4th Of July (non il giorno dell’Indipendenza americana ma più semplicemente quello della nascita della prima figlia di Edge, Hollie, primo pargolo venuto al mondo all’interno della brigata U2), MLK ed Elvis Presley And America. C’è anche qualche parentesi che rimanda al recente passato: Wire e Indian Summer Sky sono infatti caratterizzati dallo stesso piglio uptempo e irruento di War.

Una delle foto promozionali dell’album “The Unforgettable Fire”

Con The Unforgettable Fire cambia tutto. Gli U2 sono un’altra band. Bono canta in modo totalmente diverso, scoprendo qualità della sua voce e cavità delle sue viscere finora inesplorate; Edge ha un approccio più tecnologico e ancor più sperimentale al suo strumento. Le sue parti di chitarra faranno scuola e negli anni successivi molti chitarristi di celebri band (uno su tutti: Johnny Greenwood dei Radiohead) ammetteranno di avervi tratto ispirazione; le parti ritmiche, dal canto loro, sono molto più musicali e traslate in territori mai calpestati dal fin qui militaresco drumming di Larry e dall’eccentrico ma grezzo e distratto stile di Adam. Ne esce un album molto più dolce, levigato, si potrebbe dire quasi effeminato rispetto al machismo guerreggiante degli U2 come li avevamo conosciuti finora.

Eno è per loro una sorta di guru che li fa rinascere a nuova vita. Gli insegna tutto, li plasma, li guida, gli apre le porte della tecnologia applicata al campo della registrazione senza disdegnare espedienti puramente artigianali. Con lui in studio, il confine tra produzione e composizione non è mai stato così labile, fermo restando che le canzoni le scrive la band. Ma con un semplice tocco del producer inglese, fosse anche l’aggiunta di un effetto o un impercettibile rallentamento nella ritmica, alcuni brani cambiano improvvisamente e virano in tutt’altre direzioni.

Come detto, Pride è il primo singolo ed esce il 4 settembre, pochi giorni dopo l’inizio del tour promozionale. La band, infatti, prima che l’album arrivi nei negozi va a suonare per la prima volta in Nuova Zelanda e Australia. Il nome di questa parte di giro promozionale è l’unico retaggio del passato recente, essendo Under Australian Skies Tour un chiaro riferimento al film e disco live uscito l’anno precedente. In verità, un altro retaggio del passato ci sarebbe: le scalette. In pratica, ad eccezione del lead single e di qualche sparuta apparizione di altri pezzi del nuovo lavoro, la setlist ricalca grossomodo quella dei loro spettacoli del 1983. Anche perché, a dire, il vero, i nuovi pezzi inizialmente non decollano dal vivo. Non è facile riproporre i suoni dell’album e per questo, a partire dalla leg europea in programma da ottobre, la band inizierà a ricorrere al supporto tecnologico anche per le esibizioni live. Edge, per dire, acquista un sequencer, il quale, suonando in automatico le basi, evita alla band di dover allargare la formazione a nuovi elementi (per riprodurre i suoni del disco sarebbero serviti, come minimo, un tastierista e alcuni fiati). Mettere a punto gli arrangiamenti, però, si rivela ugualmente più arduo del previsto, tanto che il gruppo deve cancellare i primi show europei per avere più tempo da dedicare alle prove. Ben undici concerti (più altri tre nei giorni seguenti) vengono annullati o posticipati alle settimane successive e così la prima data diventa quella del 18 ottobre a Lione invece che quella dell’1 a Rotterdam. C’è da dire che si tratta del primo vero tour intensivo tenuto nel Vecchio continente. In passato, la band si era sempre concentrata principalmente sul Regno Unito, salva qualche puntata in Germania, Francia, Olanda, Belgio o altri paesi sedi di festival. Lo stesso War Tour si era svolto per la sua quasi totalità in Gran Bretagna, o al massimo in Nord Europa, se si conta il prologo di esibizioni di fine 1982. Ora, invece, il piano è quello di compiere un percorso molto più articolato che arrivi a toccare paesi mai visitati prima, oltre a percorrere in modo più capillare quelli già toccati. Il programma iniziale prevede pure concerti in Spagna e Italia, anche se, causa lo slittamento di cui sopra, l’appuntamento spagnolo previsto a Barcellona sarà cancellato e quelli italiani posticipati a febbraio del 1985. Anche nei posti in cui sono già stati, gli U2 intendono puntellare la propria fanbase. In Francia, ad esempio, il programma iniziale prevede per la prima volta ben otto concerti in sette città diverse; e in Germania cinque in altrettante aree metropolitane. Ormai si parla di tour grandi davvero.

Nel frattempo, The Unforgettable Fire finisce in vetta alla classifica britannica e ribadisce il dodicesimo posto raggiunto con War in quella statunitense di Billboard. Pride, grazie al suo ritornello killer, ha un impatto immediato che traina l’album e, come nelle previsioni, diventa subito un classico della band.

Segue un breve passaggio dicembrino negli Stati Uniti, sulla falsariga di quello di quattro anni prima, e poi il ritorno in Europa da fine gennaio 1985. Ma, come sempre, è l’America la terra promessa. Stavolta gli U2 puntano forte. Non più location di piccola/media capacità ma le arene, alcune delle quali capaci di contenere anche 20mila persone. Tra queste figura il Madison Square Garden di New York, dove la band suona per la prima volta in assoluto il 1 aprile (e non per scherzo). Ormai i quattro sono letteralmente in volo. Il momento di grazia è sublimato dall’EP Wide Awake In America, che esce il 20 maggio e raccoglie versioni epiche dal vivo di Bad e A Sort Of Homecoming, oltre a due splendide outtakes dell’ultimo disco intitolate The Three Sunrises e Love Comes Tumbling. Inoltre, Rolling Stone dedica ai Nostri una copertina con in calce alla loro foto, una frase che suona come un’investitura: «Our choice: band of the 80s».

La copertina di Rolling Stone del marzo 1985

Ma è una telefonata a cambiare i destini della band. Bob Geldof li chiama per prendere parte al Live Aid, quello che si annuncia come la più grande rassegna musicale dopo Woodstock e che è in programma 13 luglio al Wembley Stadium di Londra, oltre che, in contemporanea, al John F.Kennedy Stadium di Philadelphia, in Pennsylvania. Lo show, organizzato anche da Midge Ure degli Ultravox allo scopo di ricavare fondi per alleviare la carestia etiope, sarà il più grande collegamento via satellite e la più grande trasmissione televisiva di tutti i tempi. Già nel dicembre 1984 Bono aveva preso parte alla Band Aid, supergruppo creato dagli stessi Geldof e Ure sempre per raccogliere fondi contro la fame in Etiopia attraverso la pubblicazione del singolo Do They Know It’s Christmas, pubblicato poco prima di Natale e cantato da star di prima grandezza come Duran Duran, Spandau Ballet, Sting, Phil Collins, George Michael, Paul Young, Paul Weller, oltre a David Bowie, Paul McCartney e Boy George. Il Live Aid, però, offre una ribalta senza paragoni, e soprattutto in diretta planetaria, motivo per cui i partecipanti fanno gara per esserci.

Gli U2 sono previsti in cartellone poco dopo le 17, dopo l’esibizione di Bryan Adams e prima di quella dei Beach Boys. Ciascun artista ha disposizione circa venti minuti per esibirsi e Bono & co. hanno in programma di suonare tre brani: Sunday Bloody Sunday, Bad e Pride. Il programma però sarà stravolto, e quello che accade tra le 17:20 e le 17:40 ormai è storia: nel bel mezzo di Bad, brano che in concerto gli U2 sono soliti allungare fino anche a dieci minuti di durata, Bono all’improvviso si catapulta giù dal palcoscenico per andare a sporgersi verso il pubblico dal sottopalco. La scaletta della giornata è serratissima, guai a sgarrare, gli imprevisti non sono ammessi. Bono però non se ne cura e, non pago di quanto ha già contravvenuto alle direttive, prima indica agli uomini della sicurezza una ragazza nelle prime file, poi scavalca anche la balaustra del sottopalco per scendere giù al livello del parterre, davanti alla transenna che lo divide dal pubblico. Qui gli steward gli “passano” la ragazza, che hanno aiutato a scavalcare il parapetto, e Bono la abbraccia restando lì a ballare con lei sul prosieguo del brano. In tutto questo, Edge, Adam e Larry hanno continuato a suonare ma, presi totalmente di sorpresa dalla sortita del cantante, e avendolo perso di vista, hanno avuto addirittura il dubbio se andare avanti o fermarsi. Ovviamente, quando Bono riemerge sul palco fa di tutto per non incrociare gli sguardi cagneschi dei suoi tre compagni, oltre che di McGuinness, tutti incazzatissimi per il fuoriprogramma. Nei camerini, però, il frontman non potrà sfuggire all’ira degli altri e dovrà sorbirsi la cazziata senza fiatare. Nessuno immagina che proprio grazie a quel gesto, dall’enorme portata simbolica come ideale abbattimento delle barriere da parte della musica, gli U2 ora sono sulla bocca di tutti e che, già a partire dai commenti del giorno dopo, la loro esibizione sarà ricordata come la più potente e memorabile del Live Aid, insieme a quella dei Queen.

Bono sul palco del Live Aid, 13 luglio 1985

1985-1989: lì fuori c’è l’America

Amo l’America e allo stesso tempo la odio. Ne ho due visioni in conflitto tra loro: una è come un paesaggio da sogno, l’altra è una commedia nera

Uno potrebbe chiedersi chissà come mai quattro ragazzi irlandesi cresciuti a pane e (post-)punk un giorno abbiano deciso di interessarsi alle radici della musica americana. Se si guarda alla discografia ufficiale degli U2 intesa come mera lista cronologica delle pubblicazioni (album, singoli, EP…), non si scorge nessun indizio del salto da The Unforgettable Fire a The Joshua Tree. Questo perché il semplice elenco dei lavori non racconta quanto accade negli intervalli tra gli stessi – ivi inclusi gli incontri, le esperienze, le scoperte, le infatuazioni musicali… – tanto più che gli U2 – come abbiamo già detto – sono uno di quei gruppi di cui il catalogo delle pubblicazioni racconta tanto, ma non tutto, sicché in tre anni – quelli che intercorreranno tra il 1984 e il 1987 – può capovolgersi il mondo. È proprio dal Live Aid che bisogna partire, per spiegare la faccenda. La giornata di Wembley ha lasciato un segno profondo nel gruppo. Bono in particolare l’ha vissuta in modo molto più intenso di tanti altri artisti che si riempiono la bocca parlando di beneficenza ma che poi, terminata la vetrina, se ne tornano ai loro impegni e tanti saluti. A lui quella giornata ha inoculato un tarlo, facendogli sorgere domande ineludibili riguardo a cosa veramente accade in quell’Etiopia tante volte nominata ma dove nessuna delle molte star della musica pop pure coinvolte in Band e Live Aid è mai stata davvero a constatare la situazione coi propri occhi. Motivo per cui, a settembre, il cantante parte per il paese africano insieme a sua moglie Ali per prendere parte a un progetto educativo organizzato in loco, circa un mese di lavoro in un centro di distribuzione di alimenti ad Ajibar, nel nordest del paese, dove vocalist e consorte contribuiscono allo sviluppo di un programma per aiutare i bambini a capire l’importanza dell’igiene e di un’alimentazione sana, attraverso la scrittura e l’insegnamento di canzoncine formative sul tema. È durante questo soggiorno che si formano gli embrioni di alcune canzoni di The Joshua Tree, una su tutte Where The Streets Have No Name.

Al suo ritorno dall’Etiopia, poi, Bono prende parte a un album contro l’apartheid curato da Steve Van Zandt, il chitarrista della E-Street Band. Il lavoro, intitolato Sun City e uscito sotto la sigla Artist United Against Apartheid, è una raccolta di brani scritti e cantati da vari musicisti e aventi a tema la discriminazione razziale in Sudafrica. Tra i nomi coinvolti, oltre al frontman degli U2 ci sono Peter Gabriel, Ringo Starr, Keith Richards e Ron Wood dei Rolling Stones. Ed è proprio insieme a questi ultimi due che Bono incide Silver And Gold, brano una cui esecuzione live da parte degli U2 verrà immortalata nel film Rattle And Hum, del 1988. Questo per dire che se Bono ha definitivamente scoperto la musica nera, il merito in fondo è anche degli Stones, la band che gli U2 coverizzavano – con risultati ben oltre il disastroso – durante le performance che tenevano da adolescenti nella palestra della loro scuola.

Ma il frontman non dimentica la musica tradizionale irlandese. A fine anno partecipa infatti a Macalla, il nono album in studio dei Clannad, duettando con la cantante della storica folk band dublinese, Máire Brennan (la sorella maggiore di Enya), nel brano In A Lifetime.

Ma non è solo Bono ad ampliare i propri orizzonti. All’inizio del 1986, Edge scrive e produce, insieme a Michael Brook, la colonna sonora del film Captive, produzione indipendente anglo-francese che sarà presentata al Festival di Cannes a maggio. Il main theme del disco è il brano Heroine, cantato da un’ancora sconosciuta Sinead O’Connor. Ma la cosa importante di questo lavoro è che durante le session di registrazione il chitarrista scopre – proprio grazie a Brook – la infinite-guitar, speciale sei-corde in grado di tenere la stessa nota in sospeso per un tempo praticamente illimitato. L’effetto caratterizzerà fortemente le parti di chitarra di The Joshua Tree (lo si sente, ad esempio, all’inizio della canzone With Or Without You).

Il ritorno in studio degli U2 per iniziare a lavorare al seguito di The Unforgettable Fire avviene verso metà gennaio. Abbiamo già visto come l’eccesso di sicurezza abbia già giocato alla band più di uno scherzo, eppure i Nostri decidono di perseverare: il 30 dello stesso mese, evidentemente sicuri della bontà del materiale assemblato fino a quel momento, si presentano alla TV irlandese con due nuove canzoni: Trip Through Your Wires e Woman Fish. La performance è disastrosa – tanto che gli stessi U2 chiederanno alla regia del programma, che fortunatamente andrà in onda in differita sulla RTE, di cancellare lo show e trasmettere solo l’intervista -, e addirittura il secondo dei due brani appena citati farà perdere le sue tracce immediatamente, scomparendo dai piani di lavoro del gruppo. Ad ogni modo, la performance è utile a far notare che la early version di Trip Through Your Wires ivi presentata è una chiara testimonianza del fatto che fin dall’inizio dei lavori la band ha ben chiaro in mente che la matrice del nuovo album dovrà essere rythm ‘n’ blues.

Le session, iniziate negli studi STS e proseguite in un’antica residenza in stile georgiano non distante da Dublino chiamata Danesmoate House, vengono interrotte per un paio di settimane a giugno per permettere alla band di prendere parte al Conspiracy Of Hope Tour, organizzato da Amnesty International. Si tratta di una serie di appuntamenti dal vivo previsti a partire dal 4 giugno in alcune città americane, con un cast che riunisce alcune delle più grandi rockstar internazionali: da Sting a Peter Gabriel, passando per Bryan Adams, Lou Reed, Joan Baez e i Neville Brothers, ai quali si aggiungono qua e là nelle varie serate Bob Dylan, Tom Petty & The Heartbreakers, Bob Geldof, Dave Stewart e Jackson Browne. Gli U2 sono i più giovani della combriccola ma hanno voluto ugualmente accettare la richiesta fattagli da Amnesty nella persona del direttore esecutivo della branca statunitense della no-profit, Jack Healey, oltre che dal promoter musicale Bill Graham (un altro Bill Graham, non il giornalista di Hot Press decisivo per gli U2 degli esordi), prendendola come un’occasione di crescita stando a contatto con alcuni dei loro miti. Difatti, l’apprendistato si rivelerà prezioso negli anni a venire, e chissà che tra i segreti della loro longevità artistica non ci sia anche l’aver saputo imparare con umiltà dai grandi maestri frequentati nel corso del tempo. Peraltro, l’interruzione delle session non rallenta i lavori per il nuovo album ma, anzi, gli dà nuova linfa. Anche perché gli U2 escono ringalluzziti dall’esperienza per via dell’investitura a nuovi Police che ne ottengono. Uno dei motivi più importanti del Conspiracy Of Hope Tour è infatti la reunion di Sting, Andy Summers e Stewart Copeland sotto le insegne della band che li ha resi celebri. Per l’ultima volta (ma tra il 2007 e il 2008 ci sarà una fugace rimpatriata), i tre si ritrovano sullo stesso palco. Accade nelle ultime tre date del tour, quelle di Atlanta, Chicago e East Rutherford. I Police sono ovviamente headliner di tutte e tre le serate, con gli U2 a precederli immediatamente prima, ed è nell’occasione che stampa e appassionati celebrano l’ideale passaggio di consegne tra le due formazioni, un passaggio che si consuma con la ciliegina sulla torta data dal bellissimo duetto Bono/Sting sulle note di Invisible Sun.

Bono e Sting in duetto in un concerto del Conspiracy Of Hope Tour, giugno 1986

Terminata la parentesi on the road, Bono e gli altri riprendono a lavorare al disco, ma sebbene il tour gli abbia dato slancio, ben presto si trovano a dover fronteggiare le difficoltà connesse alla composizione. Certi brani faticano a trovare la quadra, e canzoni che faranno la fortuna degli U2 rischiano di scomparire nella loro fase embrionale perché la band non riesce a venirne a capo. Brian Eno, per dire, impazzisce letteralmente con l’intro della futura Where The Streets Have No Name e arriva a un tanto così dal distruggerne il nastro. Anche la succitata With Or Without You crea un sacco di problemi ai Nostri, così come sembra un’impresa riuscire a far andare d’accordo le numerose componenti strumentali di I Still Haven’t Found What I’m Looking For. Di contro, brani come Running To Stand Still ed Exit giungono in modo molto più immediato, scrivendosi quasi da sole. A dispetto del fatto che The Joshua Tree sarà considerato un disco di rock grezzo, diretto, immediato, ha sonorità così complesse e stratificate che possono essere colte anche da un orecchio non particolarmente attento.

The Joshua Tree è un album considerato oramai unanimemente tra i più grandi della storia del rock, un’opera entrata a far parte del costume, benché totalmente avulsa dal contesto non solo musicale ma anche sociopolitico in cui è uscita. Ancora una volta, gli U2 navigano controcorrente rispetto al clima dominante. Nel decennio dell’apparenza, dell’edonismo e del disimpegno, loro vanno nel deserto e si fanno fotografare in abiti meno che casual e con i volti corrucciati per un album che parla del lato oscuro dell’America e che semmai celebra la mitica Land of opportunity per i fasti del passato, epico e idealista, anziché per le bassezze del presente, meschino e materialista. Come detto, anche il look si adegua: da adesso li si vedrà andare in giro con stivali e cappelli da cowboy, indossando stracci che neanche il Terence Hill di Trinità. Clochard in piena coolness era, perché non è l’apparenza quella che conta. L’Albero di Giosuè è un’immagine potente nella sua simbolicità. Con le sue radici forti è in grado di sopravvivere e crescere a dispetto del terreno arido e secco. È il punto fermo tra le incertezze, lo scoglio in un mare di inganni e bugie, la verità rivelata al cospetto di una realtà artefatta e fallace.

Ma perché questa urgenza per la tradizione americana da parte di una band che, in fatto di radici, avrebbe avuto di che ispirarsi per un vita intera anche solo restando confinata alla sua terra d’origine? E soprattutto, cos’altro avrebbero potuto aggiungere loro, sul mito a stelle e strisce, una volta appurato che avessero imparato bene la lezione? Insomma, il rischio non solo di sembrare pretenziosi ma anche comici, era tangibile.

Musicalmente, l’obiettivo che la band si dà fin dall’inizio è che The Joshua Tree sia un disco di canzoni, anche a costo di autolimitarsi. Se in The Unforgettable Fire ogni brano era una pennellata degna – per fare un paragone con quell’impressionismo tanto citato quando si parla di questo lavoro – di Monet o Van Gogh, un frammento che assumeva significato solo in ragione degli altri, in questo nuovo album ogni pezzo deve avere luce propria, vivere e pulsare di per se stessa. Tant’è vero che nessuno dei quattro membri s’interesserà davvero all’ordine della tracklist, delegando la scelta alla moglie di Steve Lillywhite. Sì, esatto, anche lui fa parte del team, non per sostituire Eno e Lanois ma per dare il tocco finale al lavoro. Lui, a differenza dei due producer principali, sa bene cosa voglia dire suonare rock ‘n’ roll che le radio possano trasmettere. Vanno bene i panorami sonori, le tastiere di contorno, i suoni eterei, ma poi bisogna avere delle hit, e Lillywhite è un maestro nel fiutarne il potenziale. Con lui al mix, non solo quelli che saranno gli estratti, ma tutte le canzoni diventano possibili successi radiofonici. Peraltro, sempre in tema di collaboratori, al disco mettono mano – tra gli altri – anche Mark Ellis, meglio conosciuto come Flood, e Pat McCarthy – futuro produttore dei R.E.M. – in qualità di ingegnere del suono.

L’abbiamo detto, The Joshua Tree è il tentativo degli U2 di recuperare la cultura americana. In fatto musicale: andando alle radici del blues di Muddy Waters, Buddy Guy, B.B. King, J.J. Cale e Bo Diddley; del folk di Pete Seeger, Woody Guthrie e Bob Dylan; passando per il roots rock di Tom Petty e Bruce Springsteen; il country di Hank Williams, Willie Nelson e Johnny Cash; perfino il southern di Allman Brothers Band e Lynyrd Skynyrd; e tutta la tradizione del gospel, senza dimenticare le nevrosi metropolitane dei Velvet Underground. Ma è un recupero anche in fatto di letteratura: è in questo periodo che Bono ed Edge iniziano a interessarsi ai grandi scrittori americani, dai nativi fino ai romanzieri neri come James Baldwin, Ralph Ellison, ai poeti e commediografi come Tennessee Williams, Allen Gingsberg, Sam Shepard e Charles Bukowski. Ricorrenti, nell’album, sono anche i riferimenti biblici («Jacob wrestled the angel / And the angel was overcome>», canta Bono in Bullet The Blue Sky), in un lavoro che – come di consueto per gli U2 – ha tra i temi centrali la religione, dalla coesistenza tra fede e dubbio («I have run I have crawled / I have scaled these city walls / Only to be with you / But I still haven’t found what I’m looking for» è uno dei passaggi di I Still Haven’t Found What I’m Looking For) alla ricerca di un equilibrio tra l’aspetto spirituale e quello carnale dell’amore («And you give yourself away», si ripete in With Or Without You), al viaggio come metafora della speranza («Desert sky, Dream beneath a desert sky / The rivers run / But soon run dry / We need new dreams tonight», da In God’s Country). L’America è vista come terra di libertà, ideale approdo di un cammino prima di tutto interiore. La stessa foto di copertina, unitamente agli scatti promozionali firmati da Anton Corbijn, richiamano quell’estetica pasoliniana – da cui il fotografo e regista olandese è sempre stato affascinato – magistralmente espressa in film come Il vangelo secondo Matteo e Uccellacci e uccellini. Ma in The Joshua Tree si guarda anche alle vicende terrene, alla politica, all’attualità, ai temi del lavoro, se è vero com’è vero che Red Hill Mining Town è ispirata allo sciopero dei minatori britannici contro il governo di Margareth Tatcher nel biennio 1984-’85; oppure che Bullet The Blue Sky e la conclusiva Mothers Of The Disappeared sono ispirate al viaggio compiuto da Bono in Nicaragua nel 1986, durante la guerra civile tra le fazioni filogovernative appoggiate dagli Stati Uniti e quella dei contadini; e che in One Tree Hill c’è un esplicito riferimento al poeta e cantastorie dissidente cileno Victor Jara.

Foto promozionale dell’album “The Joshua Tree”

Tornando all’aspetto musicale, appare chiaro come gli U2 non vogliano restare ancorati alla new-wave britannica, ma allargare lo sguardo, esplorare nuove vie, aprirsi al futuro, e per farlo scelgono il modo più radicale: tornare indietro, molto più indietro della loro stessa nascita. Molte altre band dello stesso periodo, dai Cure ai Depeche Mode, agli Echo & The Bunnymen, ai Simple Minds, stanno cercando di sfondare al di là dell’Atlantico, ma nessuno lo fa alla maniera degli U2, una maniera che qualcuno potrebbe anche definire ruffiana: fare appello all’innato sentire comune del popolo americano per ingraziarselo con il richiamo ai suoi miti. Del resto, arricchire il piatto con una piccola dose di piaggeria non è mai stato un approccio rifuggito dagli U2, seppure adottato in assoluta buona fede, a dispetto di quanto sosterranno sempre i più maliziosi. Ma non bisogna tralasciare la matrice mitteleuropea del disco. With Or Without rimanda a Every Breath You Take dei Police; così come le ansie darkwave di Exit – che insieme a Dirty Day (da Zooropa, 1993) e New York (da All That You Can’t Leave Behind, 2000) formerà una formidabile triade di pezzi “gemelli” – richiamano Joy Division e Bauhaus; senza dimenticare la succitata Mothers Of The Disappeared, la cui introduzione riconduce direttamente al kraut di matrice teutonica di Kraftwerk, Can e Faust. Ma come non citare anche gli influssi afro-tribali di One Tree Hill, la cui sezione ritmica anticipa certe digressioni che saranno la spina dorsale di Achtung Baby, l’opera – e in generale la fase – più europea in assoluto degli U2. The Joshua Tree diventerà il disco più famoso della band e – per assurdo – sarà anche quello che racconterà meno di lei, una parentesi, uno degli innumerevoli “costumi di scena” indossati in carriera dai quattro irlandesi, anche se – come si vedrà – per una decina d’anni cercheranno di scrollarsene di dosso i brandelli. Non al punto, però, di metterne da parte le canzoni, alcune delle quali sopravviveranno a tutte le successive fasi artistiche del gruppo – anche quella più “acida” che contrassegnerà buona parte dei 90s, quando la band s’impegnerà con tutte le forze a segare il tronco all’Albero di Giosuè – restando presenze fisse nelle scalette dei concerti.

E saranno ancora una volta i concerti a imprimere una svolta – l’ennesima – alla carriera degli U2. Il The Joshua Tree Tour è un passaggio cruciale. La band ha in programma il salto definitivo che la porti dall’essere una delle tante realtà del composito universo post-punk britannico (o comunque anglosassone) al guadagnarsi il rango di migliore gruppo rock del pianeta. Come detto, l’inclinazione a esibirsi nei grandi spazi gli è connaturata, ma adesso non si tratta più di una data ogni tanto, bensì di organizzare buona parte del tour negli stadi, una cosa mai fatta finora. Il giro parte comunque secondo lo schema tradizionale, ossia con date indoor. I concerti hanno inizio negli Stati Uniti, a inaugurare un programma promozionale che diventerà consuetudine negli anni a venire: partenza in Nordamerica con una leg primaverile di un paio di mesi, approdo in Europa a inizio estate e ritorno in States e Canada in autunno. The Joshua Tree esce il 9 marzo 1987, anticipato dal singolo With Or Without You, e la prima data si tiene il 2 aprile a Tempe, in Arizona. Fino a metà maggio la band è impegnata nei palazzetti, ma è evidente fin da subito che la richiesta di biglietti superi di gran lunga la disponibilità. Non a caso il Time, il più importante periodico americano, dedica per la prima volta la copertina agli U2, con in calce il titolo Rock’s Hottest Tickets, “I biglietti più caldi del rock”. Bono, Edge, Adam e Larry sono il fenomeno del momento negli USA, tutti li vogliono, tutti ne parlano. Sono una presenza fissa di notiziari e programmi di approfondimento musicale. Addirittura una volta anche Frank Sinatra, al termine di un suo concerto a Las Vegas al quale naturalmente gli U2 sono stati invitati come ospiti d’onore seduti al tavolo in prima fila, si trattiene a chiacchierare con loro in camerino snobbando tutti gli altri ospiti illustri che sono venuti a trovarlo.

La copertina di Time del 27 aprile 1987

L’album, manco a dirlo, schizza in vetta alle classifiche in tutto il mondo. Sempre a Las Vegas, in piena Fremont Street, la band gira il videoclip per il secondo singolo, I Still Haven’t Found What I’m Looking For, che esce a metà maggio; e a Los Angeles, sul tetto del Republic Liquor Store (adesso c’è un ristorante messicano, il Margarita’s Place), quello per il terzo estratto, Where The Streets Have No Name, che uscirà a fine agosto.

Ma è in Europa che gli U2 fanno il salto definitivo negli stadi. Per la prima volta il giro nel Vecchio continente si tiene in buona parte nei grandi impianti sportivi di fronte a folle di spettatori che vanno dai 35mila ai 70mila. Gli U2 hanno già suonato di fronte a uditori così vasti ma è sempre stato in occasione di festival o al massimo di appuntamenti speciali come l’homecoming show del 1985 tenutosi al Croke Park di Dublino. Ora invece si tratta di riempire gli stadi per più di due mesi consecutivi. Ed è l’Italia a tenere a battesimo il nuovo corso. La leg europea parte dal Flaminio di Roma il 27 maggio, la sera in cui gli elevati volumi dell’impianto audio dello show fanno registrare scosse simili a quelle di un terremoto nelle zone intorno alla venue. Ancora oggi molti, nella Capitale, lo ricordano, e non a caso il bootleg di quel concerto s’intitolerà Earthquake in Rome. All’esordio romano fanno seguito due appuntamenti allo stadio Comunale di Modena, e poi il resto del tour, con appuntamenti prestigiosi come quello – doppio – allo stadio di Wembley il 12 e 13 giugno, all’Hippodrome de Vincennes di Parigi il 4 luglio, al Feyenoord Stadium di Rotterdam il 10 e l’11 e al Santiago Bernabeu di Madrid il 15. Interessanti anche i gruppi spalla. Se nella leg americana ad aprire era stata la formazione country-rock Lone Justice (con gli U2 anche nel tour USA a supporto di The Unforgettable Fire), tra gli accompagnatori nelle date europee ci sono i Big Audio Dynamite, fondati dall’ex chitarrista dei Clash, Mick Jones, e i Pretenders. In alcune serate si vedono sul palco anche Lou Reed, i Pogues, gli UB40 e – nelle date irlandesi – i mitici Dubliners, folk band attiva fin dagli anni Sessanta e famosa per le sue rivisitazioni di classici della canzone popolare irlandese come Whiskey in the Jar, Seven Drunken Nights e Wild Rover. Alle date outdoor si alternano concerti al coperto nelle arene – tra le altre: lo Zénith, sempre a Parigi, il 15 giugno, il Forest National a Bruxelles l’8 luglio e l’Olympiahalle a Monaco di Baviera il 21 e 22. Il tour europeo termina al Páirc Uí Chaoimh di Cork l’8 agosto, dopodiché la band si prende una breve pausa, prima del ritorno in Nordamerica previsto per l’inizio di settembre. Ed è durante questa sosta che nasce l’idea di riprendere in video il resto tour per un documentario che racconti il viaggio dei quattro negli States. Non solo i concerti ma anche i dietro le quinte, i momenti salienti alla scoperta dell’America, della “loro” America, che sì hanno già conosciuto ma non ancora del tutto.

