• Mag
    18
    2018

Album

Tannen Records

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Dei Comaneci ci ha sempre colpito la tenacia nel farsi apprezzare senza usare troppi effetti speciali: una chitarra acustica, un cantato suadente ma poco formale, una elettrica e un banjo a dare un po’ di colore a una natura fondamentalmente blues-folk. Suono “portatile” il loro, di quelli nati a metà/fine anni Zero, quando uscivano anche evidenze come Le-Li o magari Bob Corn tagliate sugli house concert e su un songwriting isolazionista, con i piedi ben piantati nella tradizione americana ma abbastanza immediato da adattarsi agli spazi stretti e ai cuori morbidi del Bel Paese. C’è da dire che i Comaneci si sono sempre distinti in questa schiera di chansonnier da cameretta, vuoi per quella Francesca Amati un po’ Cat Power prima maniera capace di suonare familiare e quasi ipnotica nelle linee vocali, vuoi per brani effettivamente in grado di rimanere (pensiamo ad esempio alla Satisfied Girl diventata anche la colonna sonora di uno spot per i Beni Culturali), vuoi per un immaginario di riferimento fascinoso che nel tempo ha optato per una declinazione personale di un certo pre-war folk.

Impossibile imbattersi nei suoni della band senza chiedersi da dove provenga quel senso così peculiare di meraviglia e al tempo stesso anomico abbandono che si scorge in alcune melodie, e forse questo Rob A Bank ce lo spiega indirettamente, avanzando un ideale cortocircuito con l’altra ragione sociale che vede la Amati protagonista, ovvero gli Amycanbe. Sembra quasi un paradosso, ma in questo disco si coglie una collisione tra le cadenze malinconiche e trip hop della band di Cervia e il folk dei Comaneci, ad esempio in tracce come l’introduttiva I Want You All (peculiare koiné di blues e psichedelia in salsa Bristol), Cocoon o magari una Questions che è tutto un breakbeat. Scelte estetiche vissute probabilmente come una scappatoia per risuolare scarpe consumate soprattutto dai chilometri percorsi – non certo dalla qualità media di dischi mai superflui – e magari ampliare un po’ gli orizzonti (come già si era fatto nell’ottimo Uh! per brani atipici come Democracy), con Simone Cavina (Junkfood 4tet) chiamato a suonare la batteria e a rappresentare forse la pietra angolare di tutto il discorso.

Se si eccettuano la chiusa di Cannot e qualche ballata più vicina a un’idea di folk “tradizionale” come Plainsong, Proud To Be e Lovers, il resto del disco è un’ipotesi evolutiva apprezzabile e che non si fa mancare nulla, compresi certi toni ambient (Japan) e persino un barlume di elettronica e tape-loops esorcizzato dal bravo Glauco Salvo. Un campionario di accenti che rende i Comaneci più trasversali, colorati e sognanti che mai, ma in un certo senso anche più istituzionali, se pensiamo al fatto che certe idee sonore – qui applicate ma non sviluppate in nuove direzioni – sono ormai patrimonio comune. Anche un album come You a Lie non scopriva niente, ma aveva dalla sua scelte arrangiative talmente equilibrate e singolari da farsi firma: qui, pur essendo tutto su un buon livello, non si rimane mai a bocca aperta, e alla fine dei giochi il brano che paradossalmente resta più impresso è il circolare minuto e mezzo voce e chitarra di una Carlo con un’attitudine un po’ America anni Cinquanta tra le righe. Disco coinvolgente e ben suonato, insomma, ma d’una gradevolezza che non si trasforma quasi mai in epifania.

13 Maggio 2018
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