Recensioni

Le estetiche meta-musicali dell’era di Internet (la witch house, la chillwave, la vaporwave, il seapunk…) hanno ormai – chi prima e chi dopo – fatto il loro tempo, avviluppandosi attorno all’esasperazione meme-centrica delle loro caratteristiche più virali. Probabilmente le ricorderemo, tra qualche anno, con la stessa hauntologica nostalgia che ne ha delineato la nascita. Sono passate non senza però lasciare strascichi – più o meno invasivi – su tutto un modo di concepire la musica (e di promuoverla) oggi più che mai diffuso che sfrutta una linea invisibile che unisce molte di quelle aree di confine legate a stretto giro con le tendenze adolescenziali web-friendly: attitudine lo-fi da cameretta da giro Bandcamp, nerd-loneliness, (Sound)cloud-rap, Tumblr-gif, apatie trap e post-emo. Insomma, il risultato della sommatoria di quegli elementi che si potevano già intuire dieci anni fa durante la MySpace-era.
Corbin Smidzik in questi contesti sguazza da circa un lustro, prima a nome Spooky Black e Lil Spook (sotto questo moniker ha pubblicato il mixtape Black Silk nel 2014) e oggi con un più sobrio Corbin. Nel passaggio tra vecchio e nuovo alias l’americano ha progressivamente smesso di provare a fare il rapper alla Yung Lean, scoprendo di poter usare la voce su un livello melodico differente, enfatizzandone il timbro oscuro al limite del caricaturale. Nato a Baltimora meno di venti anni fa (ma attualmente stanziato a Saint Paul, Minnesota), Corbin con l’album d’esordio Mourn ci consegna un affresco di un mondo malato in cui convivono senza via d’uscita depressione, disperazione, alienazione, droga (The Fold Up) e una buona dose di rabbia repressa (Revenge Song). Il canale espressivo è un post-r&b plumbeo sorretto da beat minimali e synth ovattati. Tra un «It’s never enough how deep can you cut wash me with blood hands, all dry» di No Title, un «End all my reaping, put one in my head» di Mourn e un «Nothing is sure, I’m dying Run is done» In Giving Up, il percorso in mezzo ai boschi del Nostro assume connotati emo. Il risultato è qualcosa di molto più vivido rispetto a quanto messo in scena dallo sbandierato Lil Peep, avvicinandosi – semmai – maggiormente all’emo-trap proposta da Barren nel suo EP Waste, lavoro pieno di difetti e a tratti ridicolo ma potenzialmente interessante. Mourn è tutt’altro che un ascolto semplice e spensierato, risultando talvolta quasi ostico sia per il mood opprimente, sia per una cifra compositiva frammentata che attrae e respinge con la stessa facilità. Melodicamente parlando, laddove Corbin esce dai binari del lamento, azzecca anche la sequenza giusta (ICE BOY, ad esempio, al terzo ascolto inizia ad entrare in testa).
L’album, co-prodotto insieme a Shlohmo e D33j, sfrutta accompagnamenti a bassa fedeltà, organici ma al contempo freddi (in Fold Up ad esempio abbiamo una minimal-wave spezzata da (a)ritmie che arricchiscono la palette) che fanno da background a una resa vocale che assembla il Yannis Philippakis (Foals) dei momenti più atmosferici, il Devon Welsh (Majical Cloudz) più disperato e il King Krule meno impastato (e british). Nella title track, introdotta da atmosfere tetre e da grida lontane, invece suona come una versione goth di James Blake.
Mourn (un titolo che riassume bene lo stato d’animo del disco), è un lavoro sommerso da imprecisioni e incoerenze. Ciò nonostante, è un album genuino e crudo che tra una sofferenza e l’altra mostra anche una via alternativa all’ormai saturo panorama post-r&b.
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