Presto però il documentario si trasforma in qualcos’altro. La band si fa riprendere sul palco, nei backstage, ma anche in tantissimi momenti che sembrano scelti a caso ma sono in realtà frutto di una studiata strategia: dalla performance in una chiesetta battista di Harlem, a New York, alle prese con un’esecuzione acustica di I Still Haven’t Found What I’m Looking For insieme al coro delle New Voices of Freedom all’escursione a Graceland per visitare la tomba di Elvis Presley, al concerto in Justin Herman Plaza, a San Francisco, per raccogliere fondi in favore degli yuppies appena finiti col culo per terra dopo il lunedì nero di Wall Street; e ancora: in studio insieme a B.B. King per incidere il nuovo brano When Love Comes To Town; oppure a Memphis, in Tennessee, nei mitici Sun Studios alle prese con le registrazioni – pure qui – di nuovi brani tra cui Angel Of Harlem; mentre se ne stanno seduti lungo la riva del Mississippi; e perfino mentre passeggiano lungo un marciapiede di New York e, “casualmente”, assistono all’esibizione di due musicisti di strada, il duo blues Satan and Adam, molto conosciuto ad Harlem e dintorni. L’America delle radici, appunto. Poi ci sono anche i concerti. Vengono impressi su pellicola istanti che resteranno negli annali: l’esecuzione di Helter Skelter dei Beatles alla McNichols Arena di Denver, con le parole di Bono pronunciate in apertura a rappresentare – forse un tantino presuntuosamente – una sorta di manifesto dell’intero progetto: «This is a song Charles Manson stole from the Beatles. We’re stealing it back.» («Questa è una canzone che Charles Manson rubò ai Beatles. Noi ce la riprendiamo», ndSA); la succitata esecuzione di Silver And Gold, sempre da Denver, nella versione che resterà nella memoria dei fan, e non solo; quella leggendaria di Sunday Bloody Sunday nel giorno dell’attentato dell’IRA nella città nordirlandese di Enniskillen durante la parata del Remembrance Day, esecuzione in cui Bono urlerà un sonorissimo «Fuck the revolution!»; e infine diversi brani ripresi nella serata di chiusura del tour tenutasi sempre a Tempe, dove il giro ha avuto inizio – anche se stavolta il teatro è l’immenso Sun Devil Stadium! -, il 20 dicembre.

The Edge e Bono sul palco della McNichols Arena di Denver, 8 novembre 1987 (dal film “Rattle And Hum”)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Anche al ritorno autunnale negli Stati Uniti gli U2 alternano arene e stadi, seppur con una marcata predominanza delle date indoor. Per la prima volta suonano al Giant’s Stadium di East Rutherford, New Jersey, il 14 settembre; così come al Robert Kennedy Stadium di Washington il 20, al Foxboro Stadium di Boston il 22 e al John F. Kennedy di Philadelphia il 25. Decisamente, la East Coast gli arride in fatto di pubblico, con i concerti che registrano affluenze altissime. Date outdoor si tengono anche a Montreal, Toronto e Vancouver, in Canada, oltre che a Cleveland, Rochester e Pittsburgh. A Syracuse, nello stato di New York, gli U2 suonano al Carrier Dome, che è un’arena al coperto ma contiene 40mila spettatori, al pari dell’Hoosier Dome di Indianapolis. Al contrario, nel Midwest e negli stati centrali del paese la band si esibisce quasi esclusivamente nei palazzetti, mentre la California si conferma generosa regalandogli quattro bagni di folla (anche se tecnicamente non tutti sold-out) allo stadio di Oakland e al Memorial Coliseum di Los Angeles. Appuntamenti outdoor sono previsti anche in Florida, e segnatamente all’Orange Bowl di Miami e allo stadio di Tampa, e in Arizona, con i due già citati show conclusivi di Tempe a pochi giorni da Natale. In totale, i cinquanta show della leg autunnale hanno fatto registrare 1.576.518 spettatori (più i 20mila e passa del suddetto evento Save The Yuppies di San Francisco), con una presenza media per serata di 31.530 astanti e un guadagno finale di 27.255.566 dollari. Numeri, certo, ma che rendono l’idea della dimensione ormai assunta dalla band.

Come abbiamo detto, l’ultima leg è stata impressa su pellicola. Alla fine di tre mesi on the road il regista statunitense Phil Joanou ha messo insieme oltre 160 ore di materiale video da cui dovrà trarre un documentario di un’ora e mezza. Nel frattempo, come abbiamo visto, la band ha anche abbozzato nuovo materiale. Non uno o due pezzi, ma una lista di canzoni con cui si potrebbe quasi riempire un LP; e infatti il pensiero inizia a farsi largo, fino alla decisione definitiva di andare in questa direzione. I primi mesi del 1988 sono dedicati alla rifinitura dei brani, pertanto il proponimento iniziale di portare lo show dal vivo in Oceania (l’approdo in Australia e Nuova Zelanda verrà posticipato all’anno successivo) lascia spazio al lavoro in studio, anche per cogliere al volo l’ispirazione e trasformare in nuova musica, senza farla disperdere, l’energia del tour. Da febbraio, i quattro si trasferiscono a Los Angeles, dove oltre a supervisionare le riprese insieme a Joanou, registrano le nuove canzoni negli studi A&M (oggi Henson Recording Studios) e Ocean Way. A marzo c’è però da fare una capatina a New York, poiché il 2 si tiene al Radio City Music Hall l’annuale cerimonia dei Grammy Awards, dove The Joshua Tree viene premiato come album dell’anno (vincendo anche nella categoria Best rock performance). Inutile dire che i Grammy sono solo il riconoscimento più prestigioso, dato che per il disco, o per i suoi singoli, la band irlandese otterrà premi a pioggia. Tra i tanti, ricordiamo il trionfo nella categoria Best International Group ai Brit Awards (premio che riceveranno anche nei due anni successivi) e quello ai Pollstar Concert Industry Awards per il miglior tour. Dopo la sbornia di trofei, in maggio la band torna a Dublino e va a registrare, oltre che di nuovo alla Danesmoate House e agli studi STS, al Point Depot, una vecchia stazione ferroviaria adibita a sala concerti (oggi in quell’area sorge la 3 Arena), dove gira anche altro materiale per il documentario. Infine, a giugno eccola di nuovo a Los Angeles per la post produzione relativa al suono sia dell’album che del film.

Rattle And Hum esce il 10 ottobre 1988 nella versione doppio album, e il 27 dello stesso mese come film al cinema, prodotto dalla Paramount. Il disco contiene tutto quanto sopraddetto, configurandosi come un ibrido live/studio, mentre il film – presentato in anteprima mondiale in O’Connel Street, a Dublino, alla presenza della band che si esibisce anche in un breve concerto – è arricchito da un maggior numero di riprese live, oltre a tutti gli altri frammenti che abbiamo avuto modo di elencare. Già ma, in concreto, cosa rappresenta il progetto? Gli U2 l’hanno sempre descritto come un tributo ai grandi del passato. Vi sono citati, o vi partecipano in prima persona, Beatles, Van Morrison, Elvis Presley, Bob Dylan, B.B. King, Rolling Stones e Jimi Hendrix. Inoltre, i brani inediti sono chiari omaggi a grandi musicisti e compositori come Bo Diddley (Desire), Roy Orbison (Hawkmoon 269), Billie Holiday (Angel Of Harlem) e John Lennon (God pt.II), senza contare tutti gli altri riferimenti sparsi. La critica, ovviamente, la legge in modo diverso: visto il successo raggiunto – è l’attacco -, gli U2 ora si sentono in diritto di elevarsi al livello dei miti del passato. Inoltre – sempre secondo i detrattori – va bene omaggiare le radici della musica americana cavalcandone i fasti, ma bisognerebbe anche prefigurare nuove direzioni musicali.

Anche il film finisce nel mirino: la scelta delle riprese per la maggior parte in bianco e nero viene interpretata anch’essa come snobistica e tracotante, come aver voluto dare l’aria da documento d’antan a un prodotto che la stampa finirà col tacciare di furbizia, opportunismo ed eccessiva pomposità, a partire dagli epici e autoreferenziali titoli di testa. Sono fendenti che feriscono la band, la quale – da parte sua – non può fare altro che rivendicare la sua buona fede. I numeri, comunque, danno ragione ai ragazzi. L’album, sull’onda del successo di The Joshua Tree, finisce in vetta alle principali classifiche, trainato anche da singoli (Desire, Angel Of Harlem, When Love Comes To Town e All I Want Is You, dati alle stampe tra settembre 1988 e giugno 1989) che andranno al numero 1 o che comunque si faranno rispettare in quanto a vendite e passaggi in radio. Anche i video diventano presenze fisse nei palinsesti di MTV. Il più azzeccato è quello di All I Want Is You, diretto da Meiert Avis e al quale la band partecipa con un cameo: girato ad aprile 1989 sulla spiaggia di Capocotta e nel borgo di Ostia Antica, entrambi vicino a Roma, è una sorta di mini film in b/n con protagonista una compagnia circense, a omaggiare il cinema di Federico Fellini (che proprio negli stessi giorni sta girando, non lontano dalle location scelte dagli U2, il suo film La voce della luna), Wim Wenders e il Tod Browning di Freaks, visto che il protagonista è un nano che s’innamora della trapezista, entrambi interpretati da attori italiani.

Still dal video di “All I Want Is You”

Degli inediti di Rattle And Hum, particolarmente interessanti sono anche i testi. Mai Bono – ma pure Edge, in un caso – è andato così a fondo nella critica al capitalismo finanziario. Si potrebbe ravvisare, nella sua scrittura, una vaga fascinazione per le teorie socialiste, da interpretare come critica al sistema americano. Alla luce di ciò, acquista un senso quell’honest wage cantato dal chitarrista in Van Diemen’s Land e a cui, in un mondo ideale, ogni honest man avrebbe diritto: del resto, il principio Da ciascuno secondo le proprie possibilità a ciascuno secondo il proprio lavoro è un caposaldo del pensiero socialista. E se Rattle And Hum sembra un inno all’anticapitalismo lo si deve anche a Desire, vero profluvio d’improperi contro il dio denaro. Nel brano è palese la critica anti USA (si parla di dollari, droga, diffusione delle armi, predicatori, promesse elettorali e «ladri di cuori agli spettacoli itineranti»), e la domanda posta nel testo e che aleggia per tutti e tre i minuti scarsi di durata della canzone è: for love or money? Ricordiamo un’altra cosa. Il 19 ottobre 1987, come abbiamo detto, è stato il Lunedì nero di Wall Street e gli U2 hanno preso parte alla kermesse Save The Yuppies tenutasi il mese successivo a San Francisco. Il crollo della Borsa – magistralmente anticipato dallo splendido film Wall Street, di Oliver Stone – rappresenta uno spartiacque nella storia recente americana, un momento che può aver ispirato Bono nell’approccio alla scrittura. E proseguendo in questa breve analisi dei testi di Rattle And Hum, più avanti troviamo All Along The Watchtower, cover di Bob Dylan che dagli U2 è stata eseguita varie volte nel The Joshua Tree Tour, forse proprio perché suona come un’ammonizione al padronato mondiale. Nel testo, infatti, si dice anche: «Qui uomini d’affari bevono vino e altri scavano la terra».

Volete vederci una critica alla moderna società capitalista? Vedetecela, poiché senso morale, etico, allegorico e politico si fondono nel quadro apocalittico di uno dei brani chiave della storia del rock e si prestano a differenti letture tra le quali si può ricomprendere – certo che sì – anche la critica al sistema economico liberista. A metà disco c’è poi Freedom For My People suonata dai succitati Satan and Adam, e “catturata” per strada in presa live: roba da ferventi democrat, si direbbe. Anche perché il film dà ad intendere che la cosa non sia preparata e che gli U2 si trovassero a passare di lì del tutto casualmente. Anche il testo di God pt. II, che si eleva a sequel della ben più celebre God di John Lennon, presta il fianco al biasimo per insincerità: uno che dice: «Non credo alla ricchezza ma venite a vedere dove vivo» si potrebbe pensare che o è falso o è tremendamente a disagio col fatto che lui, a ventotto anni, sia già zeppo come un uovo mentre molti suoi coetanei non sanno nemmeno com’è fatta una busta paga. Una cosa Bono imparerà bene: l’arte dell’autoindulgenza, e diventerà così bravo da trasformarsi in certi casi in un vero e proprio acrobata della semantica. Noi però continuiamo a propendere per la sincerità della sua visione e lo assolviamo, anche perché non si può non perdonare uno che scrive All I Want Is You, meravigliosa chiosa del disco che contiene anche l’ennesima strizzatina d’occhio all’immaginario di sinistra. Il From the cradle to the grave contenuto nella prima strofa ha tutta l’aria di non essere riferito solo alle «promesse che abbiamo fatto» in vita ma anche ai laburisti inglesi. La frase, infatti, era pari pari lo slogan fondativo del Piano Beveridge, documento di ispirazione keynesiana e colonna dei moderni sistemi di Welfare State, adottato per la prima volta dal New Labour britannico nel 1945. Il principio era che lo Stato, con le politiche pubbliche, doveva accompagnare il cittadino dalla culla alla tomba, appunto.

Tornando alla spiccia cronologia dei fatti, c’è un dato inoppugnabile: all’inizio del 1989 gli U2 sono sfiniti. Dopo il tour mondiale del 1987, i lavori per Rattle And Hum e la relativa promozione in giro per il mondo, i Nostri hanno chiaramente bisogno di una pausa, sicché decidono di posticipare ancora i concerti in Oceania: se ne parlerà per la seconda parte dell’anno. Poi a marzo succede una cosa per certi versi imprevedibile. B.B.King suona al National Stadium di Dublino e con sua sorpresa nota che il pubblico ha un’età media molto più bassa delle precedenti occasioni, conseguenza – ovviamente – della sua collaborazione con gli U2. È qui allora che alla band viene un’idea bislacca: chiedere al leggendario bluesman di accompagnarli in tour nelle imminenti date in Australia, Nuova Zelanda e Giappone. E proprio in onore a lui e al pezzo con egli inciso nell’album, la serie di concerti si chiamerà LoveTown Tour. Non solo. Lo spettacolo subirà anche un profondo restyling scenografico rispetto a quello del 1987. La band infatti chiede allo street artist cileno Renè Castro, conosciuto ai tempi del Conspiracy Of Hope Tour, di realizzare le immagini che faranno da sfondo al nuovo palco. Castro realizza così alcuni grandi teli colorati con su disegnate immagini tipo murales con vari simboli, tra cui una mezzaluna, un serpente e una chitarra. Il LoveTown, a differenza del The Joshua Tree Tour, sarà un carrozzone festante in cui la band si libererà dalle pressioni degli ultimi anni, divertendosi e provando anche a reinventarsi dal vivo. Per la prima volta, infatti, gli si unisce sul palco una vera e propria band supplementare, una sezione fiati che l’accompagnerà nella parte di scaletta riservata al miniset con B.B. King. La setlist, inoltre, è molto meno ingessata che in passato e l’ordine dei pezzi viene spesso stravolto, proprio in ragione della maggiore libertà offerta dal tipo di show. C’è leggerezza nell’aria, gli spiriti dei Nostri sono ebbri, ma è nel loro cuore che qualcosa non va. Sanno che questo breve giro agli Antipodi è solo una parentesi, l’ultimo valzer prima di sbaraccare e iniziare davvero a interrogarsi sul futuro e sulla loro stessa esistenza come gruppo. Le ultime date si tengono a dicembre in Europa, e nel terzo dei quattro concerti dublinesi andati in scena tra il 26 e il 31 del mese al Point Depot, Bono si rivolge al pubblico con l’ormai storica frase: «Ora dobbiamo andarcene e sognare tutto daccapo». E sogneranno, ah se sogneranno…

Il saluto al pubblico degli U2 insieme a B.B. King alla fine di un concerto del LoveTown Tour (foto dal libro “U2 Live: A Concert Documentary” di Pimm Jal de la Parra)

1990-1993: everything you know is wrong

So che “Achtung Baby” potrebbe deludere molti ma non me ne importa nulla, sono sicuro che ai veri fan degli U2 piacerà. Forse perderemo i pop-kids, ma di loro non abbiamo bisogno

Le critiche ricevute, certo. Ma alla base dello stallo “esistenziale” degli U2 mettiamoci anche una sana crisi d’ispirazione sopraggiunta dopo dieci anni spesi alla velocità della luce e senza mai risparmiarsi, e accompagnata dalla sensazione di essere finiti in un vicolo cieco, artisticamente parlando. Ora il problema è come uscirne, da quel vicolo, ma soprattutto se uscirne. Gli anni ’90 degli U2 iniziano tra mille dubbi, primo fra tutti quello sul tenere o meno ancora in piedi il progetto. Non è un caso che la band nel corso del 1989 abbia rilasciato pochissime interviste. Anche perché alla mancanza di argomenti dei quattro bisogna aggiungere un ormai quasi del tutto esaurito loro feeling con la stampa, che li ha sostenuti incondizionatamente fino a un certo punto della loro carriera per poi massacrarli alla prima occasione, minandone la credibilità e frantumandone l’immagine agli occhi del mondo: ora gli U2 sono quelli arroganti, falsi, opportunisti. Il loro stesso impegno per i diritti civili, le loro battaglie in musica – e non solo – per la pace e l’uguaglianza è adesso messo in discussione, tacciato in certi casi addirittura di calcolo e doppiogiochismo. E laddove fosse anche stato sincero, li ha resi una macchietta. Nella migliore delle ipotesi, la gente adesso li prende in giro per quella mission ecumenica che si sono dati e che li ha trasformati in una parodia di se stessi, tanto che la cover di Where The Streets Have No Name che i Pet Shop Boys pubblicheranno a marzo 1991 suonerà più come uno sfottò che come un omaggio.

Del resto la ruota gira veloce e chi non si adegua finisce stritolato. Le regole dello show business sono chiare ma chi non ha studiato nelle scuole d’arte deve sbatterci la testa in prima persona. E a poco serve ricordare che in realtà, l’immagine da duri e puri ormai codificata dei quattro cozzi con il loro carattere così poco propenso al prendersi troppo sul serio, con il loro essere fondamentalmente dei “cazzoni”: la realtà è che conta solo ciò che si vede quando si accendono le luci di scena, il privato e i dietro le quinte non interessano a nessuno, soprattutto se dispensati con il contagocce e senza la forza di rovesciare il cliché. Anche perché gli U2 per primi non hanno mai fatto nulla per evitare di offrire un’immagine rigorosa di se stessi. Puoi essere incline all’umorismo quanto vuoi, ma se appena si accendono le telecamere tu perdi il sorriso e ti cala addosso quel velo plumbeo da funerale, è inutile. Si prenda proprio il film Rattle And Hum: di momenti leggeri ce ne sono pochissimi, e anche dove la band è ripresa in pose più rilassate sembra sempre che non si stia godendo appieno il momento. Eppure non è che in tour si sia fatta mancare le occasioni di vita mondana, i party dopo i concerti, le serate in giro a fare baldoria. Ciononostante, a trionfare è sempre stato il loro lato casto, pensoso, assorto, responsabile. L’unico membro della band a finire sui rotocalchi scandalistici è stato Adam, pizzicato una sera a Dublino in possesso – pensa un po’ – di marijuana (il che ha messo anche a rischio la concessione al bassista del visto per il Lovetown Tour in Giappone).

È chiaro ormai che serva una svolta, non solo musicale ma a 360 gradi. Bisogna smontare l’immagine della band e rifarle il trucco, creare un mostro ancora più grande di quello costruito in primis dai media e in grado di divorarlo; bisogna configgere i detrattori non con l’astio e il rancore ma con l’ironia, l’unica arma in grado di neutralizzare e rispedire al mittente ogni tipo di attacco. Non si tratta solo di indossare una maschera, ma di diventare la maschera. E se finora gli U2 sono andati a sbattere contro la realtà per pura impreparazione, a rialzarsi in piedi saranno così bravi da fare scuola. La metamorfosi che metteranno in atto all’alba degli anni Novanta sarà sorprendente, qualcosa con pochi eguali nella storia del rock e paragonabile forse solo al mitico passaggio di Bob Dylan dall’acustico all’elettrico, ai Pink Floyd prima e dopo Syd Barrett o alle mille mutazioni artistiche di David Bowie. Sarà uno stravolgimento totale, dal sound ai testi, ma anche negli atteggiamenti pubblici, dai concerti alle apparizioni televisive, alle interviste. Da qui in avanti gli U2 saranno totalmente un’altra band, un cambiamento epocale, una rinascita completa. La gestazione però sarà difficile, il travaglio tormentato e doloroso, sia per loro che per i fan che li hanno amati negli anni ’80; ma sarà un passo necessario e, in un certo senso, benedetto e protetto dagli dèi del rock, che agli U2 – come abbiamo visto – non hanno mai fatto mancare il loro favore. Grazie a questa trasformazione, la band di Dublino si allungherà la carriera come minimo di altri trent’anni.

Ora, vero che un così radicale ripensamento richieda tempo e lontananza dalle scene, ma il 1990 – stranamente – per gli U2 inizia nel segno degli impegni lavorativi: anche se nella prima metà dell’anno le uscite pubbliche saranno comunque pochissime (una comparsata di Bono a un concerto di David Bowie e la trasferta romana del quartetto per assistere alla partita della nazionale di calcio irlandese impegnata nei quarti di finale del mondiale Italia’90 contro gli azzurri padroni di casa), la band nei primi giorni di gennaio deve infatti recuperare alcune date olandesi saltate alla fine di dicembre; e terminati i concerti, Bono ed Edge si mettono subito al lavoro sulla colonna sonora della versione teatrale di Arancia meccanica realizzata dalla Royal Shakespeare Company e in scena al Royalty Theatre di Londra tra aprile e maggio. Qui i due iniziano a sperimentare con i suoni, a usare l’elettronica e a mettere da parte qualche idea per la futura musica degli U2, tenendosi da conto il materiale in eccedenza. La band si riunisce in estate ai soliti STS Studios di Dublino, ma è chiaro fin da subito che per ritrovare l’ispirazione ci sarà bisogno di cambiare aria e allontanarsi da casa. I quattro decidono così di lavorare a un disco per la prima volta fuori dall’Irlanda e la scelta della location ricade su Berlino.

Gli U2 a Berlino nell’autunno 1990 (foto di Anton Corbijn)

Il mondo sta cambiando, il Muro è caduto da meno di un anno e nessuna città rispecchia meglio gli stravolgimenti che la band sta vivendo al suo interno. La barriera che divideva in due Berlino – e simbolicamente, anche il mondo – ha cessato di esistere, nella sua funzione strategica, il 9 novembre 1989, ma la Germania sarà ufficialmente riunificata solo undici mesi dopo, proprio quando Bono e gli altri arrivano in città, non senza dare segni di spaesamento. Di più. La band prende posto proprio a bordo dell’ultimo volo diretto in Germania Est, quello della British Airways del 3 ottobre. Con questa mossa gli U2 tentano l’impresa. Ma la posta è alta: gloria o morte, come si dice. Berlino, nel tempo, ha già ispirato svariati band e artisti, regalando a molti di loro nuova linfa vitale dal punto di vista creativo: decisamente ciò di cui hanno bisogno in questo momento gli U2, che arrivati in città prendono in affitto alcuni locali della ex ambasciata sovietica e per incidere vanno in quegli stessi, mitici Hansa Studios dove in passato hanno registrato – tra gli altri – David Bowie, Iggy Pop, Killing Joke, Nick Cave And The Bad Seeds, Lou Reed e Depeche Mode, oltre ovviamente ai berlinesi Tangerine Dream ed Einsturzende Neubauten.

Per gli U2 sono giorni difficili, quelli nella fosca Berlino che non senza difficoltà si sta lasciando alle spalle il suo passato di divisione. Ma se la città ha ritrovato l’unità, paradossalmente è nella band che spirano venti di crisi. Mai come adesso la formazione dublinese è lacerata al proprio interno, con due fazioni a contrapporsi: da una parte Bono ed Edge, che spingono per osare, per aprire a sonorità più ardite, sperimentali, elettroniche; dall’altra Adam e Larry, ancorati alla vecchia concezione di un sound più hand played. Tanto per dare un’idea, si erano lasciati pochi mesi prima promettendosi di ascoltare nuova musica, di farsi una cultura sulle ultime novità al fine di trovare l’ispirazione per la direzione futura, e il batterista se ne torna dicendo di aver fatto una full immersion di Led Zeppelin. Nei freddi e bui pomeriggi berlinesi, i quattro discutono molto. Edge in particolare è diventato un fan dell’elettronica, dei ritmi dance, e la sua idea sarebbe quella di far assorbire alla band una nuova cultura a base di sintetizzatori e drum-machine per farli diventare strutturali nel suono. Il batterista, dal canto suo, non ci sta, si sente ridimensionato e vorrebbe semmai aggiungere qualcosa alle sue parti, incrementare il suo apporto anziché defilarsi e mettersi al servizio delle macchine, come adesso gli viene richiesto. Edge, tra l’altro, sta vivendo un momento difficile dal punto di vista personale, date le pratiche in corso per il divorzio dalla moglie, e mai come adesso la vita interna del quartetto è permeata anche dalle inquietudini extra musicali. Le contrapposizioni tra i quattro arrivano a sfiorare persino l’ambito personale, con i rapporti che si fanno tesissimi e i litigi che diventano una costante. Il clima plumbeo di questa fase degli U2 sarà ripercorso splendidamente nel bellissimo documentario From the sky down, pubblicato nel 2011 in occasione del ventennale di Achtung Baby, ma anche raccontato nei minimi dettagli dallo splendido libro di Bill Flanagan Gli U2 alla fine del mondo, che uscirà nel 1996 e ancora oggi può essere considerato, a nostro avviso, il miglior volume mai scritto sul gruppo irlandese.

Poi d’un tratto, come d’incanto – o grazie al benvolere dei soliti dèi del rock – arriva One e tutto si rimette a posto. Alla band la canzone piove come dal cielo, dalla bozza iniziale formata da quattro accordi in croce prende forma in un amen e come per magia mette fine alla crisi, diradando le nubi all’orizzonte. Il brano – guarda un po’ – parla di separazione, dell’essere diversi, nonostante il testo diventerà per tutti una sorta di inno all’unione e alla condivisione («We are one but we are not the same / We get to carry each other», è il passaggio principe del testo), e per avere come tema la divisione, ha il paradossale effetto di cementare di nuovo il gruppo e di ricreare al suo interno l’alchimia di un tempo, ricordando a tutti che, in fondo, gli U2 sono e resteranno una band capace di scrivere grandi canzoni solo se tutti e quattro i componenti partono insieme dallo stesso punto, e non con qualcuno più avanti degli altri; (ri)stabilito questo, da adesso in poi la strada per loro sarà di nuovo spianata.

Gli U2 al lavoro negli Hansa Studios di Berlino

In verità, a un ascolto più attento di quello che sarà il disco, indizi sulla nuova direzione musicale si potevano scorgere già in Rattle And Hum, sebbene all’epoca nessuno avrebbe mai sospettato della portata profetica di certi passaggi. God pt.II, ad esempio, conteneva un bridge che – a posteriori – squarciava il velo sul futuro. Così come la coda strumentale di All I Want Is You conteneva una breve schitarrata che anticipava il riff di Until The End Of The World. Del resto, è sempre stata una costante della band il riprendere idee dalle lavorazioni precedenti, rielaborandole e cucendole addosso ai nuovi brani. Non di rado, nel loro caso, le canzoni nascono da un passaggio già utilizzato, sia esso un giro di chitarra o di basso, o una breve sequenza di accordi. E come abbiamo visto, in questo senso, neanche nella giravolta artistica più netta della loro carriera, i ponti col passato vengono recisi del tutto.

Ponti con gli anni ’80 che in verità la band ha iniziato a minare fin dalla cover di Night And Day, celebre brano di Cole Porter che gli U2 hanno reinterpretato per la compilation Red Hot + Blue, uscita a settembre 1990 con lo scopo di raccogliere fondi a favore della lotta contro l’AIDS. Ora, la canzone originale è stata rifatta da una vagonata di artisti, ma riconoscere di che pezzo si tratti ascoltando la versione degli U2 è davvero arduo. Il brano è totalmente stravolto, avendolo i Nostri inzeppato di suoni digitali, tra tastiere, synth e batteria elettronica (in pratica, l’esempio più plastico della dura vita da Larry nella band in questo frangente). Il tutto, ammantato di un’aura claustrofobica, un’atmosfera gothic/dark finora quasi totalmente sconosciuta alla band, fatta eccezione per Exit, forse. Il videoclip che accompagna la canzone – che sarà presentato al mondo nella giornata mondiale contro l’AIDS, il 1 dicembre – è girato dal regista tedesco Wim Wenders, il quale oltretutto approfitta dell’occasione per chiedere al gruppo irlandese di poter utilizzare una delle canzoni in lavorazione per il suo imminente, nuovo film Fino alla fine del mondo. Il che spiega anche perché gli U2 daranno a quella canzone il titolo – già menzionato sopra – Until The End Of The World. La band infatti ne concede l’uso al cineasta ma decide di tenerla anche per sé e inserirla nell’album, scelta che si rivelerà illuminata dato che il pezzo diventerà un vero e proprio classico. Ad ogni modo, nonostante lo sforzo profuso per trovare la quadra, le session berlinesi non portano a molto. Il materiale partorito in Germania è poco, ma il soggiorno è stato utile se non altro per arrivare a una schiarita nel gruppo. Solo con il ritorno a Dublino le canzoni prendono forma definitivamente e in modo piuttosto spedito. A partire da febbraio, la band si ritrova negli studi Elsinore di Dalkey, un sobborgo a sud est del centro cittadino affacciato sul mare, ed è qui che sboccia definitivamente Achtung Baby.

Come per la parola boy nel disco d’esordio, qui il refrain è baby. Il termine si ripete qualcosa come 27 volte nell’album, ed è una novità per gli U2, dal momento che mai prima d’ora Bono aveva preso neanche minimamente in considerazione l’idea di infilare un vocabolo così nonsense in un suo testo, e ancora meno di utilizzarlo per metà del titolo di un disco. La scelta è però meno peregrina di quanto si pensi: a luglio 1991 è nata la secondogenita del cantante, Eve, venuta al mondo due anni dopo Jordan, ragion per cui il tema della nascita è ricorrente nell’opera e baby, alla luce di ciò, trova il suo perché. L’opening track Zoo Station, del resto, è un chiaro riferimento al tema della venuta la mondo: «I’m ready to say I’m glad to be alive/I’m ready, ready for the push», recita uno stralcio del testo.

Resta comunque che l’approccio lirico viene totalmente stravolto. Stavolta i testi sono più caustici, enigmatici, ironici, allusivi, anche se in molti casi si prestano a svariate chiavi di lettura: laddove lampante può sembrare il doppio senso a sfondo sessuale, può celarsi il significato più profondo, e viceversa: laddove si ravvedano i tratti della grande poesia può esserci la metafora dell’amplesso. Gli U2 vogliono scrollarsi di dosso l’immagine di salvatori del mondo, vogliono apparire più vacui, disimpegnati, divertiti, “folli”, ma allo stesso tempo non smarrire il proprio spirito, quel calore e quell’umanità che li hanno sempre contraddistinti. Vogliono solo abbattere i luoghi comuni su se stessi e rigirarli a proprio favore, e la tattica migliore è l’autoironia, giocare con i cliché, sviare, far perdere l’orientamento a chi ascolta, nascondendo quei “noiosi” temi forti, quegli “ovvi” significati più profondi sotto una coltre di slogan, aforismi, frasi equivoche: è iniziato l’abbattimento del Joshua Tree e i rami, cadendo, faranno un gran rumore. Poi certo, si scava nel significato di alcuni testi e si scopre che Love Is Blindness parla (anche) degli attentati con autobomba dell’IRA a Dublino e Monaghan nel 1974 dove morirono 34 persone («In a parked car / In a crowded street / You see your love made complete / Thread is ripping / The knot is slipping / Love is blindness»); che So Cruel è un modo tangenziale di affrontare la separazione di Edge («We crossed the line / Who pushed who over? / It doesn’t matter to you, it matters to me / We’re cut adrift, but still floating / I’m only hanging on to watch you go down, my love»); che Until The End Of The World è una sorta di ipotetico dialogo (amoroso?) tra Gesù e Giuda («In the garden I was playing the tart / I kissed your lips and broke your heart / You, you were acting like it was the end of the world»); che Ultraviolets è un’elegia all’amore tra i genitori di Bono («I remember when we could sleep on stones / Now we lie together in whispers and moans / When I was all messed up and I heard opera in my head / Your love was a light bulb hanging over my bed»). Insomma, le solite cose tutt’altro che leggere, solo celate da una coltre d’ironia, da quell’aria ambigua, machiavellica, quasi faustiana: Achtung Baby è probabilmente l’album più cupo, triste e “pesante” degli U2, ma anche quello col titolo meno serio, e oltretutto caratterizzato da sonorità che su un loro disco non si erano mai sentite.

I nuovi U2 si rivelano al mondo il 21 ottobre 1991, giorno in cui esce il primo singolo The Fly, ed è uno shock: non possono essere loro, si dicono in molti. Il pezzo è a dir poco un trauma per tutti coloro che li avevano conosciuti negli anni ’80. Si apre con il ruggito di una chitarra effettata a mo’ di sega circolare, e il successivo riff che parte insieme alla batteria penetra nei padiglioni auricolari come il ronzio di un insetto, appunto. La voce di Bono è filtrata all’inverosimile e la sezione ritmica martella inesorabile come la linea di produzione di una fabbrica. Il testo della strofa è una specie di raccolta di detti, massime, proverbi e frasi fatte apparentemente senza senso e scollegati tra loro. A proferirli è il protagonista della canzone, sorta di “mosca da bar” di quelle che s’incontrano spesso nei locali di Dublino, dove seduti al bancone parlano di tutto, sanno tutto e filosofeggiano su tutto.

Bono mette in bocca a lui quello che vorrebbe dire in prima persona ma non può, e questa sorta di alter ego ben presto travalicherà lo spazio della canzone e diventerà un vera e propria maschera nei futuri concerti. Il videoclip è altrettanto spiazzante e vede la band agire in ambienti perlopiù luridi e notturni, ad acuire il senso di confusione, scombussolamento e perdita di certezze che il brano vuole veicolare. I quattro sono tirati a lucido, con un look decadente, scuro, sexy, urbano, minaccioso. Decisamente, non sembrano loro. Che gli è successo, di che droghe si sono fatti? Bono è in tenuta totally dark, un’infingarda rockstar in completo di pelle nera e occhialoni anch’essi neri come la pece a coprirgli mezza faccia; Edge indossa canottiera, berretto di lana e borchie; Larry e Adam appaiono parimenti unti, biechi e torvi. Everything you know is wrong è una delle tante frasi apparentemente nonsense che s’intravedono sui vari schermi TV che compaiono nel clip, e in effetti sarà il manifesto dell’intero nuovo corso: tutto quello che sapete è sbagliato, come a dire: fate tabula rasa, si ricomincia daccapo.

Frame dal video di “The Fly”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Achtung Baby esce il 18 novembre. L’inizio dell’album è un altro shock e anzi fa pensare di aver messo su il disco sbagliato: c’è scritto U2 in copertina ma non sono loro – viene da pensare -, dev’esserci stato un errore nella stampa, o magari è il nostro impianto hi-fi a essere rotto. Zoo Station parte con un sinistro tintinnio ad anticipare un malefico, distorto e grevissimo riff di chitarra a cui seguono colpi di rullante ipertrattato che mettono in moto la sezione ritmica composta da una batteria dal suono metallico/industrial/futurista e un basso possente, a riprodurre quasi l’incedere di un treno. O di una metropolitana, visto che la Stazione Zoo esiste davvero a Berlino ed è una fermata – ironia della sorte – proprio della linea U2; la seconda traccia Even Better Than The Real Thing è invece puro e sporco rock ‘n’ roll da gentlemen club – per non dire bordello di terza categoria – che si dipana tra effetti sonori, sospiri e ammiccamenti vari; Who’s Gonna Ride Your Wild Horses è più docile e mansueta nel suo afflato pop e ha un ritornello che si ricorda al primo ascolto, ma ha – pure lei – il sapore ambiguo dei nuovi U2; Mysterious Ways, il secondo singolo, che esce più o meno in concomitanza con l’album, ha aromi mediorientali ma forti influssi neopsichedelici che riportano all’ondata baggy in auge in Gran Bretagna nel periodo grazie a gruppi come Stone Roses, Happy Mondays e Primal Scream. In generale, il piglio pop/psych/dance viene incupito da atmosfere fosche, scoraggiate e pessimiste, e ispessito da ritmiche che fanno eco a certi rombi industrial à la Nine Inch Nails provenienti da oltreoceano. Achtung Baby, forse per la prima volta dai tempi di Boy, è infatti un album largamente figlio del suo tempo che risente del clima musicale corrente. E se col disco d’esordio la cosa fu accidentale, ancorché inevitabile, stavolta l’intenzione è chiara e serve a ribadire il diritto degli U2 a starci, nell’attuale panorama.

Al pubblico la svolta sembra piacere. Negli Stati Uniti il disco balza dritto al primo posto e in Gran Bretagna al secondo. Non solo. Per più di tre mesi resta nella Top10 di Billboard e per 29 settimane nella Top20, trainato anche dai singoli, i cui clip vanno in rotazione a ritmo vertiginoso sulle TV musicali, e dal tour, che partirà a fine febbraio. Siamo nel pieno dell’esplosione grunge e il fatto che gli U2 riescano a tenere in rotta il proprio vascello anche in mezzo alla tempesta alzata dai soffi animaleschi di Nirvana, Pearl Jam, Soundgarden e Alice In Chains è senz’altro rimarchevole. Senza dimenticare che in giro circola anche roba come Use Your Illusion dei Guns ‘n’ Roses, il Black Album dei Metallica e Blood Sugar Sex Magik dei Red Hot Chili Peppers, solo per dire di tre lavori usciti tra agosto e settembre del 1991.

Ma è dal vivo che gli U2 stanno preparando qualcosa di davvero mai visto prima. L’album gli ha fornito una gran serie di spunti concettuali che la band vuole tramutare in immagini per uno spettacolo totalmente nuovo, qualcosa di enorme, pomposo, colossale e altamente tecnologico che che – è nelle intenzioni – dovrà far impallidire addirittura il The Wall Tour dei Pink Floyd. Il palco sarà disseminato di schermi TV e altre bizzarre trovate scenografiche (tra cui alcune Trabant, le automobili utilitarie che venivano prodotte nella ex Repubblica Democratica Tedesca, a penzolare dall’alto con i fanali anteriori a fare da luci di scena), a denunciare idealmente lo strapotere della televisione. Anzi, il tour si chiamerà proprio come un’immaginaria stazione televisiva: ZOO TV. L’idea è quella di un vero e proprio show a tema a metà tra un concerto e una rappresentazione teatrale. Ci saranno una parte iniziale, una centrale e una finale. Lo schema prevede un’apertura a base di un mix tra i suoni del nuovo album e immagini sparate sugli schermi a ritmo incessante, con le luci a giocare un ruolo centrale e una scenografia ad alto impatto multisensoriale a fare da contraltare visivo ai temi delle canzoni. Sarà un vortice iperstimolante che squasserà la platea intorpidendone i sensi. Seguirà un secondo atto più calmo, unplugged, con i quattro che torneranno a stabilire un contatto con il pubblico grazie a un intermezzo acustico “a spina staccata” che andrà in scena su un piccolo palco in mezzo al parterre collegato con quello principale da una passerella lunga una decina di metri, per poi – nella terza e ultima parte dello spettacolo – tornare sul main stage ed eseguire le canzoni più vecchie. Ma è senza dubbio la prima parte dello show, la crema del progetto.

Il palco dello ZOO TV Tour

Con gli U2 la televisione entrerà nel rock. Non che nei concerti non siano già stati usati schermi video, e non che artisti come i Genesis negli anni ’70 non abbiano già esplorato i territori situati tra musica popolare e messinscena teatrale a carattere multimediale. Tuttavia, mai come adesso un allestimento del genere sarà funzionale a veicolare un’idea, a rappresentare un concept così articolato. Con ZOO TV l’elemento visivo assumerà valenza strutturale, non semplice complemento ma ingrediente funzionale all’espressione di un concetto. In un certo senso, gli U2 anticiperanno l’era dei reality show, descrivendo uno scenario in cui la TV entra nella vita della gente, un passo oltre la fiction e sempre più dentro il mondo reale. I protagonisti ora siamo noi, nella nostra cruda realtà quotidiana. La stessa Guerra del Golfo, scoppiata nell’agosto 1990 e terminata nel febbraio successivo, ha segnato uno spartiacque nel mondo dei media, che l’hanno raccontata come uno specie spettacolo televisivo, con dirette a tutte le ore dalle zone dei combattimenti e le immagini dei bombardamenti in onda in tempo reale durante i telegiornali. Non a caso il conflitto sarà definito “la prima guerra del villaggio globale”. Tutto questo entrerà di peso nel nuovo spettacolo degli U2, con buona pace di chi – non avendo digerito questa loro nuova incarnazione – li ha già tacciati di vacuità e disinteresse per i grandi temi politici e sociali. Ma nello show saranno presenti anche altri riferimenti agli avvenimenti sociopolitici in corso o appena recenti (come le suddette Trabant, a fare da aggancio al luogo dov’è stato concepito Achtung Baby). Lo show, poi, sarà una vera e propria centrifuga di contenuti, dagli slogan apparentemente senza senso sparati a ritmo vertiginoso sugli schermi ai filmati presi in giro a caso, a inscenare una sorta di megazapping sfrenato, compulsivo e – soprattutto – collettivo, come se gli spettatori fossero idealmente seduti sul divano di casa. ZOO TV segnerà una cesura definitiva nell’idea stessa di concerto rock, e da adesso in poi chiunque vorrà suonare dal vivo in uno stadio sarà costretto a farci i conti. Gli stessi Rolling Stones, che di certo non hanno mai scherzato in quanto a megascenografie, ne rimarranno folgorati.

In più, ZOO TV rimetterà gli U2 in contatto con il mondo del teatro, riportandoli alla follia del Village e ai primissimi show nei locali di Dublino in cui la componente recitata giocava un ruolo essenziale. Bono porterà sul palco alcuni personaggi diventati mitici, tra cui appunto il suddetto The Fly, che come detto travalicherà i solchi dell’omonima canzone per farsi carne, oltre che verbo; ma anche Mirroball Man, sorta di narcisistico, egocentrico e autoreferenziale telepredicatore con indosso un elegante completo di lustrini argentati, e – più avanti nel corso del tour – Mr Macphisto, mefistofelica proiezione del cantante nei panni di un’arrogante e vecchia rockstar che ogni sera, dal palco, amerà sragionare su tutto e il suo contrario. Tutti profili che rappresenteranno, a dire del frontman, i diversi lati della sua personalità, lati finora colpevolmente tenuti nascosti dallo stesso Bono a beneficio dell’unica faccia finora mostrata al pubblico, quella più seria e “giusta”. Del resto, l’abbiamo detto: uno dei più grandi limiti degli U2 degli anni ’80 è sempre stato quello di non riuscire a essere pienamente se stessi nel momento in cui erano sotto i riflettori; ora invece, grazie a queste maschere di nuova invenzione, possono farlo, dando così ragione a Oscar Wilde: ogni uomo mente, ma dategli una maschera e sarà sincero. E come detto, ZOO TV sarà anche la risposta della band a quella critica che tanto li aveva attaccati: ci consideravate ipocriti? Ebbene, avevate ragione, e quindi eccoci in tutto il nostro autocompiacimento. Sì, siamo delle rockstar, e lo rivendichiamo. Ci piace il successo, ma anche l’eccesso, il kitsch. Adoriamo la mondanità, girare in limousine, i fan in delirio, i cronisti che si accalcano per intervistarci, le feste, l’alcol, le top model e le suite presidenziali degli alberghi di lusso. Dovremmo vergognarcene? Manco per niente.

Lo ZOO TV Tour rende onore alla sua singolarità iniziando proprio nel giorno che capita più di rado: il 29 febbraio, essendo il 1992 anno bisestile. La prima messa in scena – il lessico, lo ribadiamo, è da opera teatrale, giacché parlare di semplice concerto è riduttivo – si tiene alla Lakeland Arena, in Florida, davanti a 7.251 spettatori che, entrando nella venue, restano folgorati dalla scenografia che gli si para dinanzi; e ciò nonostante le ampie anticipazioni riguardo alla tipologia di show date dalla stampa nei giorni immediatamente precedenti. Inoltre, era già andata in onda in TV anche la registrazione live di One per il programma Top Of The Pops, con la band ripresa sul palco dello show in preparazione durante uno dei tanti soundcheck. Ma dal vivo, l’allestimento scenico fa tutta un’altra impressione. Bono, Edge, Adam e Larry entrano in scena alla spicciolata e attaccano con Zoo Station, preceduta da una breve intro cantata dal vocalist senza accompagnamento strumentale. Seguono altri sette brani presi da Achtung Baby (The Fly, Mysterious Ways, One, Until The End Of The World, Who’s Gonna Ride Your Wild Horses e Tryn’ To Throw Your Arms Around The World), per un’apertura tutta all’insegna del nuovo corso e che testimonia la fiducia del gruppo nei nuovi pezzi, che dal vivo – se possibile – migliorano addirittura, risultando come un interessante mix di sano rock hand-played e suoni preregistrati. La fase centrale dello spettacolo è invece una sorta di miniset acustico eseguito sul palco B dove vengono suonati principalmente pezzi che si prestano alla dimensione unplugged (Angel Of Harlem e la cover di Satellite Of Love di Lou Reed, nella fattispecie). Infine, l’ultimo atto presenta l’ovvia carrellata di successi del passato, da Bad a I Still Haven’t Found What I’m Looking For, passando per All I Want Is You, Bullet The Blue Sky, Running To Stand Still, Where The Streets Have No Name e Pride. Poi ci sono i bis, con Bono che rientra sul palco nei panni di Mirrorball Man per l’ultimo poker di pezzi: Desire, Ultraviolets, With Or Without You e Love Is Blindness. A fine serata saranno state 10 le canzoni eseguite da Achtung Baby, la metà da The Joshua Tree e nessun brano precedente a The Unforgettable Fire: i nuovi U2 sono questi, piaccia o meno. E che siano profondamente convinti della setlist è dimostrato dal fatto che quest’ultima resterà sostanzialmente invariata per tutta la prima leg, al netto di minime variazioni apportate, peraltro, solo alla parte centrale, quella meno ingessata e più rilassata. Ma è il contorno extramusicale a rendere lo show un unicum nel suo genere: le trovate scenografiche, gli intermezzi recitati e le idee che spuntano a ripetizione rendono lo ZOO TV uno spettacolo sempre in divenire. Nel corso delle date, verranno infatti aggiunti via via nuovi elementi, momenti, siparietti: spunteranno danzatrici del ventre, collegamenti via satellite, videoconfessionali in stile Grande Fratello dove i fan possono farsi intervistare davanti a una telecamera e dire tutto quello che vogliono, telefonate di Bono/Mirrorball Man alla Casa Bianca per farsi passare il presidente o a un take away per ordinare 10.000 pizze da offrire ai fan. Allo ZOO TV può succedere di tutto, e anche se la scaletta è sempre la stessa, ogni sera si ha la sensazione di uno spettacolo diverso. Siamo al cospetto degli U2 al massimo della loro creatività. Difatti il tour si rivela un successo clamoroso, e fino al 23 aprile – ultimo concerto del giro in Nord America insieme ai Pixies come gruppo spalla – sarà sulla bocca di tutti.

Il 3 marzo esce il terzo singolo, One, che entra nella Top10 sia in Gran Bretagna che negli States ed è accompagnato da ben tre videoclip: il primo, diretto da Anton Corbijn, ambientato a Berlino e con alcuni frame che mostrano i membri della band vestiti da donne; il secondo, girato da Mark Pellington, in cui la band non si vede e protagonista è un branco di bufali che corrono (immagine da associarsi alla copertina del singolo in cui campeggia la famosa foto dei bufali che si lanciano in un dirupo scattata dell’artista David Wojnarowicz, che morirà di AIDS nel luglio 1992); e il terzo video, girato da Phil Joanou, molto più tradizionale e osservante dei canoni pop/rock.

Gli U2 sul set del video di “One” girato da Anton Corbijn (foto dello stesso regista)

Nel frattempo, l’album continua a sfornare singoli di successo. Even Better Than The Real Thing, pubblicato a inizio giugno, raggiunge la 12ma posizione in UK (ma il successivo singolo con ben 5 remix del pezzo raggiungerà la numero 8) e la 32ma in USA. Ma è sempre il tour a rubare la scena. Tra maggio e giugno la band è protagonista di un breve giro europeo (Milano 21 e 22 maggio le date italiane) concluso dal concerto di Manchester rientrante nel quadro delle iniziative per protestare contro la costruzione di un secondo impianto nucleare a Sellafield, sito britannico sulla costa del mare d’Irlanda. Dopo lo show, che ha visto la partecipazione anche di Kraftwerk, Public Enemy e Big Audio Dynamite II, gli U2 sono saliti su una nave di Greenpeace e sono sbarcati all’alba del giorno successivo sulla spiaggia dell’installazione atomica per inscenare una protesta singolare e invero scenografica, vestiti con tute protettive antiradiazioni. Il tutto a riprova che, nonostante gli apparenti inganni e abbandono dei grandi temi suggeriti dal nuovo corso libertino della band, il cuore ambientalista di Bono e soci batte ancora.

A metà agosto ripartono le trasmissioni della ZOO TV con la nuova leg intitolata Outside Broadcast Tour. Il palco stavolta è enorme, e la scenografia si staglia maestosa lungo tutto il lato corto dell’impianto presentandosi come qualcosa a metà tra una stazione televisiva, una raffineria di petrolio e uno scenario urbano à la Blade Runner. In termini di metri, i megaschermi misurano 6.1×4.5 e le antenne raggiungono i 34 d’altezza; il palco ne misura 24 in profondità e 76 in larghezza e la passerella che conduce al B-stage viene allungata a 46. Inoltre, l’impianto luci viene totalmente ripensato, con i riflettori sistemati su torri alte fino a 30 metri, dal momento che gli stadi non presentano copertura superiore. In più, schermi aggiuntivi, un maggior numero di amplificatori, woofer e speaker, un team di produzione di 145 addetti e altri 45 impegnati nella costruzione delle due copie del palco che si alternano di data in data. Altri numeri? 54 camion per il trasposto dell’equipaggiamento, quasi 5 chilometri di cavi elettrici e 40 ore sia per montare che per smontare il tutto. L’impresa è davvero sovrumana, ma ne vale la pena: il tour viene osannato da pubblico e critica, e per alcuni commentatori è uno dei più innovativi della storia. Addirittura, qualcuno arriverà a sostenere che se per qualcosa gli U2 resteranno nelle enciclopedie, sarà per questo live act che abbatte definitivamente le barriere tra artista e pubblico negli stadi. Di sicuro, mai nessuno prima d’ora ha fatto qualcosa del genere. Rock e TV: forse è questa la nuova frontiera.

Il palco dello ZOO TV Outside Broadcast Tour

La leg outdoor americana inizia il 12 agosto dal Giants Stadium di East Rutherford, in New Jersey, ed è come una seconda partenza. La scaletta ricalca quella dei concerti indoor, anche se via via si registrano leggere variazioni, come accenni ai primi tre album, tra cui New Year’s Day, che diventerà praticamente fissa in setlist in sostituzione di Who’s Gonna Ride Your Wild Horses (la quale, paradossalmente, ad agosto sparisce dai radar proprio mentre esce come quinto singolo). Con una certa regolarità entrano nella fase centrale dello show anche altri brani e cover, interi o agganciati in coda ad altre canzoni. C’è anche una nuova chiusura di spettacolo: Love Is Blindness viene infatti fatta seguire da I Can’t Help (falling in love with you) di Elvis Presley, eseguita dai soli Bono ed Edge. Per il resto, il corpo dello spettacolo resta quello di sempre. Il nuovo passaggio in Nord America è molto più capillare del primo, quasi quattro mesi on the road, con opening gli Sugarcubes di Bjork e soprattutto il gruppo hip-hop statunitense Public Enemy, a rafforzare in qualche modo la natura politica dello ZOO TV Tour. In generale, in molte città della East Coast, ma anche in Canada e nell’Illinois, la band suona per due – o in alcuni casi anche tre – appuntamenti, mentre nelle città del Midwest o negli stati del sud come Texas, Alabama e Florida, riempie lo stadio solo una volta, il che resta pur sempre un ottimo risultato. Bisogna arrivare in California per ritrovare doppi concerti, come avviene a Los Angeles. E poi la chiosa del tour in Messico, dove gli U2 suonano per la prima volta in assoluto, con ben quattro date (indoor) nella capitale Mexico City.

Il 20 gennaio 1993 a chiamare in causa gli U2, o per meglio dire la loro sezione ritmica, è la politica USA. Adam e Larry prendono infatti parte a uno speciale concerto organizzato da MTV in occasione della cerimonia d’insediamento del neopresidente americano Bill Clinton alla Casa Bianca. Per l’occasione, il bassista e il batterista si uniscono a Michael Stipe e Mike Mills dei R.E.M. in un singolare quartetto creato ad hoc che prende il nome di Automatic Baby (dai titoli degli ultimi due lavori in studio pubblicati dalle rispettive band: Automatic For The People dei R.E.M., pubblicato il 5 ottobre 1992, e ovviamente Achtung Baby per gli U2) e si esibisce in una versione acustica di One.

Per i successivi tre mesi, gli U2 non hanno concerti in agenda e solo a maggio sono attesi dal ritorno in Europa con la versione outdoor dello ZOO TV Tour. Inizia quindi a frullargli in testa l’idea di accompagnare le nuove date con un EP di qualche brano, giusto per rendere più interessanti i nuovi show. La band si ritrova in studio all’inizio del 1993 ma – vuoi per l’energia che il tour gli ha trasmesso, vuoi per afferrare al volo il momento di straordinaria creatività – amplia subito i propri orizzonti e finirà col realizzare un intero album che s’intitolerà Zooropa. Impresa folle, artisticamente parlando, giacché il tempo a disposizione è decisamente poco, un pugno di settimane in cui bisognerà comporre, registrare e mixare. Nel corso dei lavori, qualche idea viene riciclata dal materiale scartato dalle session di Achtung Baby, qualche altra presa dai nastri registrati durante il tour, ma la maggior parte si materializza in studio, spesso a partire da improvvisazioni o jam session. Tra le bozze circolanti dai tempi del disco del 1991 ci sono quelle che diventeranno le canzoni Stay e Numb. E se la prima, i Nostri se la ritrovano già quasi bell’e pronta, la seconda si presenta inizialmente solo come base ritmica sulla quale Edge opererà una serie di sovraincisioni che porteranno il pezzo su una direzione totalmente diversa, sperimentale, dark e dal cantato quasi rap in cui le strofe si susseguiranno in stile meccanico, ripetitivo, marziale, con ogni verso introdotto dalla negazione Don’t: una cosa mai sentita a nome U2 e che diventerà addirittura il singolo di lancio dell’album, accompagnato da un videoclip a dir poco irresistibile. L’opening e title track è invece il risultato di un merge tra due diversi stralci sonori registrati durante i soundcheck del tour. Al contrario, svariati brani come Babyface, Dirty Day, The First Time e Some Days Are Better Than Others, escono fuori dal nulla e in modo abbastanza veloce durante le session in studio. Ma non è comunque roba che si è abituati a sentire dagli U2. Con Zooropa l’asticella della sperimentazione viene alzata ancora di più, e le nuove pièce suonano – se possibile – ancora più oscure, stranianti, avanguardistiche. Se Achtung Baby è stata la rottura col passato, Zooropa allarga il solco a dismisura. Pensato come un’appendice del lavoro concepito a Berlino, prende fin dall’inizio una strada propria, aprendo scenari inesplorati dai pur innovativi U2 post 1990 e superando lo stesso Achtung Baby sul piano dell’ardimento e del coraggio. I Nostri dimostrano di saper ormai maneggiare la tecnologia con padronanza assoluta e i suoni vengono trattati come mai prima d’ora, con gli strumenti che in alcuni casi diventano irriconoscibili, sebbene – bisogna dirlo – il tutto resterà un capitolo a parte della loro discografia, una parentesi che si aprirà e chiuderà nello spazio di un amen. Zooropa non è un disco di canzoni, non contiene hit ma tasselli a mo’ di colonna sonora di un viaggio allucinato in un continente – richiamato nel titolo – immaginario, distopico, spettrale. Gli U2 fissano su disco le sensazioni e la vitalità del tour – del resto, sarebbe stato un peccato non “fotografare” lo straordinario momento di forma del gruppo – ma l’opera ha dignità in sé e cammina sulle proprie gambe. Le idee non mancano: dalla leggenda del country USA Johnny Cash che canta con il suo proverbiale timbro baritonale sulle pulsioni elettroniche di The Wanderer al caustico falsetto di Bono nel secondo singolo Lemon – brano che, come The Fly, nel videoclip è interpretato da uno degli alter-ego del cantante, il succitato Macphisto -, all’acida e ovattata dance/industrial di Daddy’s Gonna Pay For Your Crashed Car. E poi il fantastico lavoro di produzione di Eno e Flood, con l’aggiunta di Edge, che per la prima volta entra ufficialmente nel team di produzione, lavorando al disco – e in particolar modo ai suoni e al missaggio – più di chiunque altro, al punto che – possiamo dirlo – Zooropa è soprattutto una sua creatura. Come al solito, le session vanno ben oltre la data prefissata per la conclusione dei lavori e gli U2 si troveranno nell’assurda situazione di dover finire il disco mentre sono in tour. Difatti, il primo mese di concerti si rivela qualcosa di estremamente massacrante per loro, dato che alla fine di ogni show si catapultano in aeroporto per tornare a Dublino a registrare, sfruttando ogni minima pausa in calendario. Il disco arriva nei negozi il 5 luglio, proprio nel mezzo delle date italiane.

Fermoimmagine dal video di “Numb”

Lo Zooropa Tour dura quattro mesi e si svolge anche questo negli stadi. McGuinness ha ammesso – alla buon ora, verrebbe da aggiungere – che da quando gli U2 hanno raggiunto la celebrità a livello globale, nelle attività promozionali della band il Vecchio continente è sempre stato subalterno agli Stati Uniti, ragion per cui è arrivato il momento di rendere all’Europa ciò che gli spetta girandola finalmente in modo capillare. Quella del 1993 è una versione aggiornata dello ZOO TV-Outside Broadcast americano, molto più europea nei riferimenti. Le idee continuano a scaturire a getto continuo e una delle novità principali è proprio il nuovo personaggio interpretato da Bono sul palco, il diavolo Macphisto, che sostituisce Mirrorball Man ed è una sorta di The Fly stanco, invecchiato e ancora più cinico, che nei discorsi rievoca le sue glorie passate e riflette sarcasticamente sull’attuale situazione politica europea, esprimendo finto apprezzamento per l’estrema destra che sta riemergendo in quasi tutti i paesi, sull’onda dell’incertezza sociale ed economica scaturita anche dall’unione tra est e ovest del continente. Durante il suo siparietto, Macphisto dà vita anche ad esilaranti telefonate in cui cerca di parlare con alcuni leader dei nuovi partiti di ispirazione neofascista, come Alessandra Mussolini in Italia. Ma i momenti più simbolici del tour sono le date tedesche, in special modo quella di Berlino (15 giugno), città simbolo della nuova Europa ma anche del nuovo corso degli U2, partito proprio da lì. In Germania la band tiene ben 6 concerti, anche se, da un punto di vista strettamente numerico, è l’Italia il paese dove gli U2 suonano di più, con ben 8 date tra Verona (2 appuntamenti), Roma (2), Napoli, Torino e Bologna (2). Per la prima volta, la band suona anche nell’ex Europa dell’est, e segnatamente a Budapest, il 23 luglio. Altri momenti salienti sono gli show londinesi, quattro date allo stadio di Wembley con ospite sul palco della prima data Salman Rushdie, l’autore del romanzo I versetti satanici condannato a morte dall’Ayatollah Khomeini per aver offeso, a dire della stessa guida suprema iraniana, la religione islamica. Anche le band di supporto di questa leg sono una vera e propria fiera dove a nomi leggendari come Velvet Underground (appena riunitisi per una breve parentesi), Ramones ed Einsturzende Neubauten si alternano – tra gli altri – band e artisti avviati verso il gotha del rock come Pearl Jam, PJ Harvey e la succitata Bjork, stavolta in veste solista.

Nello Zooropa Tour irrompe anche la tragedia, con la guerra in tutta la sua atrocità. A partire dai concerti italiani, infatti, la band allestisce un collegamento video con Sarajevo, dov’è collegato il giornalista e scrittore Bill Carter che ha organizzato una diretta con alcuni abitanti della città assediata, i quali vengono intervistati e possono così parlare senza filtri al mondo che sembra averli dimenticati. Alcune volte il momento è un vero e proprio strazio, come quando nella stessa prima data londinese, tre ragazze – una musulmana, una serba e una serbo/croata, amiche tra loro da anni – chiamate a parlare davanti alla telecamera non risparmiano strali nei confronti del mondo occidentale che non fa niente per aiutarle. Le tre giovani se la prendono anche con gli stessi U2 e il pubblico presente, che una volta finito il collegamento – dicono – riprenderà a cantare e ballare come se niente fosse.

Il tour si conclude a Dublino il 28 agosto, dopodiché, ancora una volta, la band disporrà di alcune settimane di pausa prima di riprendere con gli spettacoli in Australia, Nuova Zelanda e Giappone. A settembre Bono registra I’ve Got You Under My Skin, brano portato al successo da Cole Porter negli anni ’30, insieme a Frank Sinatra per il nuovo album di quest’ultimo, Duets. A ottobre, invece, la band al completo vola a Berlino per prendere parte alle riprese per il video del terzo singolo da Zooropa, Stay (far away, so close!), la cui uscita prevista a novembre accompagnerà l’ultima leg del tour. Il clip è diretto ancora una volta da Wim Wenders, che rievocherà alcune iconiche scene del suo film capolavoro del 1987 Il cielo sopra Berlino, citandole apertamente nel video. Peraltro, la canzone, in una versione alternativa, figurerà anche nella colonna sonora di Così lontano, così vicino, nuova pellicola del regista tedesco e sequel del suddetto film con protagonista l’angelo Damiel.

Il 12 novembre lo ZOO TV Tour approda agli antipodi. Lo show viene rinominato su base geografica a seconda dei luoghi visitati: sarà Zoomerang per l’Australia, New Zooland per la Nuova Zelanda e ZOO TV Japan per il paese del Sol Levante. La prima data si tiene a Melbourne con una scaletta – la medesima per l’intera ultima leg – che accoglie in modo più massiccio brani da Zooropa: a Numb e Stay, che avevano già fatto il loro timido ingresso nelle setlist già dalle date europee, si affiancano Daddy’s Gonna Pay For Your Crashed Car in sostituzione di Desire, Dirty Day al posto di Bad e Lemon in sostituzione di Ultraviolets. A Sydney è previsto che i due concerti del 26 e 27 novembre vengano ripresi per farne un film-concerto, ma la sera precedente il primo appuntamento Adam si ubriaca al punto da non poter presentarsi sul palco, e così, per la prima volta dai tempi degli esordi nei pub di Dublino, la band si presenta suona dal vivo in formazione “monca”. Il fatto singolare è che a mancare, in questa circostanza, sia proprio colui unanimemente considerato l’elemento più professionale del gruppo. Professionale, ma con gravi problemi di alcolismo, che il bassista si lascerà definitivamente alle spalle solo verso la metà degli anni ’90. Ad ogni modo, a sostituirlo nel primo concerto di Sydney è il suo tecnico del suono, Stuart Morgan, anche se poi non potendo quest’ultimo figurare nelle riprese video, il progetto di filmare entrambi gli show salta.

Pertanto, le speranze di una buona riuscita del film – per il quale, è perfino superfluo rimarcarlo, la band ha investito una somma notevolissima – vengono riposte nella sola seconda data. Ma riuscirà Adam a rimettersi in piedi per la seconda sera? Non è scontato; e se non accadesse, molto probabilmente il più importante tour degli U2 fino ad ora non avrebbe alcun documento video a testimoniarlo. Tuttavia, ancora una volta, lassù qualcuno dimostra di amarli, gli U2: Adam si riprende per il rotto della cuffia e sale sul palco insieme agli altri. Non solo. Se la cava egregiamente e si prende anche la sua buona dose di inquadrature, dove non sembra assolutamente uno che appena ventiquattro ore prima era completamente lesso per i troppi brandy tracannati. Le riprese vanno alla perfezione e il risultato uscirà in VHS il 17 maggio 1994 con il titolo Zoo TV: live from Sydney: sarà l’unica traccia ufficiale di due anni di tour, ma anche quella che fisserà su pellicola la versione finale di uno spettacolo andatosi continuamente evolvendo nell’arco del biennio, tanto che se si confrontano la prima data (Lakeland ’92) e l’ultima (Tokyo, 10 dicembre 1993) sembrano due spettacoli diversi. Ma tanto valeva filmarne la versione definitiva, perché dell’indiscutibile apice si è trattato.

Bono/Macphisto nel suo camerino durante il concerto degli U2 a Sydney del 27 novembre 1993

1994-1998: il supermercato del pop

Ci sentiamo come Andy Warhol, cioè artisti buttati in un mondo commerciale

L’impressione è che lo ZOO TV Tour sarebbe potuto andare avanti a oltranza e continuare a riservare sorprese chissà per quanto ancora. A un certo punto, però, la spina bisogna staccarla e dopo tre anni di lavoro praticamente senza pause gli U2 decidono di non prendere impegni per un bel po’. Il 1994 è sostanzialmente un anno di pausa per loro, anche se il 1 marzo ci sono ancora da raccogliere i frutti (leggi premi) della fatica compiuta: alla Radio City Music Hall di New York, Zooropa si aggiudica inaspettatamente il Grammy come miglior album alternativo dell’anno; e che il riconoscimento arrivi a loro nel pieno fiorire dell’alternative rock americano (tanto per dire, nel 1993 sono usciti lavori di Nirvana, Pearl Jam, Smashing Pumpkins, Counting Crows, Fugazi e Morphine) desta abbastanza scalpore. Nel discorso di ringraziamento, Bono esprimerà un concetto del tipo «continueremo a fottere il sistema», che detto dagli U2 – i quali per i tempi correnti sono la band mainstream per antonomasia – suona non solo paradossale ma addirittura comico. Però, al di là delle apparenze e volendo guardare alla faccenda in modo non superficiale, c’è da dire che l’ultimissima incarnazione degli U2, quella da Berlino in poi, è una sorta di mina vagante in un sistema ormai imbevuto di finto alternativismo. Nel 1993, essere “contro” è diventato un must e fa parte dell’accettazione di determinate regole. L’industria s’è appropriata del clichè e ne ha fatto un fenomeno sostanzialmente televisivo. Solo il suicidio di Kurt Cobain, avvenuto il 5 aprile 1994, riporterà alla vita vera, imprimendo indelebilmente il marchio della tragedia sulle camicie di flanella.

Il resto dell’anno, Bono ed Edge lo passano in gran parte nel sud della Francia, dove di recente hanno acquistato un complesso residenziale. Adam e Larry, invece, vanno a New York. Il primo ne approfitta per prendere lezioni di basso, mentre il secondo deve curare i suoi problemi alla schiena e possibilmente individuare un nuovo approccio allo strumento che non comporti eccessivo stress per le articolazioni. Solo verso la fine dell’anno, i quattro si ritrovano insieme a Brian Eno per lavorare ad alcune nuove idee. A dire il vero, da tempo la band vorrebbe lavorare a qualcosa per cui sia possibile dare a Eno il timone, coinvolgendolo non solo come produttore ma come parte integrante del processo compositivo; e questa potrebbe essere l’occasione buona. Le nuove session, infatti, presentano fin da subito equilibri diversi. Cambiano le gerarchie, Eno è il comandante e loro i “mozzi”. Il problema, però, è che, almeno nelle fasi iniziali, i quattro non sembrano prendere troppo sul serio l’impegno, intendendo in modo forse troppo estensivo il concetto di lavorare in un clima rilassato. La cosa fa imbestialire l’ex Roxy Music, che minaccia di andarsene; la band allora capisce che tira una brutta aria e si rimette in riga. L’idea è innanzitutto quella di sperimentare, di allontanarsi dai territori rock abitualmente frequentati dagli U2, di avventurarsi in qualcosa di ancora più estremo di Zooropa, ma soprattutto qualcosa che abbia attinenza con il mondo del cinema, tipo una colonna sonora o qualcosa del genere.

Del resto, l’inclinazione cinematica del gruppo è ravvisabile fin dagli anni ’80, e dall’incontro con Wenders in poi si è già sostanziata a più riprese. Viene anche individuato un possibile film sul quale concentrarsi, una produzione indipendente britannica che, tuttavia, naufraga in corso d’opera lasciando alla band un pugno di brani quasi ultimati ora in cerca di nuova collocazione. Ma poi – si chiedono i Nostri – serve davvero una collocazione? O si può fare musica anche per film che ancora non sono stati realizzati? Prende allora forma l’idea di lavorare a una soundtrack a prescindere dalla pellicola alla quale abbinarla. Di più. Ogni brano sarà associato a un diverso film immaginario. Nascono così titoli di lungometraggi come United colours of plutonium, Slug, Always forever now, An ordinary day, Gibigiane/Reflections, Elvis Ate America, Hypnotize, The swan, Let’s go native, alcuni dei quali associati a canzoni omonime o quasi, mentre altri film esistono davvero: è il caso di Beyond the cloud (al quale è abbinata Your Blue Room), film del 1995 diretto a quattro mani da Michelangelo Antognoni e lo stesso Wenders, Ghost in the shell (per One Minute Warning), film d’animazione giapponese sempre del 1995, e Miss Sarajevo (per il brano omonimo), documentario realizzato dal summenzionato Bill Carter. L’album che scaturirà da queste sessioni non sarà ricondotto direttamente agli U2, e per questo il team – che si avvarrà anche dell’apporto di altri artisti, tra cui Luciano Pavarotti, la cantante Holi e il produttore Howie B – si rinominerà Passengers, mentre il disco prenderà il titolo Original Soundtrack n.1 e arriverà nei negozi all’inizio di novembre 1995.

Prima, però, gli U2 danno un‘altra prova di quanto amino il cinema, e che si tratti di cinema d’essai o d’intrattenimento cambia poco. Stavolta accostano il loro nome a una vera e propria icona pop come Batman, dando alle stampe, a giugno, il singolo Hold Me Thrill Me Kiss Me Kill Me per la colonna sonora del terzo film della serie iniziata da Tim Burton nel 1989, Batman forever. Si tratta di un brano ripescato dalle session di Zooropa, nella cui tracklist non entrò perché – a dire della band – era troppo rock. Il video poi è spassosissimo, con i Nostri in un’inedita versione cartoon a riprendere il look dello ZOO TV Tour. Come ogni cosa che fanno gli U2 in questo periodo, anche quest’ultimo singolo divide pubblico e critica in pro e contro la band. Se l’obiettivo dei quattro è far parlare di sé, ci stanno riuscendo benissimo, e il modo in cui continuano ad abbattere tabù infiamma il dibattito tra sostenitori e detrattori: si possono amare od odiare, ma gli U2 fanno sempre discutere. In un panorama musicale fortemente polarizzato dalla dicotomia mainstream/alternative, ogni loro mossa è pesata, analizzata, discussa nel dettaglio, forse anche oltre le stesse intenzioni della band, che è vero che non fa nulla per passare inosservata ma in questo momento vorrebbe anche concedersi maggiore libertà in fatto di esplorare nuove possibilità d’espressione. Chiaramente, associare il nome U2 a un blockbuster movie estivo è fumo negli occhi per i puristi rimasti ancorati all’immagine del gruppo degli anni ’80, e infatti lo stesso gruppo viene ancora una volta accusato di tradimento. Anche perché Bono ed Edge gettano altra benzina sul fuoco nel momento in cui scrivono un altro brano associato a un franchise cinematografico popolarissimo: James Bond. Il singolo Goldeneye, main theme dell’omonimo film con Pierce Brosnan in uscita in autunno, sarà cantanto da Tina Turner e uscirà in concomitanza con la pellicola. E per non essere da meno, Adam e Larry, a metà 1996, parteciperanno a loro volta alla colonna sonora di un film non certo impegnato come Mission: impossible, reinterpretando in chiave moderna il tema principale della pellicola, la prima della saga cinematografica ispirata al famoso telefilm in onda tra gli anni ’60 e ’70. Insomma, anche a coppie, gli U2 si divertono a provocare. Ma torniamo al 1995. Dove ce la ritroviamo stavolta la nostra band preferita? Ma è chiaro, al Pavarotti & Friends. Da Batman alla musica lirica: logico, no? Bono ed Edge, infatti, il 12 settembre partecipano insieme a Brian Eno alla tradizionale kermesse organizzata dal tenore nella sua Modena insieme alle più grandi star della musica mondiale.

Quando la presentatrice Milly Carlucci annuncia l’entrata in scena del trio, insieme al Lucianone padrone di casa, in pochi tra gli spettatori presenti al Parco Novi Sad o collegati da casa – il concerto è infatti trasmesso in diretta su Raiuno – riconoscono Bono, che si presenta sul palco con un inaspettato look da vecchio operaio dublinese in abiti domenicali, con tanto di elegante completo scuro, scoppola in testa e barba incolta e rossiccia. Look che è in realtà un omaggio al padre, grande appassionato di opera e anche lui presente tra il pubblico, insieme ai genitori di Edge. Da parte sua, anche il chitarrista si è distanziato dal look precedente, apparendo per la prima volta dopo anni senza il proverbiale berretto di lana e con un pizzetto da sparviero a incorniciargli la bocca. Il singolare quartetto presenta al mondo Miss Sarajevo, l’unico singolo estratto dall’album dei Passengers e dedicato alla città bosniaca epicentro della guerra, ancora in corso, nella ex Jugoslavia. Il brano è una sorta di preghiera scritta pensando agli abitanti della città e al loro spirito di resilienza nonostante i bombardamenti a tappeto a cui sono sottoposti quotidianamente. La parte più saliente è ovviamente l’assolo di Pavarotti, che sarà presente anche nella versione studio della canzone. Inoltre, più avanti nel corso della serata, gli stessi Bono, Edge ed Eno si esibiscono anche in un’inedita – e da brividi – versione orchestrale di One.

Brian Eno, The Edge, Bono e Luciano Pavarotti sul palco del Pavarotti & Friends 1995

Come detto, a novembre arriva Original Soundtrack n.1. È certamente qualcosa a cui i fan degli U2 non sono abituati, per quanto Achtung Baby e Zooropa possano averli preparati a ogni sorta di stranezze. Un lavoro elettronico, sfumato, estremo, sperimentale, pieno di effetti, un disco praticamente senza brani adatti per le radio, tanto che nessuno di essi sarà mai suonato dal vivo, ad eccezione del succitato lead single con Pavarotti e di Your Blue Room, che nel 2009 comparirà in alcune scalette del 360 Tour. L’afflato radicalista del lavoro si spiega col fatto che il fulcro dell’intera faccenda è stato Eno, e per ovvie ragioni il disco non sarebbe mai potuto uscire a nome U2. Ma per quanto i Nostri si siano defilati in studio, non riescono proprio a fare altrettanto nelle uscite pubbliche. Il 23 novembre la band vola infatti a Parigi per ritirare il premio come miglior gruppo dell’anno agli MTV Europe Music Awards. Quando Bono prende in mano il celebre globo con la “M” molleggiante, il suo discorso di ringraziamento diventa un atto d’accusa al presidente francesce Jacques Chirac, che il cantante prende a male parole in diretta televisiva mondiale per via dei test nucleari che il governo transalpino sta conducendo nell’atollo di Mururoa, nella Polinesia francese: «What a city! – esordisce il cantante – What a night! What a crowd! What a bomb! What a wanker (pippa, ndSA) you have for president!». L’atmosfera si scalda, il pubblico applaude. E pensare che dieci anni dopo Bono avrà anche con Chirac uno degli innumerevoli incontri bilaterali della sua seconda vita da filantropo e attivista politico.

Ora però è tempo di tornare al lavoro per cercare di dare un vero successore a Zooropa. Non tutto il team è contento di come stanno andando le cose. Larry non digerisce il ruolo marginale in cui sembra essere stato di nuovo confinato, a tutto vantaggio – ça va sans dire – dell’elettronica e dei nuovi ritmi dance di cui la band sembra essersi innamorata. Le sue parti di batteria sono ridotte al lumicino, una cosa per cui – non a torto – qualsiasi batterista s’incazzerebbe, difatti il suo umore è nero come nei giorni berlinesi. Addirittura, la band ha iniziato i lavori senza di lui, ancora fuori causa per la terapia alla schiena che sta seguendo. Mentre Larry ultima le cure, gli altri in studio ragionano sulle nuove direzioni da prendere. Bono ed Edge hanno passato mesi ad ascoltare dischi di recente pubblicazione, si sono reinnamorati della musica e hanno scoperto un sacco di band appena uscite. Del resto, l’infatuazione del chitarrista per le discoteche è risaputa e risale all’inizio del decennio. Stavolta però è diverso. L’intenzione è spingersi davvero oltre, entrare in territori dove nessuna rock band s’è mai avventurata e assorbire fino a farle diventare proprie le sonorità di gruppi come Leftfield, Underworld, Prodigy e Chemical Brothers. Non solo. Tra i produttori chiamati a lavorare in studio c’è ancora Howie B, già al lavoro con Bjork e Tricky, oltre che già salito fugacemente a bordo della nave Passengers.

L’intento è chiaro: dimostrare al mondo che gli U2 in un panorama dettato dai nuovi ritmi trip-hop e big beat possono starci. O almeno questa è l’idea iniziale, poiché col passare dei giorni ci si rende conto che l’impresa è tutt’altro che facile. I risultati non arrivano, il lavoro non decolla, si rimette continuamente mano al materiale nel tentativo di armonizzare due componenti che insieme dimostrano di non collimare: da una parte lo stile caldo e immediatamente riconoscibile degli U2 e dall’altra le nuove sonorità attualmente in voga. Altri artisti stanno tentando la medesima strada e vi riusciranno egregiamente. E se per uno come David Bowie calarsi nelle melme dell’underground è semplice come bere un bicchiere d’acqua, per altri – vedi INXS e Depeche Mode – è una vera rivelazione. Gli U2 invece no, proprio non ci riescono. Sembrano quattro vecchietti che vogliono apparire giovani, ma non è di una With Or Without You da dancefloor che hanno bisogno, bensì di far loro quei suoni e assorbirli nel proprio sound fino alla radice del processo compositivo. Le canzoni, però, non arrivano, il lavoro si complica e la matassa, invece di dirimersi, s’ingarbuglia ancora di più.

Il caos in cabina di regia è paradigmatico della situazione: a Howie B si unisce il giovane producer britannico Nellee Hooper, il quale tuttavia, quando non si vede riconosciuti i galloni di comandante della ciurma, abbandona la nave. E allora, ad affiancare il team composto anche da Steve Osborne – oltre che dagli ingegneri del suono Mark “Spike” Stent e Alan Moulder – ecco di nuovo Flood. Il problema però resta la scrittura. La band tenta anche la carta che ai tempi di Achtung Baby fu risolutiva: andarsene da Dublino. E così il gruppo si trasferisce per qualche settimana a Miami, dove combina qualcosa in più ma non riesce comunque a risollevarsi dalle secche in cui s’è cacciato. Al ritorno nella capitale irlandese la band si rende conto che il tempo stringe davvero: il tour è già stato programmato a partire dalla primavera successiva, quindi l’album dovrà uscire così com’è. Va detto che proprio agli sgoccioli la band sembra essere riuscita a dare un senso al tutto, ma il fatto di aver dovuto interrompere i lavori per iniziare subito il missaggio resterà uno dei crucci più grandi per i quattro, che considereranno sempre Popquesto il titolo scelto per il nuovo lavoro, tanto per creare ancora più confusioneun album non ultimato. Non ditelo però ai fan più oltranzisti: per molti di loro si tratterà di un autentico capolavoro. Di certo, sarà uno dei dischi più chiacchierati della formazione: per i denigratori un buco nell’acqua, per i difensori – alla luce soprattutto di quanto la band tirerà fuori negli anni a venire -, l’ultimo grande lavoro in studio degli U2.

A dispetto degli aneliti modaioli, Pop è un disco oscuro, profondo, intimista, spirituale, forse l’album degli U2 dov’è più forte quella ricerca di Dio che già aveva caratterizzato October, ma non solo. L’aura elettronica alla fine risulta solo un prescindibile orpello, benché i brani siano tutti immersi in una strana luce spaziale, sospesi in un’orbita straniante e fantascientifica che li rende unici. La strombazzata unione tra dancefloor e rock è fallita ma se ne rinvengono fossili facilmente identificabili e striati da profondi e visibili solchi come quelli di una lotta sottomarina tra giganti degli abissi le cui reciproche dentate resteranno a vita incise sulle carni. A mancare in parte è forse la personalità, e a volte il lavoro sembra restare intrappolato nel guado che separa l’aver osato dall’aver avuto paura di farlo, un vorrei ma non posso che forse è il suo unico, vero limite. E non inganni Discothèque, primo singolo estratto e vero inno alla club culture ma solo nel titolo e nel videoclip, in cui i Nostri compaiono travestiti da Village People. A parte Mofo, l’unico episodio che dà la reale misura delle intenzioni iniziali, il resto dell’album è più che altro un luminoso esempio di rock tecnologico, piuttosto che la calata della band agli inferi del sottobosco discotecaro: Do You Feel Loved e Last Night On Earth sono esempi perfetti in questo senso, mentre in If God Will Send His Angels, Gone e la beatlesiana Staring At The Sun a emergere è il classico sound U2, seppur steso su tappeti di suoni elettronici, quando non direttamente trattato, filtrato e centrifugato con l’ausilio delle diavolerie digitali più varie. Consola il fatto che la band continui a cercare la via meno ovvia nella scrittura, l’impegno è tangibile e dà risultati eccellenti.

Si suda e si soffre insieme agli U2, alla loro ricerca di nuove vie per evitare il già sentito. Il premio può essere una Miami, che costruisce un mondo su due-accordi-due, o una Please, che altro non è che una versione 2.0 sincopata e melodrammatica di Sunday Bloody Sunday, visto che parla anche lei della questione nordirlandese; o ancora un luccicante diadema elettro-lounge come la splendida If You Wear That Velvet Dress. La chiosa è invece affidata, come in Zooropa, a uno spiritual elettronico dagli aromi country/western e intitolato Wake Up Dead Man, in cui la voce filtrata di Bono si perde in un polveroso ed epico panorama sonoro attraversato da tempeste elettriche. In Pop, inoltre, Edge viene ufficialmente accreditato come autore dei testi insieme a Bono: è la prima volta che accade per un album intero, visto che in passato solo singoli episodi (come Numb e Van Diemen’s Land) erano ascritti a lui oppure (come Dirty Day) cointestati a lui e al cantante.

Still dal video di “Discothèque”

Pop esce il 3 marzo 1997 e il tour, come detto, è previsto in partenza in primavera inoltrata, il 25 aprile. Gli U2 lo presentano in pompa magna a New York con una conferenza stampa all’interno del K Mart, un superstore di Manhattan. L’idea, che stavolta non c’entra nulla con i temi del disco, è di allestire un palco che richiami l’estetica di un supermercato. Non a caso, il giro si chiamerà PopMart Tour e la scenografia, che sarà addirittura più avveniristica e tecnologica rispetto a quella dello ZOO TV, sarà imbottita di riferimenti a marchi e prodotti presenti sul mercato, in alcuni casi lambendo addirittura la pubblicità occulta. A svettare nel complesso sarà infatti un gigantesco arco giallo tipo metà della “M” di McDonald’s che si staglierà al centro di un mastodontico e asimmetrico schermo video di 700 metri quadrati. A un lato dello schermo, poi, campeggerà un megastecchino di 30 metri d’altezza con infilzata sopra una gigantesca oliva di plastica. E dulcis in fundo, il tutto sarà completato da un limone motorizzato alto 12 metri e in grado di contenere al proprio interno la band che durante il concerto si trasformerà in una palla di specchi tipo discoteca: diremmo che ce n’è abbastanza per attirarsi gli accidenti della critica per i venti-trent’anni anni a venire. Tanto più che tale trionfo del kitsch si annuncia proprio mentre la musica americana è attraversata dalle seriose pulsioni post-grunge. Insomma, più che un azzardo, un suicidio calcolato, visto che – almeno inizialmente – in pochi coglieranno l’ironia del progetto: il pubblico americano dimostrerà infatti di non apprezzarla affatto, questa ennesima provocazione degli U2.

Le vendite vanno benissimo nella prima settimana, ma superata quella, l’hype si sgonfia irrimediabilmente, archiviando l’interesse generale per la chiacchieratissima svolta dance degli U2, che poi, come detto, è solo figurata. I preconcetti però sono duri a morire. Molti, scottati da Discothèque, hanno semplicemente deciso di non comprarlo nemmeno, il disco. Negli Stati Uniti, del resto, non si nutre troppa simpatia per la mescolanza di determinati generi musicali, il che è un chiaro retaggio della tradizionale settorialità delle radio, della divisione a compartimenti stagni tra i vari filoni. Sicché gli U2 devono sì finire di abbattere il Joshua Tree ma anche stare attenti a non esagerare, anche perché le critiche fanno presto a tramutarsi in veri e propri fiaschi al botteghino. E che il tour sarà tribolato lo fa presagire la prima data di Las Vegas, dove si registra probabilmente la più disastrosa performance della band da parecchio tempo a questa parte. Addirittura, Staring At The Sun viene interrotta dopo il primo ritornello per poterla riattaccare dall’inizio col tempo giusto. Ma sono un po’ tutti i nuovi pezzi a “cigolare” dal vivo. E sì che la band ne ha inseriti un gran numero in setlist. Nelle prime date i brani da Pop arrivano a essere dieci, con le sole esclusioni di The Playboy Mansion e Wake Up Dead Man (che entrerà in scaletta a partire dalla leg europea). Per il resto, si cerca di ripetere lo schema dello ZOO TV, con i nuovi pezzi a comporre quasi metà dello show.

L’intenzione però si rivela sbagliata: alcuni brani proprio non decollano e se su disco sembrano quadrare a dovere, dal vivo non funzionano per niente. Urgono contromisure, e infatti Do You Feel Loved sparisce dopo poche serate e If God Will Send His Angels non arriva alla fine della leg USA, mentre per Staring At The Sun si appronterà una scarna versione voce/chitarra che quantomeno non farà danni. Inoltre, If You Wear That Velvet Dress sarà accorciata e alzata di tonalità, in Gone sarà inserita una nuova parte di chitarra, Mofo e Miami saranno rieditate in versioni molto più cupe, e per Discothèque si arriverà a un arrangiamento molto più basic e punk-rock. Non solo. La smania di correggere, aggiustare, cesellare riguarderà anche le versioni studio dei singoli a venire: eccezion fatta per il secondo estratto Staring At The Sun, pubblicato a metà aprile nella stessa versione presente su disco, Last Night On Earth uscirà a luglio con un nuovo mix, Please a ottobre totalmente reincisa e If God Will Send His Angels verrà sottoposta a un massiccio taglia e cuci in fase di editing per renderla appetibile alle radio. Tra le uscite del 1997, poi, arriveranno anche un singolo con vari remix di Mofo e l’EP Please: Popheart con la title track e altre tre canzoni registrate live durante le prime due leg.

Il palco del PopMart Tour

Tornando ai concerti, gli incassi della prima leg dimostrano di risentire del clima di diffidenza che ormai gran parte del pubblico nutre per gli U2. Benché non si arrivi alla cancellazione di nessuno show – fatta eccezione per quello di Raleigh, in Nord Carolina, ma perchè il megaschermo è stato danneggiato da un violento acquazzone tre giorni prima a Washington – il PopMart fa registrare più di un concerto con lo stadio pieno solo a metà, e a volte anche meno. In certe serate il colpo d’occhio è deprimente: gli spalti e buona parte del parterre restano vuoti, con gli spettatori tutti assiepati sotto il palco. Il punto più basso però si avrà nella terza leg, a Tampa, in Florida, dove i presenti saranno appena 20mila a fronte di una capacità dello stadio di 75mila. In generale, le prevendite andranno peggio negli stati meridionali, terra di southern-rock duro e puro, ma abbastanza bene, ad esempio, a East Rutherford e Chicago dove la band mette in fila addirittura tre serate consecutive, mentre a Edmonton (Canada), Oakland (California) e Boston, due. E abbastanza bene va la partecipazione degli U2 al Tibetan Freedom Concert, festival rock a favore dell’indipendenza del Tibet, del 7 giugno a Randall’s Island (New York). Davanti ai 50mila spettatori del Downing Stadium, i Nostri eseguono un set di cinque pezzi prima di ripartire per Philadelphia dove il giorno dopo hanno in programma il loro concerto. Infine, sempre relativamente alla prima leg, interessanti sono i nomi delle band di supporto: Rage Against The Machine, Fun Lovin’ Criminals e, a Oakland addirittura gli Oasis; e non meno ricca sarà la lista degli opening europei nella quale figureranno anche Skunk Anansie e Placebo.

Ad ogni modo, con qualche aggiustamento in corso d’opera, nelle ultime date americane lo spettacolo ha preso a ingranare. In Europa arriva nella sua versione migliore, con la band rodata a dovere e pienamente padrona di tutti i brani. Le due serate d’apertura a Rotterdam (18 e 19 luglio) saranno tra le migliori dell’intera campagna. Certo, anche nel Vecchio continente qualche battuta a vuoto si registra: a Colonia, per esempio, la band si trova di fronte uno stadio vuoto per più di metà. Forse anche qui il problema è la tiepida risposta del pubblico al mix tra disco e rock, visto che per molti tedeschi la dance è notoriamente un genere legato più che altro al mondo dell’underground. Incidenti di percorso a parte, le date europee risollevano l’umore del gruppo, che suona per la prima volta in paesi dell’ex blocco comunista come Polonia e Repubblica Ceca. Ma vanno segnalati anche il concerto di Belfast, dove gli U2 non si esibivano da dieci anni e dove, soprattutto, sono in corso le trattative per la pace in Nord Irlanda che sfoceranno negli storici accordi del Venerdì Santo del 1998; l’esibizione al Campovolo di Reggio Emilia davanti a 146mila spettatori (record europeo per un singolo artista/gruppo che sarà battuto solo da Luciano Ligabue nel 2005); le date in Grecia (Salonicco) e Israele (Tel Aviv), e la quasi andata in porto serata davanti alle Piramidi di Giza, con il concerto – previsto nel planning informale per il 3 ottobre – che non viene ufficializzato in extremis; ma soprattutto gli U2 fanno tappa a Sarajevo. La data, storica, è il 23 settembre, subito dopo gli appuntamenti italiani (c’è stata anche Roma, Aeroporto dell’Urbe, il 18). Gli U2 giungono in una capitale bosniaca dove gli echi delle bombe non si sono ancora spenti. È stato un lungo percorso, quello che li ha portati qui, iniziato nel 1993 con i collegamenti via satellite nel mezzo dei concerti dello ZOO TV e passato per la visita in città di Bono nel 1995 e la successiva elegia alla popolazione con Miss Sarajevo. Se il PopMart Tour è stata una delle più controverse e criticate imprese mai messe in piedi dagli U2, di certo è lo show che li ha portati dritti al cuore nella storia dell’uomo, con diverse date dall’altissimo valore simbolico: Belfast e Sarajevo, appunto, ma anche – l’anno successivo – Santiago, capitale di un Cile in cui ancora bruciano le ferite della dittatura di Pinochet, e le date nel Sudafrica dell’immediato post-apartheid. Sarajevo, però, resta la data più importante.

La band ha voluto con tutte le forze questo show, imponendo in primis il dimezzamento del costo dei bigliettti e sfidando ogni tipo di difficoltà logistica e organizzativa. L’odio etnico tra i vari gruppi presenti in città è ancora tangibile, benché l’accordo di Dayton di due anni prima abbia posto fine a una guerra che, secondo molti commentatori, solo ufficialmente è durata tre anni ma in realtà è iniziata alla fine delle Olimpiadi invernali del 1984 e terminata appunto col concerto degli U2, dove per la prima volta serbi, croati e bosniaci si ritroveranno a cantare insieme a un concerto rock. L’importanza dello show è tale che la serata viene trasmessa in diretta mondiale alla radio, e anche solo l’ascolto sarà sufficiente a dare la misura dell’incredibile clima del Kosevo Stadion, con Bono senza voce surclassato dal pubblico che canta al posto suo davanti a quel carrozzone colorato, cafone e bislacco che è il palco PopMart, atterrato come un’astronave aliena in un impianto diroccato che fino a pochi mesi prima è stato usato come obitorio e ai cui lati esterni vi sono due cimiteri, di cui uno per i bambini.

Un soldato in piedi davanti a un muro con i manifesti del concerto degli U2 a Sarajevo (foto di Damir Sagolj)

Il tour torna in Nord America il 26 ottobre, con partenza a Toronto e conclusione un mese e mezzo dopo a Seattle, passando per i concerti del 2 e 3 dicembre a Città del Messico che saranno filmati per il film-concerto PopMart: Live from Mexico City (in verità le immagini, che verranno pubblicate nel novembre 1998, provengono dalla sola seconda serata, probabilmente perché nella prima la band – per sua stessa ammissione – ha suonato malissimo). Per gli U2, si tratta delle prime esibizioni outdoor in Messico, e la location prescelta è l’impianto del Foro Sol che sarà teatro di un autentico trionfo. Questa terza leg, però, il 22 novembre è stata funestata dalla morte di Michael Hutchence, il cantante degli INXS, grande amico di Bono, il quale dalla serata di Sant’Antonio (Texas) a quella conclusiva nella capitale dello stato di Washington gli dedicherà Gone, e in seguito scriverà in sua memoria Stuck In A Moment You Can’t Get Out Of.

Nel mezzo di quest’ultimo giro americano, gli U2 hanno trovato anche il tempo di volare a Rotterdam, il 6 novembre, per ritirare il premio come miglior gruppo dal vivo agli MTV Europe Music Awards, una ribalta che, più che per il premio in sé, è stata importante per poter suonare in diretta mondiale e dare nuovo slancio ai numeri del mercato europeo. Dell’apparizione si ricordano in particolare Mofo, eseguita in apertura di serata e, più avanti nel corso dello show, il premio ricevuto dalla band dalle mani di Bjork, con un Bono divertentissimo e visibilmente alticcio.

Ma più di ogni premio ufficiale, un riconoscimento davvero gradito agli U2 e che ne certificherà una volta di più l’influenza nella cultura di massa sarà il loro inserimento in una puntata de I Simpson. Il 26 aprile 1998 sarà infatti trasmesso per la prima volta Trash of the Titans, il ventiduesimo episodio della nona stagione della popolarissima sitcom animata statunitense, con Bono e soci che vi figureranno nei panni di se stessi e con l’immagine da loro assunta nel tour appena concluso.

Tornando al PopMart, alla fine il bilancio ci dice che è stato il primo tour davvero planetario degli U2, quello che li ha portati in ogni angolo del mondo e a toccare continenti da loro mai esplorati prima. Oltre a Europa e Nord America, infatti, la band ha suonato anche in America Latina a partire dalla fine di gennaio 1998, con battesimo in Brasile, prima a Rio de Janeiro e poi a San Paolo per due appuntamenti. A seguire, tre serate a Buenos Aires, prima del summenzionato concerto in Cile dell’11 febbraio, spettacolo trasmesso in diretta TV in tutto il paese e in cui la band a fine serata ha fatto sfilare sul palco le madri dei desaparecidos sulle note di Mothers Of The Disappeared. E non è finita. Dopo Australia e Giappone, dove il gruppo si è esibito tra febbraio e marzo, c’è stata la chiusura nel Continente nero con i suddetti concerti sudafricani di Città del Capo (16 marzo) e Johannesburg (21).

1998-2003: tutto quello che non ci si può lasciare alle spalle

Acquisisci una libertà immensa nel momento in cui realizzi che non hai davvero bisogno di tutte le cose di cui ti sei circondato

Il PopMart Tour ha lasciato gli U2 svuotati non solo nelle energie psicofisiche ma anche… nelle casse. La campagna – conti alla mano – non ha portato gli incassi sperati, con le vendite dei biglietti che sono state del 20% inferiori alle attese. In più, la band ha investito l’equivalente di quasi 13 milioni di dollari per la costruzione, in Germania, di alcuni centri ricreativi incentrati su campi da bowling che si sono rivelati un fallimento.

Ma mentre è impegnata a fare i conti delle perdite economiche, la band è chiamata a un altro appuntamento con la storia. Il 18 maggio gli U2 si esibiscono infatti allo Yes Concert per la campagna a favore del Sì al referendum sugli accordi del Venerdì Santo in Irlanda (la consultazione popolare sul trattato firmato il 10 aprile è in programma quattro giorni dopo il concerto). Alla Waterfront Hall di Belfast, dapprima i soli Bono ed Edge eseguono insieme agli Ash una versione di Don’t Let Me Down dei Beatles e poi la band al completo suona One e Stand By Me. Ma l’immagine che resterà negli annali è la foto di Bono sul palco insieme a John Hume e David Trimble, rispettivamente leader del partito repubblicano e di quello unionista dell’Ulster, che si aggiudicheranno ex aequo il Nobel per la Pace in virtù proprio del loro impegno a favore dell’accordo. Tra l’altro, i loro ritratti stilizzati in primo piano campeggiavano anche sulla copertina del singolo Please insieme a quelli di altri due leader nordirlandesi impegnati nelle trattative, Gerry Adams e Ian Paisley.

Dopo l’estate arriva però una notizia bomba: gli U2 hanno firmato con Polygram un contratto discografico da 50 milioni di dollari per la pubblicazione di ben tre antologie. È un momento campale nella storia che stiamo raccontando: finora la sola idea di pubblicare una raccolta avrebbe fatto inorridire gli U2, da sempre contrari al concetto di “pocketizzazione” della musica. Lì per lì sembra l’ennesima provocazione, un altro tabù abbattuto dalla scure iconoclasta della band rinata sulle macerie del Muro di Berlino, ma presto ci si accorgerà che è solo il primo passo di un nuovo corso della formazione dublinese teso principalmente alla monetizzazione del proprio marchio, un processo inesorabile che passerà non solo per il massiccio recupero del vecchio catalogo, a mezzo di ristampe ed edizioni celebrative dei loro dischi passati, ma afferirà anche all’ambito artistico, con il ritorno, nei successivi lavori in studio, alle vecchie sonorità.

La prima antologia, pubblicata il 2 novembre 1998, è retrodatata e prende in esame la produzione della band fino alla fine degli anni ’80. The Best Of 1980-1990 è comunque un buon prodotto, curato, selezionato con criterio e comprendente le maggiori hit del periodo, tra singoli e brani comunque significativi nel percorso artistico del gruppo. L’artwork riprende quello dei primi tre lavori, con la copertina raffigurante lo stesso bambino di Boy e War ma con l’elmetto in testa. La vera primizia è tuttavia rappresentata dal secondo CD, presente solo nell’edizione speciale, che raccoglie gran parte dei lati B dei singoli dati alle stampe nel decennio. Si tratta di pezzi ormai introvabili sul mercato (siamo nel 1998 e il web per come lo conosciamo oggi è ancora di là da venire), delle vere e proprie chicche ricercatissime dai fan più accaniti, tra cover e originali. Nella tracklist figura un solo inedito, ma è tale solo in parte visto che si tratta di un vecchio brano scartato dalle session di The Joshua Tree (finì sul lato B del singolo Where The Streets Have No Name) e ripescato per l’occasione: e così Sweetest Thing, da anonimo riempitivo quale l’avevamo sempre conosciuto, diventa un vero e proprio singolo – peraltro l’unico di questa raccolta – e, reinciso daccapo con nuovi arrangiamento e produzione, diventa uno dei brani più noti del loro repertorio anche per merito del videoclip che l’accompagna, girato per le vie di Dublino e che vede Bono protagonista di una irresistibile performance da cinema espressionista. Il singolo spinge in alto le vendite della raccolta, che sbanca letteralmente nelle maggiori classifiche mondiali. Grazie a questa scaltra operazione di mercato il nome della band riprende quota e il disco diventa un must have della stagione, intercettando appieno quella voglia generalizzata di anni ’80 che si sta affermando nel panorama musicale, sulla scia anche di altre uscite, quali ad esempio l’antologia The Singles 86-98 dei Depeche Mode – pubblicata nello stesso periodo -, ma anche l’ultimo album d’inediti degli Smashing Pumpkis, Adore.

Frame dal video di “Sweetest Thing”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tornare a respirare l’aria salubre degli esordi e riappropriarsi delle radici dell’essenza U2 diventa il leitmotiv anche delle session per il nuovo album, che iniziano sul finire dell’anno guidate di nuovo dalla coppia Eno-Lanois. Inizialmente, il programma prevede la fine dei lavori e la pubblicazione del disco entro un anno, ma lo scadenzario viene rallentato in primis dall’operazione alle corde vocali di Bono e poi dall’attività dello stesso cantante in seno all’organizzazione Jubilee2000, una campagna che chiede la cancellazione del debito dei paesi poveri in favore di quelli ricchi. Le prime interviste del frontman riguardo all’argomento risalgono al marzo 1999 e già testimoniano un coinvolgimento tutt’altro che di facciata. Bono si butta infatti anima e corpo nel progetto, diventandone in breve un leader sì mediatico ma anche operativo sul campo. Jubilee2000 è una sigla che raccoglie una novantina di organizzazioni non governative, chiese e sindacati che chiedono di cancellare i circa 227 miliardi di dollari che 52 tra i paesi più poveri del mondo devono restituire a FMI, Banca Mondiale e singole nazioni occidentali, agganciando simbolicamente le sue istanze all’avvento del nuovo millennio. Bono, come detto, non funge solo da testimonial, non si limita a prestare il suo nome come spesso avviene in questi casi, ma si immerge nei dossier studiando dettagliatamente cifre, studi e documenti, e prendendo addirittura lezioni d’economia all’università (naturalmente, di straforo e in incognito). Incontra politici, banchieri, economisti, uomini e donne delle istituzioni di tutto il mondo. È un’attività febbrile, la sua, e solo nei ritagli di tempo riesce a dedicarsi alla band. Spesso arriva in studio in clamoroso ritardo, con gli altri già avanti nel programma e con il materiale pronto in attesa che lui vi aggiunga le sue parti. In questa fase è principalmente Edge a prendere in mano il timone, ma Eno e Lanois hanno un ruolo molto più centrale in quanto non di rado le canzoni prendono le mosse proprio da un particolare suono o effetto. La stessa band descriverà il processo come (volutamente) disordinato e molto più simile alla costruzione di una casa che parte dal tetto invece che dalle fondamenta.

Per la verità, ci sono altri due fattori che rallentano l’agenda dei lavori. A settembre esce il singolo benefico New Day, che Bono ha realizzato insieme all’ex Fugees Wyclef Jean. La canzone rappresenta solo il primo step di un progetto a più ampio raggio consistente in un megaconcerto patrocinato dalle Nazioni Unite e collegato alla stessa campagna Jubilee2000, un evento alla cui organizzazione Bono partecipa in prima persona. Si chiamerà Net Aid, sorta di versione 2.0 del Live Aid, si svolgerà il 9 ottobre in contemporanea al Giants Stadium di East Rutherford, al Wembley Stadium di Londra e a Ginevra, e verrà trasmesso in diretta su Internet.

L’altro motivo di rallentamento è poi rappresentato dalla colonna sonora del film The Million Dollar Hotel di cui Bono ha scritto la sceneggiatura. Anzi, a dire il vero lo script ha impegnato il cantante per più di dieci anni, a partire dal 1988. L’idea ha attraversato varie fasi artistiche della band e nel tempo ha subito vari aggiustamenti in corso d’opera. Ora finalmente è pronta e sta per diventare una pellicola diretta da Wim Wenders che sarà presentata alla Berlinale a febbraio 2000 prima di giungere nelle sale britanniche ad aprile (negli Stati Uniti lo sbarco al cinema è previsto l’anno successivo). Bono ha lavorato anche alla colonna sonora del film insieme a – tra gli altri – Daniel Lanois e il produttore Hal Willner. Il disco, pubblicato il 13 marzo, comprende perlopiù tracce originali, e Bono vi contribuisce con Never Let Me Go, Falling At Your Feet e Dancin’ Shoes, scritte con l’ausilio di Nicholas Klein, Jon Hassell, Eno e Lanois. Nella tracklist finiscono anche tre brani a nome U2: The First Time, già presente in Zooropa e il cui testo – alla luce del film – trova ora una spiegazione, oltre agli inediti The Ground Beneath Her Feet (che Bono ed Edge presentano in anteprima durante la loro apparizione a Sanremo la sera del 26 febbraio) e Stateless, entrambi outtakes del nuovo disco.

Da destra: Bono, The Edge, Luciano Pavarotti e Fabio Fazio sul palco di Sanremo, 26 febbraio 2000

Un album che intanto, faticosamente, sta venendo alla luce. Fin dall’inizio è chiaro che sarà un ritorno all’essenza primordiale della band, non a caso si chiamerà All That You Can’t Leave Behind. Ma sebbene sia generalmente considerato un lavoro semplice, diretto, senza fronzoli e dai suoni scarni, la realtà, a un ascolto più attento, rivela ben altro. Qualcuno diceva che la semplicità è un punto d’arrivo, non di partenza, e gli U2 fanno propria la locuzione con un album solo apparentemente immediato ma che alla prova dei fatti nasconde un lavorio capillare sui suoni. La tecnologia, benché non in primissimo piano, è più presente che mai. L’approccio non è così dissimile da Pop, sono sempre i suoni a imprimere la direzione, seppur in modo meno esibito e da una posizione più defilata. Sono presenti molti effetti, loop e sovraincisioni che a un primo impatto non si notano. Anche la drum machine è parte integrante dell’armamentario. Nel singolo di lancio Beautiful Day, ad esempio, ce n’è una dall’inizio alla fine. Tuttavia, la patina di superficie riporta a quella verve rock primigenia che la band non assecondava dai tempi di War. Molte sonorità rievocano il periodo 1980-’83, arricchito però da quel tocco peculiare in fase di produzione che caratterizzò The Unforgettable Fire e The Joshua Tree.

L’esempio più plastico del nuovo corso è appunto l’opening track Beautiful Day, dove batteria elettronica a parte, gli effetti di synth, archi e tastiere guidano il brano restando in disparte e “facendosi scudo” di una chitarra di Edge ruggente come non lo era da tempo e una melodia solare e ottimista. Anche Stuck In A Moment You Can’t Get Out Of è semplice ma finemente strutturata, configurandosi come un gospel elettropop dai contorni eterei e dal testo ispirato, come detto, alla morte di Michael Hutchence. Elevation è invece un esilarante intermezzo punk-rock che rompe un po’ la tensione della prima cinquina di brani, completata da Walk On e Kite: la prima dedicata alla leader dell’opposizione politica birmana Aung San Suu Kyi, e la seconda ispirata – inconsciamente, rivelerà Bono – alla malattia di Bob Hewson, che morirà di cancro nell’agosto del 2001.

Anche i testi cambiano approccio. Il piglio poetico e allegorico cede il passo a un songwriting molto più esplicito, confidenziale («You’re out of luck / And the reason that you had to care / The traffic is stuck / And you’re not moving anywhere, da Beautiful Day; oppure «You gotta stand up straight / Carry your own weight / These tears are going nowhere, baby», da Stuck In A Moment You Can’t Get Out Of). Bono a tratti pare trasformarsi in una sorta di filosofo zen dal linguaggio fraterno, amichevole, comprensibile, lasciando spazio – e non è una novità – anche a uno strano approccio “giornalistico” che fa capolino qua e là sotto forma di riferimenti che fotografano un determinato contesto relativo all’attualità per meglio fissare la canzone nella storia dell’uomo. L’aveva già fatto in The Playboy Mansion, dove manifesti erano i rimandi a Michael Jackson e al processo all’ex giocatore di football OJ Simpson, e la cosa si ripete adesso in Kite (dove il cantante si descrive come «The last of the rockstars / When hip-hop drove the big cars / In the time when new media / Was the big idea»).

Lo spessore di certe idee non è però sempre sostenuto da un altrettanto degno livello compositivo in fatto musicale, e a eccezione di alcuni indiscutibili picchi come le summenzionate Beautiful Day e Kite, ma anche In A Little While – gioiellino soul/pop registrato in un amen una mattina che Bono è arrivato in studio con la voce reduce da una notte di baldoria e con appena due ore di sonno consumate – e New York – luminoso esempio di pièce dark in perfetto stile U2 -, il livello generale risulta abbastanza piatto, aggravato da un mood eccessivamente “in pace col mondo”, una sdolcinatezza che a fine ascolto resta incollata addosso come se ci si fosse rovesciato sugli abiti un intero vaso di miele. Le disturbate e alienanti atmosfere di Zooropa, ma anche le asperità e la disperazione di Pop, appaiono ora lontanissime. Il cambio di paradigma risponde sia a una scelta commerciale che contenutistica. Ora Bono ama la vita, inneggia all’amore universale, è positivo. E se ne comprendono i motivi: abbiamo detto della malattia del padre, ma il cantante ha temuto lui stesso di morire visto che la suddetta operazione alle corde vocali è stata necessaria per un nodulo alla gola che inizialmente nessun dottore riusciva a spiegare.

Poi, tra le ragioni della sua mutazione di prospettiva, va aggiunta la nascita del suo terzogenito, Eli. Naturale, quindi, che il nuovo disco si configuri fin dal principio come una vera e propria ode all’esistenza, un recupero dei valori essenziali. Ma in All That You Can’t Leave Behind c’è posto anche per la triste attualità: Peace On Earth è stata scritta dopo l’attentato di Omagh, in Nord Irlanda, del 15 agosto 1998 in cui sono morte 29 persone per mano dell’IRA, che così ha voluto rispondere all’accordo del Venerdì Santo. L’eccidio ha scosso tutto il paese e resta una delle pagine più nere dei Troubles, che, evidentemente, nemmeno con la firma della pace si sono acquietati. Completano l’album passaggi abbastanza prescindibili come Wild Honey, When I Look At The World e Grace, tre brani che non a caso la band non suonerà praticamente mai dal vivo. A luglio inizia ad andare in rotazione il video di Beautiful Day, girato nell’aeroporto Charles De Gaulle di Parigi. Il tema del viaggio, della partenza, delle valigie, campeggia anche nell’artwork, con la copertina che raffigura la band all’interno del terminal dell’aeroporto parigino. Ed è curioso pensare che a produrre il lavoro sia stato proprio quell’Eno inventore della Music For Airports.

Fermoimmagine dal video di “Beautiful Day”

La strategia promozionale va però totalmente ripensata. Non bastano più solo i videoclip, bisogna tornare a portare la propria musica alla gente anche fisicamente, quasi porta a porta. Basta con le conferenze stampa spettacolari, si torna all’antico, come agli esordi, non rifiutando alcuna ospitata a programmi radio e TV, rilasciando interviste in serie e non lesinando in show promozionali da tenersi in piccoli club, come una qualsiasi band emergente. Il pubblico, specialmente quello americano, va riconquistato da zero, andando a suonargli fin dentro il salotto, se necessario. Bisogna ingraziarselo di nuovo, riappropriarsi di un rapporto andato perduto con anni di multimediatiche divagazioni techno/arty. Per questo, negli ultimi quattro mesi dell’anno, la band si lancia in un mini tour promozionale in posti da poche centinaia di spettatori che include anche l’esibizione al Man Ray Club di Parigi del 19 ottobre, quella a Top Of The Pops sulla BBC del 2 novembre e, soprattutto, quella – epica – del 5 dicembre all’Irving Plaza di New York, dove – tra le altre cose – gli U2 omaggiano i Ramones con un’accoratissima versione di I Remember You importante ricordarlo perchè il leader della formazione punk americana, Joey Ramone, morirà di cancro nell’aprile del 2001 e si narra che l’ultima canzone che abbia chiesto di ascoltare sia stata In A Little While). Ci sarà anche un ultimo concerto di riscaldamento in vista del tour, l’anch’esso storico show all’Astoria Theatre di Londra del 7 febbraio 2001. Tra gli highlights del giro promozionale autunnale si segnalano anche la Beautiful Day suonata a settembre sul tetto di un edificio di Dublino, sempre per un collegamento con Top Of The Pops, e quella eseguita il 16 novembre agli MTV Europe Music Awards di Stoccolma, con tanto di tendone bianco a nascondere il palco e lasciare intravedere solo le silhouette dei quattro, per svelarli solo alla fine della prima strofa: si pensa si tratti di un anticipo della scenografia del nuovo tour ma l’idea non verrà portata avanti.

L’album esce il 30 ottobre e nelle vendite parte a razzo. Si parla già di ritorno degli U2. Il pubblico si reinnamora della band, che tra l’altro con Beautiful Day si aggiudica inaspettatamente ben tre Grammy (Record of the Year, Song of the Year e Best Rock Performance) all’edizione 2001 degli storici premi che si tiene il 21 febbraio. Anche i successivi singoli avranno parecchia fortuna: Stuck In A Moment You Can’t Get Out Of arriverà a gennaio volando pure lui in vetta alle più importanti classifiche; Elevation uscirà a giugno e farà parte della colonna sonora del film Tomb Raider con, ad accompagnarlo, uno spassoso videoclip in cui gli U2 si sdoppiano in due versioni, una buona e una cattiva, in lotta tra loro; infine il quarto e ultimo estratto Walk On, che uscirà a novembre 2001 e ridarà lustro al disco a più di un anno dalla pubblicazione con un videoclip girato a Rio de Janeiro.

Ma è appunto sul nuovo spettacolo dal vivo che il gruppo punta forte per riconquistare l’affetto dei fan. L’intento è plasticamente rappresentato dalla scenografia, incentrata su una passerella a forma di cuore che ingloba il palco e abbraccia una buona porzione di pubblico nel parterre, dando la sensazione quasi di un concerto nel concerto. Ma la novità più grande è che la band torna a suonare nei palazzetti. Non un grande tour negli stadi ma uno show molto più intimo in cui gruppo e pubblico possano tornare a guardarsi negli occhi e ad avere un contatto vero. Bono compie l’ennesima metamorfosi estetica/attoriale, e il multimediatico folletto simil DJ impasticcato del PopMart Tour cede il passo a uno scalmanato performer da arena vestito con abiti casual, un combattente “a mani nude” modello Eddie Vedder. Ma il ritorno all’essenzialità è dettato anche e soprattutto da ragioni economiche, con la band che è rimasta scottata dagli errori del recente passato e non vuole fare il passo più lungo della gamba.

L’Elevation Tour parte il 24 marzo 2001 dal National Car Rental Center di Miami. I quattro sono in forma strepitosa e le nuove canzoni si amalgamano alla perfezione con le vecchie. Da tempo non si registrava un avvio del genere, sono lontane le incertezze d’inizio tour e le partenze col freno a mano tirato del passato, stavolta la band incendia il palcoscenico e i commenti di critica e pubblico sono tutti concordi nell’affermare che gli U2 sono tornati ai massimi livelli. Così come a tornare sono alcune canzoni che dal vivo non si sentivano da un pezzo. Riappaiono in scaletta – seppure non fisse – Out Of Control e addirittura 11 O’Clock Tick Tock, a suggerire la continuità tra i “nuovi” U2 e quelli dei primi anni; senza contare che Sunday Bloody Sunday torna protagonista e in versione full band, dopo che negli anni ’90 – dapprima nello ZOO TV, dov’era ridotta a pallido riempitivo quasi “karaokeistico” all’interno del set acustico, e poi nel PopMart Tour, dove veniva eseguita senza la sezione ritmica – era stata a dir poco trascurata.

La prima leg dura tre mesi e procede a ritmi serratissimi, con raddoppi di show quasi a ogni tappa. Addirittura, il quartetto, a differenza dei tour precedenti, decide di filmarsi quasi subito per il DVD che immortalerà lo show. Le riprese – che diventeranno il film-concerto Elevation 2001: U2 live from Boston – si tengono nelle prime due delle quattro serate (5, 6, 8 e 9 giugno) previste al Fleet Center di Boston, e fissano su pellicola un gruppo in forma invero smagliante. Come per l’album, anche il tour non lesina in tecnologia, anche se a prima vista la scenografia sembra scarna ed è comunque lontana dalla pomposità dei due spettacoli dal vivo degli anni Novanta. Per la prima volta, agli astanti presenti su tribune e parterre si sommano quelli seduti nei posti retrostanti il palco, per quello che è a tutti gli effetti il primo vero show a 360 gradi della band e che rappresenta, in un certo senso, lo step iniziale di un progetto al quale i Nostri lavoreranno per tutto il decennio: un live set del genere da realizzarsi negli stadi. Ci arriveranno nel 2009 con il tour didascalicamente intitolato proprio 360. Tornando all’Elevation, un inciso bisogna riservarlo anche agli opening act che si alterneranno nel corso delle tre branche del giro: tra i vari, citiamo Nelly Furtado, PJ Harvey, Stereophonics, Garbage e No Doubt.

Il palco dell’Elevation Tour

A luglio gli U2 sbarcano in Europa, e ancora una volta non si dimostrano troppo magnanimi nei confronti del Vecchio continente: sono solo 33 gli show programmati (a fronte degli 80 totali in Nord America, includendo anche la terza leg) e tutti nei palazzetti. La qual cosa genera malumore da parte dei numerosissimi fan che non riusciranno trovare i biglietti. Solo in due occasioni sono previsti show all’aperto in venue più capienti: la prima è a Torino il 21 luglio, una serata mitica che resterà scolpita nella memoria di molti fan come il più epico ed emozionante concerto degli U2 in Italia. La data al Delle Alpi meriterebbe un racconto a parte. Il drammatico contesto in cui si svolge – siamo nei giorni del G8 di Genova funestati dalla morte di Carlo Giuliani e dai fatti della scuola Diaz – imprime un carattere commovente, ma allo stesso epico, avvincente e disperato, all’esibizione.

Bono arriva allo stadio direttamente dal meeting, a cui ha partecipato, e sembra più un messaggero che porta con sé tutto il pathos, la rabbia e l’indignazione della giornata. Con l’eco delle notizie provenienti dal capoluogo ligure, tra band e pubblico si crea un’empatia unica. E proprio negli istanti in cui la polizia irrompe nella scuola genovese dove sono accampati i manifestanti, il trascinante monologo pacifista del frontman durante Sunday Bloody Sunday culmina in un sonoro e storico «violence is never right!», neanche avesse avuto, il cantante, il presentimento di quanto sta avvenendo a un paio di centinaia di chilometri di distanza. La seconda volta che l’Elevation Tour si tiene in una grande area outdoor è nel doppio appuntamento allo Slane Castle di Dublino. In entrambe le occasioni – vere e proprie feste in musica, con le esibizioni, prima degli U2, anche di Coldplay e Red Hot Chili Peppers nella prima data e di Moby e Ash nella seconda – la scenografia viene notevolmente ampliata, anche se resta immutato il concept che ha caratterizzato le date tenute al coperto. La prima data dublinese (25 agosto) è però funestata – come anticipato in precedenza – dalla morte del padre di Bono avvenuta qualche giorno prima e dal funerale celebratosi il giorno precedente, tant’è vero che le riprese che la band ha commissionato per un’eventuale, ulteriore pubblicazione video si tengono nella sola seconda serata (1 settembre). L’uscita del DVD non è immediata e l’opera vedrà la luce solo nel novembre 2003, e grazie a una petizione online organizzata dai fan, con il titolo U2 Go Home: Live from Slane Castle. È l’ultima data della leg europea, ma sarà anche l’ultimo concerto degli U2 nel mondo come l’abbiamo conosciuto finora.

L’11 settembre, Al Qaeda abbatte le Torri Gemelle e cambia la storia. Solo cinque giorni prima, gli U2 si trovano proprio a New York per presenziare agli MTV Video Music Awards (sono in nomination in varie categorie ma vincono solo il Michael Jackson Video Vanguard Award). La band sale sul palco e propone un medley di Elevation e Stuck In A Moment You Can’t Get Out Of, ma soprattutto, nel discorso di ringraziamento, Bono omaggia i Ramones e il loro compianto leader, affermando che, tra le tante cose belle che la Grande Mela ha regalato alla band irlandese, ci sono stati soprattutto loro, i quattro di Rocket To Russia e di tanti altri album rimasti negli annali. Dopodiché, a sorpresa, chiama sul palco i membri superstiti della stessa leggendaria formazione punk americana, regalandogli un’inaspettata ribalta in diretta televisiva mondiale.

Il ritorno degli U2 negli States è previsto per ottobre, ma quella che l’ensemble irlandese trova al suo ritorno è un’America totalmente diversa. Dopo lo choc di Ground Zero c’è un diffuso bisogno di certezze, di valori essenziali, universali. Tutto ricomincia da zero anche per gli U2, e All That You Can’t Leave Behind, in virtù del rinnovato sentire comune del popolo USA e della riscoperta del disco da parte degli ascoltatori, a distanza di un anno dalla pubblicazione torna ai vertici della classifica di Billboard. E quando la band riabbraccia il suo pubblico percepisce distintamente che nell’aria c’è qualcosa di nuovo, un trasporto diverso, quasi religioso. Fin dalla prima data a South Bend del 10 ottobre, tra gruppo e presenti si crea una chimica nuova, un’unione diversa, più forte. Ogni show diventa una celebrazione e assume un’aura solenne, estatica, salvifica. Ogni serata è una specie di terapia di gruppo, con gli U2 e il pubblico sdraiati sullo stesso lettino per dare vita all’elaborazione collettiva di un lutto. E quando lo show va in scena a New York, i pianti si sprecano. Saranno i tre concerti simbolo dell’intero giro, e Bono scriverà la canzone City Of Blinding Lights ispirandosi proprio alle lacrime dei ventimila presenti. «You’re so beautiful tonight», urlerà alla folla, e quel grido diventerà il ritornello della canzone che uscirà tre anni dopo. Più tardi, la band confesserà che suonare a New York a poche settimane dall’11 Settembre fu come quando lo fecero a Sarajevo. Impossibile rendere l’idea delle sensazioni susseguitesi nella terna di serate, basti solo immaginare il livello di commozione della venue quando nel finale dell’ultimo appuntamento, quello del 27 ottobre, durante Walk On la band chiama sul palco una ventina di vigili del fuoco, unanimemente considerati eroi nazionali dopo l’11 Settembre, per scandire i nomi dei loro colleghi che hanno perso la vita durante l’attentato.

Ma il culmine della rinnovata unione tra gli U2 e l’America si ha il 3 febbraio 2002, quando la band è invitata a suonare nell’intervallo della finale del Superbowl, che nell’occasione si gioca a New Orleans. L’atto conclusivo della stagione di football è una sorta di cerimonia laica negli Stati Uniti ed è tra gli eventi televisivi più seguiti nel mondo, sicuramente il più visto negli USA. L’esibizione nell’halftime show è una tradizione pluridecennale ed è uno dei riconoscimenti più ambiti dallo stardom del pop/rock, con gli artisti chiamati a suonare su un palco allestito al centro del rettangolo di gioco e con a disposizione un quarto d’ora scarso. Gli U2 hanno preparato un set di tre brani, con apertura affidata a Beautiful Day a cui farà seguito il breve intermezzo di MLK ad anticipare Where The Streets Have No Name. La canzone da anni rappresenta l’apice emotivo delle scalette uduiche e su di essa la band ha costruito momenti di pura catarsi collettiva, a partire dal The Joshua Tree Tour, quando accompagnava l’entrata in scena dei quattro, passando per lo ZOO TV Tour, quand’era preceduta da Running To Stand Still per una delle sequenze live più memorabili non solo della carriera degli U2 ma dell’intera storia del rock, e per il PopMart, quando il merge era con Please; anche nell’Elevation Tour si è toccata la perfezione, con il pezzo anticipato da Bad che, seguita da un breve accenno a 40, sfumava appunto nella magnifica introduzione data dal suono del leggendario e messianico organo che apre la canzone risalente al 1987.

Ora però a Streets è affidato il compito di omaggiare le vittime dell’11 Settembre. Durante l’esecuzione, infatti, i nomi di tutte le 2996 persone rimaste uccise nella strage vengono fatti scorrere sullo schermo alle spalle della band, e il francobollo dello storico momento resterà Bono che, sulle note finali, apre un lato del suo giacchetto rivelando la fodera interna cucita con i colori della bandiera americana. Potrebbe tranquillamente essere l’ultima esecuzione dal vivo del brano, del resto cosa mai gli si potrà chiedere di più? All’indomani dello show, la band in un primo momento sembra davvero intenzionata a riporre in soffitta la canzone. Qualsiasi altra riproposizione – è la convinzione dei quattro – sarebbe pleonastica e non riuscirebbe mai a superare quella andata in scena a New Orleans. Fortuna però che il proponimento sarà subito accantonato.

Bono durante l’esibizione degli U2 al Superbowl, 3 febbraio 2002

Ma è un altro, il momento che chiude l’intera campagna: l’edizione 2002 dei Grammy Awards dove il trionfo degli U2 è quasi esagerato. Allo Staples Center di Los Angeles, i Nostri si aggiudicano ben 4 premi, oltre a svariate nomination: All That You Can’t Leave Behind vince nella categoria miglior album rock; Stuck In A Moment You Can’t Get Out Of viene eletta canzone pop dell’anno registrata da una band; lo stesso vale per Elevation nella categoria rock; e Walk On (che la band esegue dal vivo in apertura di serata) vince come registrazione dell’anno.

C’è però sempre l’Europa che reclama la sua quota di concerti. Come detto, molti fan del Vecchio continente sono rimasti a bocca asciutta al passaggio dell’Elevation Tour, motivo per cui la band decide di organizzare un nuovo giro durante l’estate 2002. Tuttavia, non si tratterà di una quarta leg del tour appena concluso bensì di uno show a sé stante che si terrà negli stadi e s’intitolerà Into The Heart. E se il titolo sembra richiamare proprio la forma del palco dello spettacolo appena passato agli archivi, il nome è un chiaro riferimento alla possibilità che gli U2 rispolverino anche l’omonima canzone presente in Boy e – perché no – pure quella che sul disco la precede e a cui è sempre stata legata in un’indissolubile sequenza anche dal vivo, finché entrambe furono suonate: An Cat Dubh. L’abbiamo spiegato, il recupero di alcuni brani dei primissimi anni è stato un tratto caratterizzante dell’Elevation Tour, motivo per cui attendersi un nuovo spettacolo che prosegua sulla stessa scia non è ingiustificato. Il management ha già prenotato alcuni impianti, tra cui lo stadio Meazza di Milano e l’Olimpico di Roma per l‘Italia, ed è anche previsto il ritorno a Sarajevo. Ma il progetto resta solo un rumor, per quanto fondato. Non è chiaro il motivo per cui la band rinunci a imbarcarsi per la nuova serie di date, ma è un fatto che la rinuncia arrivi proprio a un passo dall’annuncio ufficiale. Quel che è certo è che subito dopo il gruppo si ritrova a Montecarlo per alcune session.

C’è voglia di “imbottigliare” l’energia del tour appena concluso e cercare di cavarne fuori un nuovo disco, come avvenne con Zooropa. Ma benché i lavori nel principato di Monaco non saranno del tutto infruttuosi (parecchie bozze forniranno materiale prezioso per le nuove canzoni), la band riuscirà a completare solo un paio di inediti. E così, il resto del 2002 regala solo la seconda delle tre antologie concordate a suo tempo con la Polygram: The Best Of 1990-2000. La raccolta a questo giro prende in esame il secondo decennio di carriera della band, ma è un prodotto meno curato del precedente e assemblato senza il senno che aveva caratterizzato la prima uscita. In primis perché vi figurano i singoli dall’ultimo album – che in teoria farebbe parte del nuovo decennio – a scapito di brani come Lemon, Mofo o The Fly, che sarebbero stati sicuramente più indicativi del percorso della band nei Novanta; e poi perché il secondo CD è una raccolta di remix e B-side di minore interesse rispetto all’allegato della prima antologia.

L’unica nota di rilievo è che nel disco principale sono presenti nuovi mix di Gone (reincisa per l’occasione in una versione molto più simile a quella eseguita dal vivo), Discothèque e Staring At The Sun. Anche Numb viene rimasticata, e inoltre sono presenti i due inediti di cui sopra: Electrical Storm, accompagnato da un videoclip in cui per la prima volta il protagonista è Larry, e The Hands That Built America, scritta per la colonna sonora del film di Martin Scorsese Gangs of New York. Proprio con questo pezzo gli U2 ottengono la nomination all’Oscar come miglior brano da colonna sonora e si esibiscono sul palco del Kodak Theater di Los Angeles la notte del 23 marzo 2003, senza peraltro riuscire ad aggiudicarsi la preziosa statuetta (andrà a Lose Yourself di Eminem per il film 8 Mile). In compenso la band si aggiudica un Golden Globe.

2003-2006: I’m in a place called Vertigo

Bisogna trasformare la disperazione in gioia, questo è il rock ‘n’ roll. Consola, ma con una nota dolceamara

Il nuovo album degli U2 sarà How To Dismantle An Atomic Bomb. Le session si dividono in due periodi distinti: il primo con Chris Thomas come produttore, il secondo senza di lui. Thomas è una sorta di “stregone” che nel suo curriculum può vantare anche la coproduzione del White Album dei Beatles nonché la supervisione al mixaggio di The Dark Side Of The Moon dei Pink Floyd. Ma gli U2 non lo scelgono per le medaglie appuntate sul suo petto bensì per un chiaro intento stilistico: il nuovo lavoro dovrà essere decisamente rock, di quello grezzo, con la chitarra protagonista. Il rapporto di Edge con il suo strumento ha avuto pochi alti e molti bassi negli anni ’90 e All That You Can’t Leave Behind ha solo in parte risanato la frattura. Bisogna tornare a far ruggire la sei-corde come ai bei tempi, e il chitarrista in questa fase pare essersi di nuovo innamorato della sua compagna di viaggio. Stavolta vuole sfoderare il suo talento, imprimere un marchio netto, creare riff portanti, diretti e cristallini lasciando da parte i suoni per concentrarsi su quello che sa fare meglio. Perché è indubbio che suonare, sappia suonare. Tuttavia, il risultato dei primi mesi di lavoro non soddisfa appieno la band, o meglio sono soprattutto Adam e Larry a essere perplessi. Le dinamiche interne al gruppo sono sempre state improntate alla massima democraticità, per cui il parere del bassista e quello del batterista contano esattamente come gli altri; e a loro due il materiale, composto come sempre principalmente da Bono ed Edge, proprio non piace.

Che poi, va detto, Bono ha partecipato pochissimo alle session. Il suo coinvolgimento si è ulteriormente assottigliato, e sempre per via dei suoi impegni extra musicali che lo portano spesso in viaggio. Jubilee2000 si è sciolta nel 2001, ma con essa non si è esaurito l’interesse del vocalist per l’Africa, anzi. A gennaio 2002 il cantante dà vita a una nuova associazione chiamata DATA (Debt, Accountability, Trade, Africa) e che lotta per permettere ai paesi africani di liberarsi non solo dal fardello del debito (le promesse fatte dagli stati occidentali ai tempi di Jubilee2000 sembra stiano dando i loro frutti, seppur a rilento), ma anche di quello dell’AIDS. L’intento è di renderli di nuovo competitivi e affidabili sul piano commerciale e permettergli di tornare alla quota di scambi mondiali che avevano fino agli anni ’70. A marzo, Time dedica a Bono la sua seconda copertina, dopo quella del Rock’s hottest tickets con gli U2 nel 1987. Il cantante è ritratto in stile Superbowl, nel gesto di aprirsi il giacchetto e mostrare la bandiera americana, con in calce lo strillo: Riuscirà Bono a salvare il mondo? È una vita parallela, per lui, quella fuori la band, tant’è vero che con gli altri tre è costretto a trovare il compromesso di dedicarsi alla musica in fasce orarie prestabilite, anche da remoto. Ma è chiaro che in questo periodo abbia molto poco a cuore l’attività artistica, e le rare volte in cui si presenta in studio il suo contributo si riduce all’avallare – o, molto più di rado, bocciare – il lavoro di Edge e Thomas. Ma ad Adam e Larry, come detto, non va giù la direzione intrapresa; ne nascono, come al solito, vivaci scambi d’opinione (eufemismo) che portano il gruppo a decidere di fermarsi e ricominciare daccapo. Senza Thomas. E qui inizia la seconda fase di lavorazione del disco, che inizialmente si prevedeva di dare alle stampe alla fine del 2003 ma che in seguito al cambio di programma viene posticipato all’anno successivo (sempre nell’ultimo trimestre, il più ricco per le vendite musicali). Il 2003, anno che ha anche visto Bono tornare a Modena per partecipare, stavolta in solitaria, al Pavarotti & Friends, si chiude con la partecipazione dello stesso frontman e di Edge al concerto per Nelson Mandela organizzato a Città del Capo, in Sudafrica, e intitolato 46664. Con loro, sul palco nella serata del 29 novembre, molte altre stelle della musica internazionale, da Brian May e Roger Taylor dei Queen a Bob Geldof, a Robert Plant, Who, Peter Gabriel e gli Eurythmics. La canzone manifesto dell’iniziativa è intitolata proprio 46664 (dalla numerologia relativa alla storia di Mandela: era il detenuto numero 466 a essere stato rinchiuso nel carcere di Robben Island, nel 1964; da qui il suo numero di cella), scritta da Bono insieme all’ex leader dei Clash, Joe Strummer, che morirà meno di un mese dopo.

La Bomba, come – per brevità – da adesso in poi ci riferiremo al nuovo disco, esce il 22 novembre 2004 ed è uno degli album la cui lavorazione sarà stata più sofferta. In cabina di produzione è tornato il sempreverde Steve Lillywhite, che come al solito, con il suo piglio ottimista e propositivo, ha rimesso in piedi la baracca tirando fuori ancora una volta la band dalle secche creative in cui si era impantanata. Ad anticipare il lavoro, il singolo Vertigo, il quale viste le sonorità aggressive e palesemente guitar-oriented, rappresenta senz’altro il paradigma perfetto del lavoro. Per questo, oltre a essere scelto come brano di lancio, viene piazzato in apertura di tracklist. Il riff è puro e aggressivo rock ‘n’ roll ascrivibile alla categoria – per usare un termine tecnico… – “cafone”; è nuovo ma dà come l’impressione di essere sempre esistito. Non si tratta certo della più bella canzone degli U2, e anzi nel complesso suona abbastanza dozzinale, ma è efficace, e dal vivo avrà il suo porco effetto, tanto che la band deciderà sia di aprirci che di chiuderci buona parte dei concerti del nuovo tour. Non solo. Vertigo diventerà un instant-classic e resisterà nelle scalette per tutti gli anni a venire. Incredibile. Ma il motivo del suo successo è anche la liaison della band con Apple. Con la Bomba gli U2 inaugurano la loro collaborazione con l’azienda di Steve Jobs, che lancerà sul mercato una speciale versione nei colori rosso e nero dell’iPod, riprendendo il motivo cromatico dell’artwork del disco; in cambio, gli U2 concederanno gratis Vertigo per la campagna pubblicitaria autunnale della società di Cupertino. Il pezzo diventa così un vero tormentone, con continui passaggi in radio e il videoclip in heavy rotation su MTV. Video che viene girato in Spagna, nel sito di Punta Del Fangar, in Catalogna, ed è diretto da Alex & Martin, la coppia di registi autrice del famosissimo clip dei White Stripes Seven Nation Army. I riconoscimenti non si fanno attendere e ai Grammy la canzone si aggiudica ben tre premi. Ma l’investitura più importante è quella che attende la band il 14 marzo 2005 al Waldorf Astoria di New York. Qui gli U2 vengono introdotti nella Rock n‘ Roll Hall Of Fame, a 25 anni esatti dal primo album, e quindi facendo centro al primo tentativo. A insignirli dell‘onorificenza è Bruce Springsteen, il quale ne annuncia l’entrata nella galleria e gli restituisce così il favore sei anni dopo essere stato lui, nel 1999, a venire introdotto tra i grandi del rock da un discorso di Bono. E dopo i ringraziamenti di rito, gli U2 si lanciano in un miniset di quattro brani composto da Until The End Of The World, Pride, I Still Haven’t Found What I’m Looking For (insieme allo stesso Springsteen) e Vertigo.

 

Una foto promozionale dell’album “How To Dismantle An Atomic Bomb”

Il secondo singolo dalla Bomba è Sometimes You Can’t Make It On Your Own, brano la cui origine risale addirittura alle session di Pop e che Bono ha eseguito per la prima volta, in una versione embrionale, al funerale di suo padre. La canzone è una ballata tra le più toccanti scritte dalla band e il testo contiene alcuni passaggi memorabili («You’re the reason I sing / You’re the reason why the opera is in me», è forse l’apice emozionale dell’elegia dedicata al defunto genitore). Dal punto di vista tematico, il disco è molto personale e poco politico, a differenza di quanto ci si sarebbe aspettato (siamo negli anni della war on terror e l’America di Bush jr., dopo l’11 Settembre, ha già scatenato due guerre) e visto l’impegno filantropico di Bono. I nuovi testi sono intimisti, parlano delle persone, dei loro sentimenti, delle loro speranze, dei loro rapporti: A Man And A Woman è un romantico midtempo sulla relazione uomo/donna («I could never take a chance / Of losing love to find romance / In the mysterious distance / Between a man and a woman»); One Step Closer è una pièce quasi ambient ispirata alla morte del padre dello stesso Bob Hewson; Miracle Drug parla di fede nella scienza e nella medicina, prendendo a prestesto la storia di un uomo rimasto in stato vegetativo fino all’età di nove anni vista dalla prospettiva di sua madre («I want to trip inside your head / Spend the day there / To hear the things you haven’t said / And see what you might see»); Original Of The Species è idealmente rivolta a una bambina e riflette sull’unicità degli individui («You are the first one of your kind / And you feel like no-one before»); e Yahweh è chiaramente una chiosa riguardante Dio, quello degli ebrei, nella fattispecie. Solo All Because Of You – in cui Bono descrive se stesso nella sua attività filantropica – e Crumbs From Your Table – canzone di protesta contro la Chiesa dal punto di vista dei paesi africani – si rifanno all’attualità politica.

Sfera personale che irrompe rovinosamente sulla scena mentre la band si trova a Dublino per girare il video dello stesso secondo estratto. La comunità U2 viene sconvolta dalla notizia della malattia di Sian, la terzogenita di Edge avuta nel 1997 dalla sua seconda moglie Morleigh Steinberg (i due si sono sposati nell’estate 2002 dopo un lungo fidanzamento iniziato nel 1993: la Steinberg era la danzatrice del ventre che per quasi tutto lo ZOO TV Tour si esibì sul palco durante Mysterious Ways). Il tour a questo punto appare seriamente in dubbio. La band ha già messo in vendita i biglietti ma le date sono a rischio cancellazione, finché Edge non riesce a trovare un compromesso tra gli impegni della band e quelli familiari imposti dalla nuova situazione. Così gli show, che partiranno alla fine di marzo, vengono riprogrammati in modo da permettere al chitarrista di raggiungere facilmente Los Angeles, dove risiede la famiglia, ogni volta che sarà possibile. Il Vertigo Tour parte da San Diego e fino al 10 aprile gli U2 suonano solo in California (Anaheim, Los Angeles e San Jose le altre tappe, quasi tutte con doppi appuntamenti). Non solo. Per quasi tutto il primo mese la band si esibisce in prossimità della West Coast, spingendosi al massimo in Arizona e Colorado. Solo a partire da fine aprile si sposterà in Canada, Illinois e sulla costa opposta, e ogni volta che potrà, fino a fine leg Edge tornerà a casa sfruttando i buchi in calendario.

Il programma per il 2005 ricalca lo schema dell’Elevation Tour: partenza nelle arene USA in primavera, approdo in Europa in estate – e conseguente adeguamento dello show ai grandi spazi outdoor – e ritorno negli States in autunno. Anche l’allestimento ricorda da vicino quello del precedente tour. Il palco è infatti simile, con la differenza che la passerella che parte dal palco e avvolge una porzione del parterre è ellittica anziché a forma di cuore. Anche il palco è tondeggiante, quasi a replicare la geometria dell’artwork del disco. Lo show è incentrato sui nuovi brani, che dal vivo migliorano rispetto alle loro versioni studio, suonando molto più snelli senza l’eccessiva produzione che caratterizza il disco. Uno dei (pochi) difetti dell’album, infatti, è l’eccessiva ridondanza dei suoni, frutto della lunga lista di producer vi hanno messo mano: oltre a Thomas e Lillywhite bisogna infatti considerare non solo Jacknife Lee, ma anche Eno, Lanois, Flood e Nellee Hooper, visto che più di un pezzo proviene da session di dischi precedenti. Questo “accalcarsi” di specialisti della consolle ha prodotto un’eccessiva stratificazione sonora, quando invece – come dimostrano le versioni dal vivo dei brani – una produzione più asciutta avrebbe dato all’opera maggiori coerenza e armonia. Non a caso, le nuove canzoni rappresentano il cuore pulsante dello spettacolo, molto più di quanto quelle di All That You Can’t Leave Behind lo fossero per l’Elevation Tour.

Del resto, quasi tutti i pezzi della Bomba scelti per far parte dello show resisteranno in scaletta fino all’ultima data. Tra questi, Miracle Drug, luminoso esempio di rock radiofonico à la U2, magari non all’altezza dei loro classici ma che presenta quei codici tipici del gruppo di Dublino a cui guardano molte band mainstream del nuovo millennio (Coldplay, Muse, Killers, Editors e Kings Of Leon, solo per citare le più note); oppure Love And Peace Or Else, passaggio heavy rock costruito su un riffone hard/blues di Edge, a ulteriore dimostrazione di come in questo momento sia lui la stella polare del quartetto. Dal vivo, poi, il brano diventa uno dei momenti cardine, con il coreografico botta e risposta tra Bono e Larry che, in punta di passerella, inscenano un tribale duetto voce/tamburo; e ancora City Of Blinding Lights, che sarà il terzo singolo e si afferma come una versione 2.0 di Where The Streets Have No Name, con chiarissimi echi anche di With Or Without You; senza dimenticare All Because Of You – futuro quarto singolo – e Yahweh, entrambe eseguite nei bis. Ci sarebbe anche Original Of The Species, che uscirà come quinto singolo ma che dal vivo non riuscirà mai a trovare la quadra in fatto di arrangiamento (ne verrà però eseguita una versione con orchestra nei due concerti milanesi del 20 e 21 luglio che la band filmerà per il futuro DVD della leg outdoor, progetto che però salterà a causa di un guasto elettrico da cui si salverà solo un’oretta scarsa di riprese che finiranno come bonus video nell’edizione deluxe della terza antologia, 18 Singles, 2006).

Larry e Bono in “Love And Peace Or Else” durante il Vertigo Tour

C’è da dire anche che i nuovi brani sembrano agganciarsi perfettamente, sia come approccio sonoro che come tematiche, a quelli di Boy, essendo i due lavori collegati idealmente dal tema dell’innocenza, seppur analizzata da due prospettive opposte. Pertanto, volendo la Bomba rappresentare l’ideale chiusura di un cerchio (ed ecco di nuovo il tema geometrico che caratterizza la campagna) aperto con l’album di debutto, i brani di quest’ultimo confluiscono in modo quasi naturale nel nuovo live show, e quindi dopo tanti anni riecco in scaletta The Electric co., An Cat Dubh, Into The Heart e The Ocean, senza contare Out Of Control, che la band rispolvera in un’occasione, e Stories For Boys che è solitamente accennata in coda a Vertigo (del resto, in entrambe le canzoni c’è un passaggio che recita «hello, hello»), mentre I Will Follow subentrerà in pianta stabile a partire dalle date europee. E riferimenti agli early years sono anche le occasionali esecuzioni di Gloria e Party Girl, ma anche quella ben più frequente di 40, che torna a chiudere parecchi concerti di questa prima leg come avveniva negli anni ’80; per non parlare di Sunday Bloody Sunday e New Year’s Day, che ormai sono dei classici e guai a non suonarli.

Il Vertigo è anche il primo tour seguito praticamente in tempo reale su Internet dai die-hard fan di tutto il mondo. Nella prima metà del decennio proliferano infatti sul web forum e siti dedicati alla band, e spesso le notizie sulle scalette arrivano in diretta da coloro che si trovano ai concerti e comunicano con gli altri iscritti a mezzo telefonino. Tra l’altro, con quasi tutti i nuovi modelli di cellulare è ora possibile girare brevi clip video che finiscono puntualmente su Youtube, pertanto stando seduti a casa ci si può già fare un’idea su quanto si vedrà dal vivo. Per questo, oltre che per una gestione del sito ufficiale da molti considerata carente, la fanbase si arrabbia: nella nuova società globale e iperconnessa, dove i contenuti sono disponibili H24 e in continuo aggiornamento, molti si aspetterebbero uno show diverso ogni sera, con una maggiore rotazione dei brani. Nasce in questa fase il dibattito sulle scalette ingessate, benché in verità gli U2 abbiano sempre presentato setlist perlopiù fisse. Tuttavia, i dati smentiscono tale sensazione: nei suoi quasi due anni di durata, il Vertigo Tour risulterà lo spettacolo con il maggior numero di pezzi suonati: 60. Solo il 360 farà meglio: 62, ma con date spalmate su tre anni (2009, 2010 e 2011). Per fare un raffronto, nell’Elevation Tour i brani totali furono 52; nel PopMart 56 e nello ZOO TV 54.

E a proposito di ZOO TV, per la prima volta un live set degli U2 si concede un momento revival che risulterà molto apprezzato dai fan: il primo bis si apre infatti con la storica sequenza Zoo Station/The Fly, con tanto di riproposizione del mitico passo dell’oca da parte di un Bono che si presenta in abiti da gerarca filosovietico. Ma il concept dello show sono i diritti umani. Il Vertigo Tour è probabilmente lo spettacolo più politico mai messo in piedi dalla band. L’impegno umanitario di Bono entra a gamba tesa nel tour, e non poteva essere altrimenti. Il tema dei diritti umani si affaccia più volte nel corso dello show: da Sunday Bloody Sunday che si erge a manifesto della convivenza tra le religioni mentre sullo sfondo si staglia la parola “Coexist” costruita con i simboli delle tre fedi monoteiste, a Pride che è preceduta dalla lettura della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, a Where The Streets Have No Name che si ricicla come inno al continente africano, con le bandiere dei vari paesi che scorrono sullo schermo alle spalle del gruppo prima e durante la canzone (la cui bozza – ricordate? – fu scritta proprio in Etiopia), a One, che ogni sera è preceduta da un quasi estenuante monologo filantropico di Bono di una buona decina minuti (anche Larry arriverà a mostrare segni d’insofferenza per l’eccessiva loquacità del frontman).

Come per l’Elevation, anche questo tour viene filmato nel pieno della prima leg allo scopo di trarne il DVD ufficiale della versione indoor (quella outdoor, come abbiamo spiegato, non riuscirà a essere immortalata integralmente). Stavolta il set è Chicago, in occasione del quadruplo appuntamento previsto in città tra il 7 e il 12 maggio (anche se le date interessate dalle riprese saranno solo quelle del 9 e 10): il frutto delle registrazioni sarà appunto Vertigo 2005: live from Chicago.

Il carrozzone approda in Europa il 10 giugno, a Bruxelles. La versione per gli stadi è differente rispetto a quella per le arene. Il palco è molto più grande e l’allestimento scenografico torna alla bidimensionalità, con il megaschermo dietro i musicisti e il palco non più circondato dal pubblico ma sistemato fronte parterre e da cui partono due passerelle leggermente ricurve che terminano in mezzo al pit, la zona riservata alle prime file, con altrettanti minipalchi non comunicanti tra loro. Lo show è molto più spettacolare di quello al chiuso, anche se il concept resta sostanzialmente invariato. Si registra anche un sostanziale rimescolamento della scaletta, con alcuni gustosi ripescaggi. La sorpresa più grande è Miss Sarajevo, in precedenza suonata una sola volta dal vivo, nella storica serata nella capitale bosniaca del 1997. E Bono stupisce tutti, perché a differenza di quanto avvenuto in quell’occasione, quando l’assolo di Pavarotti era registrato e inserito nell’esecuzione della band, adesso fa lui la parte del tenore.

Gli U2 però, parallelamente al tour, sono impegnati anche nella messa a punto di un evento che vuole fare la storia. A distanza di vent’anni torna infatti il marchio Live Aid, con il progetto di mettere in piedi un altro show itinerante che prenderà il nome di Live 8. A organizzarlo sono sempre Bob Geldof e Midge Ure, ma stavolta Bono e gli U2 avranno un ruolo molto più operativo. Il Live 8 è una serie di 11 concerti gratuiti organizzati in altrettante città di tutto il mondo previsto per il 2 luglio, in anticipo di quattro giorni sul G8 in programma al Gleneagles Hotel di Auchterarder, in Scozia, dal 6 all‘8 luglio (e proprio il 6 si terrà un dodicesimo e speciale appuntamento conclusivo sempre rientrante nella rassegna). L‘obiettivo fare pressione sui leader politici delle nazioni più ricche e potenti del mondo per cancellare il debito dei paesi poveri, incrementare e migliorare gli aiuti, e negoziare con le stesse nazioni meno abbienti regole commerciali più eque. Sul palco londinese della kermesse, allestito ad Hyde Park, oltre agli stessi organizzatori e agli U2 partecipano – tra gli altri – Paul McCartney, Who, Elton John, Madonna, George Michael, Annie Lennox, R.E.M., Cure, Coldplay, Killers, Keane, Richard Ashcroft e – dulcis in fundo – i Pink Floyd in quella che passerà alla storia come la loro ultima esibizione nella formazione a quattro composta da David Gilmour, Roger Waters, Richard Wright e Nick Mason (oggi Gilmour, Waters e Mason potrebbero in teoria ancora riunirsi, ma Wright è morto nel 2008). E sono proprio gli U2 insieme a Paul McCartney ad aprire la giornata di Londra, con la storica esecuzione congiunta del classico dei Beatles Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, a cui la sola band dublinese – senza Macca – fa seguire Beautiful Day – con tanto di scenografica liberazione in volo di uno stormo di colombe -, Vertigo e One. Il tutto, giusto in tempo per prendere l’aereo e volare a Vienna, dal momento che in serata i quattro sono attesi dal concerto all‘Ernst Happel Stadion (e tanto per dare l’idea della voglia generalizzata di partecipare all’evento, anche i R.E.M. suoneranno nel pomeriggio a Hyde Park e poi via di corsa in direzione San Gallo per la tappa svizzera del loro Around The Sun Tour).

Gli U2 insieme a Paul McCartney sul palco del Live 8, 2 luglio 2005

La leg europea del Vertigo Tour si conclude a Lisbona il 14 agosto e poi, da metà settembre, è in programma la terza branca, sempre in Nord America e sempre nelle arene, fino a dicembre inoltrato. Uno degli appuntamenti più significativi, oltre a quelli nelle “solite” New York, Boston, Los Angeles, ecc., è quello di New Orleans, la città devastata dall’uragano Katrina nell’ultima settimana di agosto (e che fu teatro dell’esibizione degli U2 al Superbowl nel 2002). Non si tratta però di un concerto ma di una visita lampo del solo Edge incastonata tra le serate della band a Tampa, in Florida (16 novembre), e Atlanta, in Georgia (18). Il chitarrista visita le zone più colpite dal ciclone e qualche giorno dopo fonda, insieme al produttore Bob Ezrin e al CEO di Gibson Guitar, Henry Juszkiewicz, Music Rising, associazione per il supporto ai musicisti colpiti dagli effetti del cataclisma. Bono ed Edge torneranno a New Orleans a settembre 2006 per un’esibizione benefica insieme ai Green Day – show che si terrà in occasione della riapertura del Louisiana Superdome e della partita di National Football League tra i padroni di casa Saints e la formazione dei Falcons -, in cui eseguiranno, tra le altre, The Saints Are Coming, canzone del gruppo punk scozzese Skids coverizzata dagli stessi U2 insieme alla band californiana per l’omonimo singolo congiunto che uscirà nello stesso mese e i cui proventi saranno devoluti alla stessa Music Rising.

Ed eccoci, appunto, al 2006. L’anno si apre nel segno dei riconoscimenti. Ai Grammy gli U2 si aggiudicano ben 5 premi: miglior album dell’anno, sia in generale che nella categoria rock, per How To Dismantle An Atomic Bomb; canzone dell’anno, sia in generale che nella categoria Rock performance by a duo/group per Sometimes You Can’t Make It On Your Own; e migliore canzone rock per City Of Blinding Lights. Il bilancio di questa edizione degli storici Grammofoni per gli U2 è addirittura migliore di All That You Can’t Leave Behind. Ancora una volta, l’America certifica che gli U2 sono tornati. I numeri di questa prima metà di decennio sono impressionanti e arrivano quasi a replicare quelli del periodo di maggior fama della band in USA, il quinquennio 1987-1992. Si tratterà però dell’ultimo exploit a questi livelli, e il 2006 resterà l’ultimo anno in cui la band si aggiudica dei Grammy.

Il tour però non è finito. A febbraio i Nostri sono attesi dalla quarta leg, che fa tappa in Centro e Sud America: otto i concerti previsti, di nuovo nella versione outdoor dello show, tra Messico (3 date, di cui due nel leggendario Stadio Azteca, nella capitale), Brasile (2 date a San Paolo), Cile (Santiago) e Argentina (2 volte a Buenos Aires). Gli show vengono tutti filmati, ad eccezione dell’opening night messicana di Monterrey, per il progetto che la band ha in cantiere di realizzare un film in 3D. Le riprese, effettuate con la nuovissima tecnologia IMAX, vengono affidate a Catherin Owens, direttrice artistica della band che ha già diretto il video – interamente in computer grafica – di Original Of The Species, con l’ausilio di Mark Pellington. Tra i concerti che offriranno materiale video alla pellicola ci saranno anche i due di Melbourne che la band terrà nel mese di novembre, benché il passaggio in Australia fosse inizialmente previsto a marzo. Succede infatti che gli U2 si trovino costretti a posticipare le date in Oceania per il momentaneo aggravarsi delle condizioni della figlia di Edge (la quale, fortunatamente, in seguito si riprenderà), pertanto l’intera quinta leg, che toccherà anche Giappone e Hawaii, viene riprogrammata per gli ultimi due mesi dell’anno.

Un anno che in primavera vede la pubblicazione di un nuovo singolo intitolato… One. Sì, il celeberrimo classico contenuto in Achtung Baby torna a essere stampato quindici anni dopo, ma non a nome U2 – i quali comunque vi partecipano in veste di feat. – bensì a nome Mary J.Blidge. Si tratta di una versione differente del brano che è poi il secondo estratto (solo per l’Europa e alcuni mercati minori) dal settimo album della cantante R&B statunitense, The Breakthrough.

Ma il 2006 è anche l’anno dell’uscita della terza antologia stabilita a suo tempo con Polygram (che nel frattempo è stata acquistata da Universal): sempre a novembre arriva infatti U218 Singles, che include appunto 18 singoli pubblicati del gruppo nel corso della carriera, compresa la succitata The Saints Are Coming con i Green Day. Il brano, che come detto esce anche come singolo a sé stante in favore di Music Rising, viene inciso a settembre negli studi Abbey Road di Londra insieme al produttore Rick Rubin. Un inedito – e anch’esso dato alle stampe come singolo, il 1 gennaio 2007 – sarà invece Window In The Skies, altro pezzo proveniente dalle session con Rubin. Come accennato sopra, una versione limitata ed estesa della raccolta contiene Vertigo 05: live from Milan, testimonianza video in dieci brani del concerto di San Siro del 21 luglio 2005.

U218 Singles, che molto astutamente viene abbinato all’uscita della summenzionata, mastodontica biografia di Neil McCormick U2byU2, è solo l’ultimo tassello di una strategia di capitalizzazione del marchio messa in atto dalla band, come abbiamo detto, a partire dal 1998. Gli anni Zero sono quelli in cui tale approccio tocca l’apogeo, anche perché pubblicare raccolte o ristampe aiuta il gruppo a riempire i buchi temporali prodotti da una prolificità creativa che ormai comincia a latitare. Se tra un album e l’altro devono passare quattro o cinque anni, tanto vale essere presenti sul mercato con ogni tipo di uscita. E gli U2 di materiale ne hanno parecchio negli archivi. Oltre alle suddette tre antologie, in quel che resta del decennio uscirà infatti una bella sfilza di ristampe e riedizioni deluxe. Si ricordano, tra le varie uscite, la rimasterizzazione in DVD dei due film-concerto degli anni ’90, Sidney (che arriva nel 2006) e Città del Messico (2007), arricchiti da contenuti extra e pubblicati in edizioni – se non altro – molto più curate dal punto di vista dell’artwork; poi arrivano le deluxe edition di The Joshua Tree per il ventennale (2007) e di The Unforgettable Fire per il venticinquennale (2009); ma anche le ristampe – nel 2008 – dei primi tre album in edizioni doppie e moltissimi contenuti aggiuntivi, tra inediti, live e remix; nonché la ripubblicazione di Under A Blood Red Sky – sempre datata 2008 – sia per quanto riguarda l’LP che per il film-concerto girato a Red Rocks, stavolta in versione praticamente completa con il recupero dei filmati di 7 brani della performance originaria, che vanno ad aggiungersi ai 12 già presenti nella VHS. Infine, a maggio 2007 verrà mostrato in anteprima al Festival di Cannes il film U23D, con la band che si esibisce al Gran Teatre Lumière in un miniset di due brani, Vertigo e Where The Streets Have No Name. La pellicola uscirà però nelle sale solo a febbraio 2008 e conterrà 85 minuti riprese condensate in 13 canzoni eseguite live nelle date di Buenos Aires del 2006.

2007-2011: Trecentosessanta gradi

È il più grande palco rock ‘n’ roll della storia. Vogliamo sempre uno show esagerato. Siamo come Fellini, adoriamo il kolossal

Il 2007 non offre altre particolari novità, se non la notizia, rivelata a giugno, che gli U2 sono al lavoro a Fez, in Marocco, di nuovo insieme a Brian Eno e Daniel Lanois. Inizialmente, più che di nuovo album, si parla di “progetto”, il che potrebbe anche voler dire qualcosa in stile Passengers. Invece, col passare dei mesi, si apprende che si tratterà del vero e proprio successore di How To Dismantle An Atomic Bomb. I rumor si fanno più insistenti, e le note stampa più ricche di dettagli, nel corso del 2008. Nel mese di agosto sembra anche che sia imminente l’uscita del primo singolo – si vocifera che s’intitoli Sexy Boots -, ma l’operazione viene rinviata all’inizio del 2009.

Anno che si apre, per gli U2, con il prestigiosissimo invito ai festeggiamenti per l’insediamento del neopresidente americano Barack Obama alla Casa Bianca. Un democratico a capo degli Stati Uniti, e gli U2 – come ai tempi di Clinton – prendono di nuovo parte al programma della cerimonia, esibendosi il 18 gennaio al Lincoln Memorial, insieme ad altri artisti, nel quadro del We Are One Concert davanti a una folla stimata in circa 400mila persone. I Nostri suonano Pride e City Of Blinding Lights, brano che proprio Obama aveva scelto per la sua campagna elettorale.

Nel frattempo, il nuovo album è stato ultimato. Il primo estratto s’intitola Get On Your Boots e arriva in radio a metà febbraio. Trattasi di un brano atipico per gli U2, ma nulla per cui stracciarsi le vesti. Il piglio catchy è simile a quello di Vertigo ma le sonorità sono molto più elettroniche, con addirittura echi di musica araba: tanti, forse troppi, ingredienti, a fare del pezzo un polpettone radiofonico che non esalta nemmeno i fan più oltranzisti. Ma l’attesa per il nuovo album è ugualmente tanta. S’intitola No Line On The Horizon ed esce il 2 marzo. È un lavoro che va in tutt’altra direzione rispetto ai due precedenti. Esaurito il filone del recupero del sound classico, la band si lancia in un’operazione molto più ardita e avanguardistica, almeno nelle intenzioni. Torna in primo piano l’approccio sperimentale che caratterizzò il gruppo negli anni ’90 ma va chiarito e sottolineato un aspetto che risulterà campale per meglio comprendere il tutto: per la prima volta in assoluto Eno e Lanois entrano nella fase compositiva e si vedono riconosciuti ufficialmente come parte del processo di scrittura della maggior parte dei pezzi. Un aspetto non da poco.

Uno scatto promo per l’album “No Line On The Horizon”

Vero che con Eno in consolle – e in particolare nel caso del suo lavoro con gli U2 – è sempre difficile stabilire il confine tra produzione e composizione, ma non era mai accaduto in passato che lui e Lanois si sedessero a tavolino insieme alla band per scrivere le canzoni. Un disco realizzato a dodici mani, e la differenza appare subito evidente. In No Line On The Horizon, solo 4 brani (su 11) sono ascritti in via esclusiva agli U2. Quali? I più scarsi: il primo singolo e Stand Up Comedy sono autentici buchi nell’acqua; mentre appena accettabili sembrano Breathe e I’ll Go Crazy If I Don’t Go Crazy Tonight. La seconda addirittura verrà quasi “rinnegata” dal vivo e proposta in una versione totalmente disco-dance per scevrarla da un arrangiamento francamente stucchevole. Insomma, dove Bono, Edge, Adam e Larry vengono lasciati da soli dimostrano quanto basso, al momento, sia il livello della loro ispirazione; c’è un abisso qualitativo, rispetto ai passaggi scritti in team con i due produttori, troppo evidente per non parlare di Eno e Lanois come di stampelle di sostegno per una band ormai non più in grado di camminare sulle proprie gambe.

Di fatto, No Line On The Horizon è una sorta di Original Soundtrack n.2 e solo nominalmente da considerarsi un disco degli U2. Stabilito ciò, e alla luce di questo fondamentale distinguo, il lavoro può anche essere valido. Di sicuro il più interessante e intellettualmente stimolante tra quelli a marchio U2 realizzati nel nuovo millennio. Singolo di lancio a parte, nessun episodio sembra concepito per “bucare” le radio; quasi tutti necessitano di reiterati ascolti per essere assimilati, il che – dal punto di vista del coraggio – è sicuramente meritorio per un gruppo con trent’anni di carriera sulle spalle. Le prime quattro tracce, in particolare, hanno un pathos e un’intensità che non si registravano da anni in un disco degli U2. Anche negli album migliori la prima parte aveva quasi sempre un momento di stacco ad alleggerire il climax. Qui no. La title-track, Magnificent, Moment Of Surrender e Unknown Caller sono una mitragliata di emozioni. Come detto, il tocco di Eno è più che evidente (Unknown Caller potrebbe tranquillamente stare in Everything That Happens Will Happen Today, il meraviglioso album che il producer ha dato alle stampe insieme a David Byrne ad agosto 2008) e in certi casi sovrasta quello della band (per fortuna).

Solamente i testi, come al solito, sono appannaggio esclusivo di Bono, ma ancora una volta il vocalist cambia prospettiva, svestendo i panni di sé stesso e calandosi, di volta in volta, in quelli di un personaggio diverso. E così abbiamo il vigile urbano della title-track («I’m traffic cop, Rue de Marais / The sirens are wailing but it’s me that wants to get away»); lo sbandato che vive in metropolitana di Moment Of SurrenderI was speeding on the subway / Through the stations of the cross / Every eye looking every other way / Counting down ‘til the pain will stop»); il soldato al fronte che ripensa alla sua famiglia di Cedars Of LebanonI have your face here in an old Polaroid / Tidying the children’s clothes and toys / You’re smiling back at me, I took the photo from the fridge / Can’t remember what then we did»).

Nella sua fase centrale, il disco cala vistosamente in fatto di qualità: I’ll Go Crazy If I Don’t Go Crazy Tonight è carina ma sterile, sdolcinata, seppur godibile nei suoi riflessi beatlesiani, e il testo – poco ispirato – smorza ogni possibile rimbalzo emozionale. Come detto, infinitamente migliore sarà la sua versione per nulla hand-played che la band proporrà in concerto. Del dittico Get On Your Boots/Stand Up Comedy abbiamo detto, e per ritrovare in parte l’ispirazione che caratterizza la prima metà dell’album bisogna attendere l’ottavo pezzo, anche se poi a quel punto rimettere in piedi la baracca non è semplice. Difatti, la seconda parte del lavoro non eguaglia il primo poker di brani, per quanto suggestivi siano i fumi achtungbabyani di Fez/Being Born, la vena gaelic/folk di White As Snow (che è il riarrangiamento di un brano tradizionale irlandese), quella ambient della suddetta Cedars Of Lebanon (con campionamento in apertura dal brano Against The Sky, dall’album del 1984 The Pearl dello stesso Eno insieme ad Harold Budd), e quella hard&heavy di Breathe. No Line On The Horizon sarà, ad oggi, l’ultima collaborazione degli U2 con Eno e Lanois, una collaborazione dagli esiti nel complesso poco più che discreti ma che comunque, alla luce di quanto verrà dopo, si farà rimpiangere.

Poi però c’è il tour, ed è un altro paio di maniche. Finalmente gli U2 portano a compimento il progetto di uno show a 360 gradi anche nei grandi spazi. Le bozze per il palco circolano da anni. L’idea è quella di una struttura circolare da sistemare in mezzo al parterre in modo che la band risulti circondata dal pubblico. L’allestimento scenico è avveniristico e conta su un altrettanto rivoluzionario e complesso sistema audio. Appare evidente come i palchi di ZOO TV e PopMart impallidiscano al confronto. Le prime foto del “mostro” iniziano a circolare poche settimane prima dell’esordio e svelano lo scheletro del complesso in costruzione a Werchter, in Belgio. Gli scatti mostrano l’ossatura di quella che sembra un‘enorme giostra dalla forma simile a un ragno. Il primo pensiero va al Glass Spider Tour di David Bowie. Il palco, di forma tonda, è sormontato da una mastodontica struttura simile a una zampa con gli artigli piantati in terra. Non a caso, il nomignolo dato alla costruzione sarà The Claw (l’artiglio, ndSA). Ma l’immensa e fantascientifica copertura simile a un’astronave aliena non è l’unico aspetto strambo. Tutt’intorno al main stage corre infatti una passerella, anch’essa circolare e collegata al pulpito dove si esibisce la band da ponti semoventi. Un prodigio della tecnologia che induce il gruppo irlandese nella tentazione di intitolare il tour proprio come la forma del palco – 360° -, adottando un riferimento forse eccessivamente didascalico e dando così l’impressione che stavolta il contenitore (gli effetti speciali) sia più importante del contenuto (la musica). E peccato che un tale dispiegamento di risorse non sarà supportato da una cura altrettanto meticolosa al concept o comunque alle idee che musica ed effetti visivi dovrebbero veicolare. Probabilmente, gli U2 degli anni ’90 avrebbero saputo meglio sfruttare cotanta profusione di forze.

Il palco del 360 Tour in attesa della prima data al Camp Nou di Barcellona, 30 giugno 2009

In una cosa però riescono ancora bene: far parlare di sé. Nel creare clamore e innalzare la grandeur a manifesto programmatico sono ancora dei maghi, ragion per cui dire che gli U2 sono fondamentalmente persone dal carattere timido può suonare stridente. Eppure è così. Diversamente, non avrebbero scelto Barcellona come sede della prima messinscena. Solo nella città di Antoni Gaudì, vero e proprio inno urbano alla grandezza e dove tutto ha dimensioni esagerate, una cosmonave aliena passerebbe inosservata; così come il limone di 12 metri e l’oliva gigante del PopMart Tour si mimetizzavano alla perfezione tra le luci e i lustrini di Las Vegas. A proposito: stavolta il tour non parte dagli USA, come mai? Il motivo è semplice e va ricercato proprio nello spettacolo del 1997. La band infatti ha imparato la lezione di allora, quando diede inizio ai concerti troppo a ridosso dell’uscita dell’album e quindi senza lasciare il tempo alla gente di assimilarne le canzoni. A questo giro, tra album e tour passano quattro mesi, e infatti lo show parte a razzo. Istinto puro, al diavolo gli intellettualismi. Fin dalle prime date i concerti sono riuscitissimi e lasciano pubblico e band pienamente soddisfatti. Tuttavia, il limite della debolezza concettuale si fa sentire.

La speculazione intellettuale è lasca e non c’è un filo a legare i brani se non quei pochi e scialbi riferimenti all‘immaginario sci-fi vintage. Questo almeno sembrerebbero suggerire walk-in e walk-out song, rispettivamente Space Oddity di David Bowie e Rocket Man di Elton John. E a questo vorrebbero ricondurre alcune trovate (il collegamento video con la Stazione Spaziale Internazionale, i clip animati a tema “cosmico” che riempiono le pause) che fanno timidamente capolino nel corso dello show; tutte idee che se sviluppate meglio avrebbero potuto rendere la rappresentazione una vera e propria opera rock sul tema dello spazio. La cosa positiva è che i nuovi brani reggono alla grande alla prova dal vivo, al punto che i quattro gli affidano le delicate fasi iniziali della scaletta. Solo nella seconda parte la tensione cala un po’, in virtù principalmente della stanchezza mostrata dalle hit storiche, che la band esegue perlopiù trascinandosi in esecuzioni stanche e con poco mordente. Alcune trovate però sono memorabili: dallo stadio trasformato in un mega rave all’aperto durante I’ll Go Crazy, ai bis con Bono che canta utilizzando uno strano microfono circolare a mo’ di volante d’auto calato dall’alto (per mezzo di un filo estendibile che permette al cantante di aggrapparsi e dondolarsi fin quasi sulle teste del pubblico tipo Peter Gabriel a Sanremo nel 1983), alle graditissime sorprese in setlist come i ritorni di The Unforgettable Fire e Ultraviolets, che da molti anni non venivano eseguite.

C’è da dire che il nuovo spettacolo si caratterizza anche per una minore invasività di Bono con il suo impegno filantropico. Non si registrano, durante gli show, filippiche né eccessivi riferimenti all’impegno umanitario extra U2 del cantante, ed è un bene, anche perché negli ultimi tempi le reazioni in merito non sono state proprio idilliache. Basti pensare – per dare un’idea del sentire comune attorno alla faccenda – che nel 2007 un’altra serie animata statunitense, South Park, ha riguardato la band avendo come protagonista il frontman in una puntata dal titolo Lo stronzo più grosso del mondo (titolo originale: More Crap) in cui lo stesso Bono veniva parodiato in modo abbastanza tagliente (eufemismo).

Lo scheduling degli appuntamenti è organizzato in modo da lasciare più giorni di pausa tra una data e l’altra al fine di permettere la laboriosa costruzione del palco (ne sono state realizzate tre copie) e ciò comporta che il tour molto probabilmente dovrà essere spalmato su almeno due anni. Nel 2009 la band terrà solo 44 concerti tra Europa e Stati Uniti, con il proponimento (che diventa certezza in un amen, visto che l’intera prima tornata di date fa registrare immediatamente sold-out) di compiere un secondo passaggio nel 2010, prima di approdare anche in Oceania, Africa e Sud America, con l’ulteriore, concreta possibilità di “sforare“ addirittura al 2011.

Il tour europeo inizia il 30 giugno e termina il 22 agosto (due i concerti in Italia, entrambi a Milano/San Siro, il 7 e 8 luglio). Vengono toccate le principali città e per la prima la band suona in Croazia, a Zagabria, il 9 e 10 agosto; a settembre è la volta del Nord America, con date fino a fine ottobre. Tra Europa e States lo spettacolo resta sostanzialmente invariato, e così il 25 ottobre quello che gli U2 fissano su video, con la registrazione dello show al Rose Bowl di Pasadena, è un discreto compendio di quanto visto finora. Va detto che le riprese che si tengono nel mitico stadio losangelino vengono anche trasmesse in diretta su Youtube prima di diventare il film-concerto U2 360° at the Rose Bowl, che uscirà a giugno 2010. Si chiude così un anno trionfale per gli U2, almeno dal vivo, poiché il disco, dopo un breve exploit iniziale, è praticamente sparito dai piani alti delle chart mondiali, peraltro scarsamente sostenuto dagli altri due singoli usciti nel frattempo: Magnificent (dato alle stampe il 4 maggio), e I’ll Go Crazy If I Don’t Go Crazy Tonight (agosto). Il 2009 si chiude con l’esibizione degli U2 a Berlino, davanti alla Porta di Brandeburgo, in occasione delle celebrazioni per il ventennale della caduta del Muro. Il 5 novembre la band esegue un miniset di 6 brani, tra cui Sunday Bloody Sunday insieme al rapper Jay-Z.

Still dal DVD “U2 360° at the Rose Bowl” (foto da U2.com)

Dalla pubblicazione di No Line On The Horizon è passato un anno e mezzo e molti brani del disco sono inesorabilmente scivolati fuori dalla scaletta. Hanno resistito solo Magnificent, Get On Your Boots e Moment Of Surrender, utilizzata sempre in chiusura. Ormai la ratio del tour non è più la promozione dell’album, ma piuttosto quella di lanciare nuovi brani. La band sembra infatti sul punto di dare alle stampe un disco gemello del suddetto No Line On The Horizon che dovrebbe intitolarsi Songs Of Ascent. Potrebbe uscire verso fine anno, se non addirittura durante il tour, e svariate canzoni sono già state sottoposte al giudizio del pubblico, seppur con arrangiamenti piuttosto basic. Alla fine saranno cinque quelle presentate dal vivo nel corso delle date europee. La più promettente è sembrata essere Every Breaking Wave, che troveremo sì su un album degli U2 ma più avanti nel tempo; poi la succitata Glastonbury, ma anche Mercy – risalente alle session della Bomba e pubblicata nell’edizione deluxe dello stesso lavoro – North Star e Boy Falls From The Sky – che Bono ed Edge hanno scritto per il musical Spider-Man: Turn Off the Dark (del quale hanno curato l’intera colonna sonora) che andrà in scena nel 2011 dopo una serie di rinvii dovuti a incidenti e ritardi vari. Però c’è un problema: i brani non hanno attecchito. Il pubblico è rimasto freddo e l’idea, inusuale per gli U2, di testarli dal vivo prima della pubblicazione si rivelerà un boomerang. Quasi tutti faranno infatti una fine ingloriosa: Mercy, che aveva una strofa potenzialmente epica ma un ritornello del quale i Nostri non sono mai riusciti a venire a capo, finirà sull’EP Wide Awake In Europe (pubblicato a novembre 2010); North Star la troveremo nella deluxe edition per iTunes della soundtrack del film Transformers 3; e le altre – tranne, come detto, Every Breaking Wave – faranno perdere definitivamente le proprie tracce. Addirittura, Glastonbury non verrà eseguita neppure nella sua cornice naturale, quando gli U2 finalmente calcheranno il palco della storica kermesse il 24 giugno 2011. In virtù di ciò, è inutile dire che Songs Of Ascent non vedrà mai la luce.

Dall’Europa, dopo una breve pausa, gli U2 si spostano in Nuova Zelanda e Australia per chiudere l’anno con una breve tornata di concerti tra novembre e dicembre. Anche il 2011 si apre all’insegna dei viaggi intercontinentali, con la band che plana da un capo all’altro del mondo per suonare prima in Sudafrica (due appuntamenti a Johannesburg e Città del Capo a metà febbraio) che in Sud America (tra fine marzo e metà aprile). E non è finita, perché da metà maggio c’è da recuperare la leg nordamericana saltata l’anno prima e che è preceduta da tre concerti a Città del Messico. A questo punto, lo show è totalmente cambiato. Non solo non è più quello del 2009, anno in cui c’era da supportare l’album, ma neanche quello del 2010, caratterizzato dal lancio di nuovi pezzi. E allora cos’è diventato, il 360 Tour? Un carrozzone che la band – si potrebbe dire – “usa” per celebrare il ventennale di Achtung Baby. Fin dalle date invernali in Sud America è infatti riapparsa in setlist Even Better Than The Real Thing, alla quale si è poi aggiunta The Fly. Due canzoni che, insieme a Mysterious Ways, Until The End Of The World e One che già venivano suonate regolarmente, spostano inevitabilmente la lente sul disco del 1991.

Addirittura, a partire da giugno le prime quattro vengono proposte per prime e in sequenza, dando alle serate un chiaro sapore amarcord in chiave ZOO TV. Ed è con questa parte iniziale di scaletta che la band si presenta a Glastonbury il 24 giugno, nel pieno del tour USA, tra le date di Baltimora (Maryland) ed East Lansing (Michigan). La serata però non sarà memorabile, non si rivelerà come uno di quei momenti “Live Aid”, per ammissione della stessa band, forse a causa della desuetudine dei quattro a calcare palchi non propri. Ad ogni modo, il tour si conclude ugualmente in maniera trionfale a Moncton, in Canada, il 30 luglio. Alla fine saranno stati 110 i concerti tenuti nell’arco di 3 anni, spalmati in 7 leg e con viaggi in 4 continenti. A questo punto, se gli U2 decidessero di ritirarsi lo farebbero da trionfatori, almeno nei numeri. La storia però dirà altro.

Gli U2 on stage a Glastonbury, 24 giugno 2011

2011-2020: l’innocenza e l’esperienza

Dobbiamo essere dirompenti come la musica che ascoltavamo da ragazzi, quella che ci ha spinto a formare una band

Abbiamo accennato poc’anzi al musical Spider Man: Turn Off The Dark. Il 14 giugno 2011, a New York, si è tenuta finalmente la première dello spettacolo alla qualche hanno ovviamente partecipato Bono ed Edge. Si tratta di una versione rimasticata dell’opera, dopo vari imprevisti, contrattempi e la sostituzione della regista Julie Taymor. È rimasta però invariata la soundtrack scritta dal cantante e dal chitarrista degli U2.

In autunno si tengono le celebrazioni per i vent’anni di Achtung Baby. La band li festeggia con una riedizione deluxe monstre del disco, comprendente anche il bel documentario From the sky down, girato da David Guggenheim e incentrato sui giorni berlinesi (ma non solo) del gruppo. La pellicola viene presentata dapprima al Festival del Cinema di Toronto l’8 settembre e poi anche a quello di Roma (27 ottobre-4 novembre). Tra le altre cose, vi compaiono belle versioni acustiche di The Fly e So Cruel (cantate da Bono), e Love Is Blindness (Edge). L’operazione deluxe nel complesso è molto valida, considerando anche i moltissimi contenuti extra. Achtung Baby è stato il disco che ha allungato di buoni trent’anni la carriera degli U2 e quello a cui devono gran parte del merito per l’essere ancora in attività, quindi una buona riedizione celebrativa era doverosa.

Passata la sbornia da anniversario, il resto dell’anno e tutto il 2012 filano via senza sussulti, se non le solite voci che danno per imminente l’inizio delle lavorazioni per un un nuovo album. Le cose si fanno serie nell’estate 2013, quando partono le registrazioni del successore di No Line On The Horizon. Un’anticipazione di come potrebbe essere la dà, a fine novembre, il singolo Ordinary Love che gli U2 registrano per la colonna sonora del film Mandela: la lunga strada verso la libertà. Anche stavolta la band otterrà una nomination agli Oscar, e anche stavolta non vincerà la statuetta, “accontentandosi” – come nel 2003 – del Golden Globe.

A dicembre, però, il mondo U2 viene stravolto dalla notizia che Paul McGuinness, dopo 35 anni alla guida della band, decide di abbandonare il suo ruolo. Gli U2 allora si rivolgono direttamente a Live Nation, che acquista la Principle, la compagnia che cura gli interessi della band, e vi mette a capo Guy Oseary, già manager di Madonna. Il nuovo corso inizia subito nel segno di ulteriore, nuova musica, visto che nel giro di poche settimane a Ordinary Love fa seguito un altro singolo, Invisible, i cui proventi saranno devoluti all’associazione RED, fondata da Bono insieme a Bobby Shriver e impegnata nella lotta contro l’AIDS nel continente africano. La canzone viene presentata al mondo il 2 febbraio, per mezzo di un video trasmesso durante l’intervallo della 48ma edizione del Superbowl. Gli U2 realizzeranno anche un videoclip abbinato alla canzone che uscirà il 12 dello stesso mese. Sebbene il brano rappresenti un ispirato ritorno a certe sonorità di fine anni ‘70/inizio ’80 a metà tra il krautrock dei Kraftwerk e la new-wave dei Joy Division, con una buona produzione e parecchia elettronica aggiunta, e nonostante faccia registrare discrete performance nelle varie classifiche mondiali di vendite e ascolti, sarà pubblicato solo come ghost track nel nuovo album, che uscirà più avanti. Ma come detto, a tornare in pista è anche Ordinary Love, che la band esegue il 2 marzo sul prestigioso palco del Dolby Theatre di Los Angeles per l’86ma edizione degli Oscar.

Il 9 settembre 2014 esce, a sorpresa, il tredicesimo album in studio degli U2, Songs Of Innocence. Il disco, ispirato all’opera letteraria dello scrittore inglese William Blake, vissuto tra XVIII e XIX Secolo, e intitolata Songs of innocence and of experience, fa parte di un dittico che sarà completato tre anni più tardi dal secondo capitolo, Songs Of Experience. Non molto “innocente” è il modo in cui la band lo svela al mondo. Anzi, per meglio dire, quasi lo inocula. In un raro esempio di mecenatismo applicato al rock, in quanto espressione di un accordo con Apple, il lavoro viene infatti presentato durante la conferenza di lancio dell’iPhone 6 e dell’Apple Watch, e pubblicato gratuitamente a spese della stessa società ora guidata da Tim Cook (dopo la morte di Steve Jobs avvenuta nel 2011), ma soprattutto viene caricato forzosamente nei cloud di tutti gli utenti iTunes Store, che se lo ritrovano così in memoria senza averne fatto richiesta. Solo il 13 ottobre il disco arriverà anche in formato fisico per la vendita tradizionale.

Una foto promo dell’album “Songs Of Innocence”

La mossa scatena un putiferio di critiche nei confronti della band, che con un raffronto di dubbio effetto difende la scelta paragonando la condivisione del disco alla consegna del latte da parte del fattorino in bicicletta, con l’unica differenza che il fattorino, stavolta, è stato così premuroso da mettere la bottiglia direttamente in frigorifero. Ma a dispetto della guasconeria con cui gli U2 presentano l’operazione, Songs Of Innocence è forse il lavoro più personale del gruppo, un inno alla sua storia e agli anni della giovinezza dei suoi componenti. Un’idea nuova, si potrebbe dire ironicamente, visto che da una quindicina d’anni il tema, fondamentalmente, è sempre quello. Di più. Si potrebbero citare innumerevoli esempi di canzoni scritte dagli U2 nell’arco della carriera che hanno a che fare, direttamente o indirettamente, con quel periodo della loro vita. L’unica differenza è che adesso il tutto viene reso esplicito. Si fanno nomi di luoghi, persone, eventi, laddove in passato erano proprio la velatezza, il cripticismo e il prestarsi a più interpretazioni, a essere un valore aggiunto. Non è che se a una canzone dai come titolo il nome della madre di Bono (Iris) allora quella canzone diventa sacra. Se musicalmente e liricamente è fiacca, è fiacca. Punto. Anche I Will Follow, Tomorrow, Lemon e Mofo parlavano della stessa persona, ma erano infinitamente migliori; lo stesso dicasi per Raised By Wolves: l’attentato terroristico che vi si racconta è lo stesso adombrato in Love Is Blindness; così come il tema del conflitto in Irlanda del Nord – che gli U2 hanno spesso affrontato – non abbisogna di un pezzo che s’intitoli The Troubles per avere più dignità; e che dire di Cedarwood Road? Forse che il dare un nome ai luoghi già evocati in Running To Stand Still conferisca agli stessi luoghi maggiore autorevolezza?

L’unico effetto tangibile del brano sarà “turistico”, generando, con il suo esplicito riferimento, orde di fan in pellegrinaggio alla ricerca della casa dove nacque e crebbe Bono, per la “gioia” degli attuali proprietari. Per non parlare di The Miracle (of Joey Ramone): non c’era bisogno di un titolo così didascalico per sapere che la carriera degli U2 non sarebbe nemmeno iniziata senza il gruppo punk newyorchese. Insomma, non è affibbiando alle canzoni l’etichetta di brani “ufficiali” a proposito di questo o quell’argomento che si salva la baracca. Perché se gli anni Zero hanno evidenziato un pur comprensibile calo d’ispirazione dei Nostri, gli anni Dieci stanno mostrando una vera e propria deriva compositiva, al netto di qualche eccezione. A essere maliziosi, uno potrebbe pensare che McGuinness se ne sia accorto in tempo e si sia messo in salvo per non perdere ulteriormente la faccia. Ovviamente non è così, ma l’impressione è che la band faccia ormai una fatica enorme a scrivere nuova musica e a un certo punto, non venendone a capo, abbia deciso di uscirsene con quello che aveva. Non trenta, e nemmeno venti, ma solo dieci anni prima, probabilmente un disco come Songs Of Innocence gli U2 non l’avrebbero mai messo in circolazione. Alle prime note, un fan cresciuto a pane e Bad potrebbe dire: “Mio Dio, come ci siamo ridotti!”.

Ad ogni modo, per quanto male se ne possa dire, in Songs Of Innocence c’è comunque tanta vita vissuta. È un disco impregnato di esistenza, quello dove i quattro si rifugiano maggiormente nel passato e sciorinano momenti da biografia pura, come i nonni di una volta che raccontavano fino allo sfinimento le loro peripezie durante la guerra. Ecco allora il ricordo della prima volta a un concerto dei Ramones (The Miracle (of Joey Ramone); del loro primo viaggio lungo la costa occidentale degli States sul furgoncino scalcinato che usavano per andare in tour (California); dell’amore nato sui banchi di scuola (Song For Someone); della madre di Bono (Iris); del proprio quartiere e delle amicizie ivi sorte e che durano tuttora (Cedarwood Road); del terrorismo vissuto anche sulla propria pelle (Raised By Wolves, The Troubles).

Uno dei pochi punti di forza del lavoro – realizzato tra New York, Londra, Los Angeles e Dublino – è senz’altro la produzione. Spiace essere cattivi, ma è in gran parte il lavoro dietro la consolle a tenere in vita una band da encefalogramma oramai piatto. Il team in regia, peraltro, è parecchio allargato e i componenti sono tutti già usi alle nuove sonorità e all’approccio che il lavoro in studio nel XXI Secolo richiede. Tutta gente che ha iniziato a camminare nel mondo della musica quando gli U2 di strada ne avevano già fatta parecchia. C’è il producer statunitense Danger Mouse (Gorillaz, The Rapture, The Good The Bad & The Queen, Black Keys), quello inglese Paul Epworth (Bloc Party, Florence + the Machine, Bruno Mars), l’ex OneRepublic Ryan Tedder (Jennifer Lopez, Adele, Beyoncè, James Blunt), oltre a Declan Gaffney e Flood (accreditato solo in Song For Someone). Ne esce un disco fresco, in linea con le nuove tendenze ma agganciato agli anni d’oro del post-punk. C’è parecchia tecnologia ma la resa è da rock ‘n’ roll band che arma un casino coi soli strumenti base. I brani hanno un buon tiro, e l’effetto – paradossale per un album la cui scrittura fa acqua da tutte le parti – è quello di non stancare mai. L’unico passaggio obiettivamente inattaccabile è quel gioiellino di Sleep Like A Baby Tonight che con le sue sinuose movenze elettro-synth riporta agli anni ’90 di una If You Wear That Velvet Dress. Ma se il disco è a dir poco deludente, non altrettanto si potrà dire del tour, anzi. Come sempre nel caso degli U2 è ai live show che bisogna guardare per meglio comprenderli, e qui, ancora una volta, stupiscono tutti. Dopo i fasti e la megalomania del 360 Tour, concepiscono uno spettacolo molto più intimo e raccolto, che si svolgerà esclusivamente nelle arene e che poggerà in modo sostanziale sulle nuove canzoni per offrire una narrazione coerente fatta di suoni e immagini. Se è innegabile che gli U2 non sappiano più essere interpreti dei tempi correnti, va detto che sono diventati maestri nel rievocare quelli che furono. La loro storia s’intreccia con quella delle loro famiglie, del loro paese, del mondo.

Prima di imbarcarsi, però, c’è tempo per la partecipazione di Bono al singolo celebrativo dei 30 anni di Band Aid, con la riedizione in versione aggiornata del brano Do They Know It’s Christmas? insieme a Chris Martin dei Coldplay, Foals ed Ed Sheeran, oltre all’organizzatore Bob Geldof.

A metà novembre c’è tuttavia anche da segnalare un serio incidente occorso a Bono. Durante una pedalata in bicicletta a Central Park a New York, infatti, il frontman cade rovinosamente a terra e si frattura un braccio, che dovrà essere operato. La band è in città per partecipare al Tonight Show, ma deve rimandare la registrazione della puntata fino a che il cantante non avrà recuperato. La circostanza avrà effetti sui concerti poiché Bono non potrà più suonare la chitarra; il che in verità non è che cambi troppo le cose, visto che al massimo aveva sempre e solo fatto da accompagnamento con la sua acustica.

L’iNNOCENCE+eXPERIENCE Tour 2015 è come un sussidiario illustrato della giovinezza (per dirla coi Baustelle) e offre una rappresentazione ineccepibile. La scenografia è molto più minimale e la forma del palco inedita: c’è lo stage principale da cui parte una passerella ad esso perpendicolare che taglia in due il parterre e culmina in un palchetto rotondo molto più piccolo sistemato praticamente dall’altra parte della General Admission. Ma è come sempre la tecnologia a dettare le regole, a partire dal fulcro dell’allestimento, ovvero il maxischermo bifronte che sovrasta la passerella in tutta la sua estensione e rimanda le immagini su entrambi i lati del parterre. Tra i due monitor c’è però un’intercapedine in cui Bono da solo o la band al completo possono entrare e passeggiare per interagire con i visual animati rimandati sullo schermo. Ancora una volta, vorsprung durch technik!

Il palco dell’iNNOCENCE+eXPERIENCE Tour

Il tour parte da Vancouver, in Canada, il 14 maggio 2015. È l’intervallo di tempo più lungo mai intercorso tra la pubblicazione del disco e l’inizio del giro, la cui prima leg sin conclude a fine luglio con ben 8 spettacoli al Madison Square Garden di New York. Suonando in spazi piccoli, gli U2 devono necessariamente replicare più volte gli show in parecchie città. A Inglewood, in California, i concerti sono 5, così come a Chicago, mentre a Montreal (Canada) e Boston 4. La scaletta standard prevede l’esecuzione di 7 brani da Songs Of Innocence, contando anche la ghost-track Invisibile, ma nel corso della leg quasi tutte le nuove canzoni verranno suonate. Per il resto, a differenza di quanto ci si aspettasse alla vigilia, visto che lo show più scarno permetterebbe in teoria uno show molto meno ingessato, la setlist è tra le più fisse nella carriera della band e si presenta – nuovi brani a parte – come una sorta di greatest hits show con l’aggiunta di alcuni ripescaggi che in realtà erano già stati ripresi in anni recenti. Nel complesso, però, lo spettacolo è credibile e di grande impatto.

Ma non ci sono solo i concerti, la musica: da anni Bono è anche un facoltoso uomo d’affari. Nel 2004 ha creato, insieme ad altri investitori, Elevation Partners, un fondo d’investimenti che opera nei campi della tecnologia e dei media. Tra le acquisizioni più importanti fatte nel corso del tempo ci sono state quote di Forbes e Facebook. E ad agosto, le azioni del social detenute dalla compagnia del cantante sono arrivate a valere 940 milioni sterline, a fronte di un prezzo d’acquisto – nel 2009 – pari a 56 milioni. Bono ha così sorpassato Paul McCartney nella classifica delle rockstar più ricche del pianeta.

Ma chi se ne importa dei soldi. A inizio settembre prende il via la leg europea, e ancora una volta sono l’Italia e Torino a fare da sfondo alla ripartenza. Il 4 e il 5 la band suona al Pala Alpitour (con visita, nella giornata del 6, all’Expo di Milano per un evento sulla lotta alla fame nel mondo), inaugurando tre mesi di tour che toccherà le principali città, in molte delle quali (Amsterdam, Stoccolma, Berlino, Barcellona, Londra, Parigi e Dublino) con quadrupli o anche quintupli appuntamenti. Come già accaduto riguardo al 2001, però, è di un altro attentato in una grande metropoli che dobbiamo parlare mentre raccontiamo la storia degli U2. Siamo non solo nel periodo di maggiore impatto sull’Europa della crisi dei migranti (dopo lo sdegno per la foto di Alan Kurdi, il bambino siriano morto sulla spiaggia di Bodrum, in Turchia, la Germania della cancelliera Angela Merkel ha aperto le porte a un milione di rifugiati in fuga dalla guerra, guadagnandosi a più riprese anche l’apprezzamento pubblico di Bono) ma anche in piena emergenza terrorismo dell’ISIS. Il 13 novembre un commando dell’ISIS assalta Parigi e uccide 130 persone, la maggior parte delle quali nella sala per concerti Bataclan, dove si sta esibendo la rock band americana Eagles Of Death Metal. Quel giorno gli U2 (che già a settembre avevano dovuto posticipare di ventiquattro ore un concerto a Stoccolma a causa di un falso allarme bomba) si trovano proprio nella capitale francese per la loro serie di quattro performance alla AccorHotels Arena. Hanno già suonato l’11 e 12 novembre e devono replicare il 14 e 15, ma le serate vengono ovviamente annullate e riprogrammate per il mese successivo, dopo le date di Dublino che inizialmente dovevano chiudere il tour. Il 6 e 7 dicembre gli U2 tornano quindi a Parigi e vi tengono due spettacoli che per pathos e trasporto si possono paragonare a quelli di New York dell’ottobre 2001. Alla fine del secondo concerto, inoltre, salgono sul palco gli stessi Eagles Of Death Metal per un momento da lacrime in cui le due formazioni eseguono insieme People Have The Power di Patti Smith, prima che gli U2 lascino il palco alla sola formazione americana per la sua I Love You All The Time. Tutto ciò viene fortunatamente registrato in video e pubblicato nel DVD ufficiale U2 Innocence + Experience: Live in Paris, che arriverà sul mercato nel giugno 2016.

Gli U2 depongono mazzi di fiori al Bataclan di Parigi dopo l’attentato terroristico del 13 novembre 2015

Anno, il 2016, sostanzialmente di pausa per la band. In teoria ci si aspetterebbe il seguito di Songs Of Innocence, per un programma che tal modo quadrerebbe alla perfezione: disco nel 2014, tour nel 2015, nuovo disco nel 2016 e nuovo tour nel 2017. I lavori per Songs Of Experience, però, subiscono un rallentamento e l’anno passa senza nuove pubblicazioni. Le cose da segnalare sono solo due: sabato 30 aprile Edge è il secondo membro gli U2 a incontrare un papa (Francesco) in Vaticano, ma la prima rockstar in assoluto a esibirsi nella Cappella Sistina. Il chitarrista tiene un miniconcerto nel quadro di un incontro organizzato da un comitato che raggruppa alcune fondazioni che lottano contro il cancro. Accompagnato da un coro di sette adolescenti irlandesi, esegue If It Be Your Will di Leonard Cohen, Yahweh, Ordinary Love e Walk On. La seconda circostanza da menzionare per il 2016 è che il 5 ottobre gli U2 si esibiscono in una serata benefica organizzata a San Francisco dalla società americana Salesforce con un concerto di 15 canzoni che sembra poter dare indicazioni su come sarà il nuovo tour. In particolare, durante lo spettacolo, Bono critica Trump, che di lì a poco vincerà le elezioni americane, dando allo show un tocco politico, tra una Bullet The Blue Sky in cui tornano a risuonare gli strali antireaganiani degli anni ’80 e una Pride introdotta da un accenno a The Hands That Built America. Un’America che sembra quindi essere tornata al centro dei pensieri della band, il che fa presumere che il nuovo album, quello dell’esperienza, vi avrà a che fare in modo sostanziale.

Ma – potremmo dire – non è l’attesa del nuovo album, essa stessa il nuovo album? Sembra di sì, dal momento che in un video pubblicato a sorpresa sul proprio sito a fine anno i quattro non annunciano la data di uscita di Songs Of Experience, no: siccome il 2017 segnerà il trentennale di The Joshua Tree bisogna celebrare in grande stile la ricorrenza con una riedizione monstre del disco ma soprattutto con un nuovo tour mondiale a tema. Pertanto, il progetto Innocenza-Esperienza viene momentaneamente riposto in soffitta e per la prima volta nella loro carriera gli U2 rimetteranno in piedi un tour già fatto in passato. Non solo. La polpa del The Joshua Tree Tour 2017 sarà la riproposizione per intero del loro capolavoro dato alle stampe nel 1987, il che significa che una buona metà dei brani ivi presenti si potranno riascoltare dal vivo dopo un’eternità o addirittura, in un caso, per la prima volta in assoluto!

Foto promozionale per il The Joshua Tree Tour 2017

Il calendario prende forma a inizio anno con l’annuncio delle date. Il tour toccherà l’Europa e le Americhe, con la prima leg in USA e Canada da metà maggio a inizio luglio; poi un mese in giro per l’Europa; e infine ritorno negli States e discesa in Sud America, via Messico, fino alla fine di ottobre. In totale, una cinquantina di concerti a cui seguiranno probabilmente anche date in Asia e Oceania. Come nel 2015, la prima serata si tiene a Vancouver ma stavolta non alla Rogers Arena bensì al BC Place Stadium. Le prevendite per la prima serie di concerti negli States vanno talmente bene che doppi appuntamenti vengono aggiunti al Rose Bowl di Pasadena, al Soldier Field di Chicago e al MetLife Stadium di East Rutherford. Tra l’altro, gli U2 suoneranno anche all’interno di un festival, il Bonnaroo, in programma a Manchester (Tennessee) il 9 giugno.

La scaletta, come detto, è incentrata sugli 11 brani di The Joshua Tree, con la sequenza piazzata nel mezzo dello show. Generalmente, ad anticiparla sono hit antecedenti al 1987 come Sunday Bloody Sunday, New Year’s Day, Pride e Bad, che la band suona sul B-stage in mezzo al pubblico, per poi trasferirsi sul palco principale dove, sulle note dell’organo iniziale di Where The Streets Have No Name, il megaschermo rimanda la gigantesca immagine stilizzata del Joshua Tree su uno sfondo rosso. E se le prime cinque canzoni dell’album bene o male sono note al pubblico – anche occasionale – dei concerti uduici, le altre sei sono perle rare. Red Hill Mining Town è alla prima esecuzione live in assoluto. Doveva essere il secondo singolo di The Joshua Tree – ne fu girato anche un videoclip ambientato all’interno di una miniera nei pressi di Londra – ma per Bono (anche il Bono del 1987!) sarebbe stato impossibile riuscire a cantarla ogni sera, quindi non fu mai pubblicato e restò uno dei grandi brani “dimenticati” del gruppo, fino a questa versione, notevolmente abbassata nella tonalità e dalla resa decisamente inferiore rispetto alla sua omologa su album; In God’s Country, invece, aveva fatto perdere le sue tracce dal vivo dal 1989, se si eccettuano le pochissime volte in cui apparve in versione acustica durante l’Elevation Tour e la sola volta eseguita nel 2015; Trip Through Your Wires, dal canto suo, era assente da trent’anni esatti; mentre One Tree Hill, nello stesso arco di tempo di tempo, era stata ripescata occasionalmente solo in date tenute in Nuova Zelanda.

Poi c’è Exit, che merita un discorso a parte. La canzone era uno dei momenti clou degli show del 1987 ma successivamente gli U2 l’abbandonarono a seguito di un fatto di cronaca nera avvenuto negli Stati Uniti nel luglio 1989. Un tizio di nome Robert John Bardo, infatti, durante il processo a suo carico per l’assassinio dell’attrice americana Rebecca Schaeffer, dichiarò che il suo gesto fu ispirato proprio dal brano della formazione irlandese, la quale date le circostanze non se la sentì più di riproporlo live. Infine, Mothers Of The Disappeared, pezzo che fin dalla sua uscita è apparso solo sporadicamente nelle scalette e che adesso torna a risplendere. Terminato il tributo al disco, lo show si conclude concedendosi momenti più rilassati, come il divertente trittico Beautiful DayElevationVertigo e i bis, con brani presi da altri periodi, più l’inedito The Little Things That Give You Away che in certe serate chiude la scaletta.

Il palco del The Joshua Tree Tour 2017

L’8 luglio gli U2 sbarcano in Europa per toccare solo alcune città, la maggior parte delle quali (Londra, Berlino, Barcellona, Dublino e Parigi) già visitate con l’iNNOCENCE+eXPERIENCE Tour del 2015. Due gli appuntamenti in Italia, entrambi allo stadio Olimpico di Roma, il 15 e 16 luglio. Ad agosto, durante la pausa, la band lavora invece al lancio di quello che sarà il primo estratto dal nuovo album, che finalmente è in rampa di lancio. The Blackout viene presentato il 30 agosto ed è accompagnato da un video girato in Olanda che riprende il gruppo mentre si esibisce sul palco di un piccolo club di Amsterdam.

A settembre, come detto, la band torna negli States, dove visita alcune città che non erano state toccate nella prima leg. Tra queste ci sarebbe Saint Louis, nel Missouri, ma il concerto viene annullato a causa di una violenta rivolta razziale seguita alla notizia dell’assoluzione di un ex poliziotto bianco accusato dell’omicidio di un uomo di colore. Dagli USA la band scende in Messico per due concerti nella capitale. La venue è la stessa immortalata nel film-concerto del PopMart Tour, il Foro Sol. Dopodiché, ancora giù lungo il continente con il primo concerto in assoluto degli U2 in Colombia (Bogotà) e le date in Argentina (2 volte a La Plata. Il primo concerto inizia più tardi perché sul maxischermo viene prima trasmessa la partita di qualificazione al Mondiale di calcio Argentina-Ecuador, che la nazionale albiceleste guidata da Messi vincerà guadagnandosi il pass per Russia 2018), Cile (Santiago) e Brasile (San Paolo, 4 serate allo stadio Morumbi). Nelle date americane fa il suo esordio in scaletta un altro brano inedito, You’re The Best Thing About Me, che è anche il lead single del nuovo album, annunciato in uscita per il 1 dicembre.

Songs Of Experience è – lo ribadiamo – il secondo capitolo di un progetto iniziato tre anni prima con Songs Of Innocence, una sorta di “negativo” in musica che lo bilancia con un racconto più intimista, dimesso, amaro, a tratti rassegnato, quasi una presa d’atto del peso insostenibile dell’esistenza. Un lavoro sulla caducità dell’essere umano, una specie di raccolta di epistole scritte da Bono per sua moglie, i suoi familiari, i suoi amici e i fan. L’album, registrato tra New York, Los Angeles e Dublino, si avvale di una lista di produttori ancora più lunga del disco precedente. Risultano accreditati anche Jacknife Lee e Steve Lillywhite, oltre a Andy Barlow, Jolyon Thomas e Brent Michael Kutzle. Il disco si apre con le tristi e crepuscolari arie ambient di Love Is All We Have Left. Siamo in tutt’altri territori rispetto all’apertura sfrontata e spaccona di Songs Of Innocence. Alla gaia leggerezza del singolo di lancio o di The Showman (little more better) fanno da contraltare le avvilite brezze di Summer Of Love, Landlady o la succitata The Little Things That Give You Away. L’antemica e proverbiale verve uduica si concretizza comunque in inni da stadio come Get Out Of Your Own Way, Love Is Bigger Than Anything In Its Way e quella Lights Of Home scritta insieme al trio indie pop statunitense al femminile HAIM. Si fanno però largo anche pacchianate dal piglio orribilmente aggressive rock come la suddetta The Blackout e American Soul, appena mitigate da poco più che accettabili recuperi altezza War (Red Flag Day). Nel complesso, l’approccio risulta molto più umile e meno strombazzato rispetto al precedente lavoro, la rozzezza di Songs Of Innocence cede il passo a una versione della band non molto più ispirata ma di certo più terrena, vulnerabile, arresa, e per questo più apprezzabile, se non altro umanamente. Il cerchio dell’intero progetto si chiude poi con la conclusiva 13 (there is a light) che riprende la linea melodica e parte del testo di Song For Someone. E che l’aria sia cambiata lo confermano anche le strategie di marketing. Stavolta niente campagne elitarie e turbocapitaliste (per dirla alla Fusaro), con la promozione del disco affidata, a questo giro, a semplici esibizioni live tra cui si segnalano quella londinese di Trafalgar Square, nel quadro degli MTV Europe Music Awards (9 canzoni eseguite) e quella ai mitici Abbey Road Studios per uno speciale della BBC con miniconcerto di 11 pezzi e intervista.

Parallelamente, vengono annunciate le date americane del nuovo tour, che – in modo speculare rispetto a quello del 2015 – si chiamerà eXPERIENCE+iNNOCENCE. A gennaio c’è poi l’annuncio delle date europee per la seconda e ultima leg. Ancora una volta, la band non porterà lo spettacolo in Oceania e Asia, ma neanche in America Latina (dove però i concerti del 2017 dovrebbero comunque aver placato per un po’ la “fame” di U2). Il tour si apre a Tulsa, in Oklahoma, il 2 maggio. Il palco è lo stesso del 2015, con l’aggiunta di alcune piccole modifiche, così come la prima parte di scaletta ricalca essenzialmente le vecchie setlist, con la riproposizione di alcuni brani di Songs Of Innocence (Iris, Cedarwood Road e alcune volte Raised By Wolves). L’Esperienza si palesa nella seconda parte, con il rimpallo tra i nuovi brani (ben 8 quelli sempre suonati in questa prima fase) e alcuni risalenti a partire dalla metà degli anni ’80. La novità è che per la prima volta non ci sono canzoni tratte da The Joshua Tree, e ciò basta a rendere il tour il più atipico della carriera degli U2, poiché raramente in un loro concerto non si sono sentiti perlomeno tre o quattro pezzi tratti dal loro disco più famoso. Evidentemente, la band avrà pensato che dopo l’abbuffata del 2017 quelle canzoni potevano pure saltarlo, un giro. Altra ragione per cui questo tour resterà nella storia è il ripescaggio di un brano mitico, considerato dai fan come una sorta di Sacro Graal poiché mai la band lo aveva eseguito dal vivo, nonostante le innumerevoli richieste, anche a mezzo di petizioni, succedutesi negli anni. Stiamo parlando di Acrobat, penultima traccia di Achtung Baby che gli U2 provarono solo una volta in un soundcheck nel lontano 1992 senza però proporla in concerto (inutile dire che tra i collezionisti, il bootleg di quelle prove ha circolato per anni diventando un reperto per cui fare follie). E per rendere ancora più solenne la riproposizione del pezzo, Bono rispolvera addirittura i panni di Macphisto, il suo diabolico alter ego del 1993, anche se in una versione solo “virtuale”, con il volto truccato del personaggio ricreato sullo schermo a mezzo computer grafica e fatto apparire al momento dell’inquadratura in primo piano del cantante durante il suo abituale, perfido monologo.

L’ultima data nordamericana si tiene il 3 luglio, poi da fine agosto è la volta dell’Europa. In questa seconda leg lo show risulta essere molto più politico, diventando quasi lo spot di un’integrazione europea recentemente fiaccata dalla crisi dei migranti e dalla Brexit. Lo show riprende il tema accostandolo al riemergere dei sentimenti nazionalisti e sovranisti, oltre al biasimo per le recenti elezioni di Trump e Bolsonaro, e proponendo accostamenti con il mondo alla fine degli anni Trenta e i successivi orrori portati dal secondo conflitto mondiale. Per certi versi, l’eXPERIENCE+iNNOCENCE europeo – che in Italia arriva a metà ottobre per quattro appuntamenti al Mediolanum Forum di Milano (preceduti dalla seconda visita di Bono a un pontefice, quella di settembre a papa Francesco, sempre in Vaticano) – sembra riprendere alcuni concetti dello Zooropa Tour 1993 e il leitmotiv è l’appello affinché la storia non si ripeta. Non a caso la band, dopo le prime date d’assestamento, apporta sostanziali modifiche alla scaletta inserendo – oltre a una versione “synth-inspired” di New Year’s Day, inno uduico europeo per eccellenza – svariati pezzi dell’era ZOO TV. Nella data di Berlino del 13 novembre (recupero di quella del 1 settembre saltata per problemi alla voce di Bono) che gli U2 sceglieranno per filmare il DVD ufficiale – U2 eXPERIENCE+iNNOCENCE – Live in Berlin uscirà però solo come regalo per gli iscritti al sito ufficiale – saranno ben sette i brani in scaletta relativi al periodo 1991-1993 (Zoo Station, The Fly, Who’s Gonna Ride Your Wild Horses, Even Better Than The Real Thing e One da Achtung Baby; Dirty Day e Stay da Zooropa).

Bono/Macphisto sul palco dell’eXPERIENCE+iNNOCENCE Tour

Chiuso il capitolo Innocence/Experience, il gruppo si mette in pausa per qualche mese. Va però ancora chiusa la “faccenda” The Joshua Tree Tour con gli antipodi. Asia e Oceania, del resto, reclamano la band da dieci anni. Il periodo scelto per accontentarle è quello a cavallo tra novembre e dicembre, e stavolta vengono toccati anche paesi mai visitati prima. Dopo i concerti australiani, infatti, la band approda a Singapore con i due storici concerti del 30 novembre e 1 dicembre, e a seguire, dopo il doppio appuntamento a Tokyo, visita Corea del Sud (Seul, 8 dicembre), Filippine (Manila, 11) e India (Mumbai, 15), dove presenta anche la nuova canzone Ahimsa, scritta insieme al compositore indiano Allah Rakha Rahman e uscita come singolo il 22 novembre. Si chiude così un decennio che ha visto la formazione irlandese pubblicare due soli album a fronte di ben sei anni passati – almeno parzialmente – in tour. Si vendono meno dischi e i guadagni arrivano dai concerti: ormai vale anche per gli U2.

Ora, non si sa se i Nostri, “abituati” a lavorare per piani decennali, si imbarcheranno in una quinta impresa prefigurando un’attività che arrivi fino al 2030. Di sicuro, il 2020 è anno di celebrazioni, anche se l’emergenza Covid ha scombinato più di qualche piano (Bono ha anche scritto una nuova canzone, Let Your Love Be Known, presentata a marzo e dedicata ai fan italiani nel momento peggiore dell’epidemia nel nostro paese): si festeggiano quest’anno le 40 primavere del primo singolo con Island, 11 O’Clock Tick Tock (ristampato in edizione speciale per il Record Store Day), ma anche i 40 del primo LP Boy. Non solo. Ci sono anche i 20 di All That You Can’t Leave Behind nonché i 60 di Bono, celebrati dal cantante lo scorso 10 maggio con la condivisione via social della playlist con le canzoni che gli hanno «salvato la vita». Da ricordare inoltre che la band a luglio ha inaugurato anche una sua stazione radio, SiriusXM Channel. Se poi volessimo allungare lo sguardo all’anno prossimo, beh, nel 2021 un certo Achtung Baby compirà 30 anni; ma a quel punto – e sempre Covid a parte – la questione sarà un’altra: celebrare il disco o aspettare il 2022 per riaccendere la ZOO TV, che proprio perché era una TV magari oggi sarà diventata web… ?

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