Recensioni

7.3

Proprio come l’Arto Lindsay di Cuidado Madame, tornato ad incidere un disco lungo a 13 anni dalla prova precedente, anche per Keigo Oyamada vale tanto la teoria della relatività quanto quella di un’assoluta libertà artistica in bilico tra delicatezza e foga, fatta di frizioni tra l’umano e l’innaturale. La ragione sociale Cornelius era ferma dai tempi di Sensuous (2006), almeno per quanto riguarda gli album in studio (da allora a oggi si contano in più colonne sonore per anime e videogame), e non che prima il musicista nipponico fosse stato iperprolifico, anzi. Dal 1994, comprendendo anche il recente Mellow Waves, si contano soltanto sei prove lunghe, di cui unicamente le ultime quattro pubblicate internazionalmente. Discorso a parte per i remix album che, tra il 1995 e il 2003 specialmente, hanno aggiunto, secondo l’approccio dell’autore, un necessario (opinabile?) punto di vista altro rispetto a ogni pubblicazione.

Venendo a noi, lungo un fil rouge pop elettronico che a fine Novanta definivamo retro-futuristico e che lo accompagna fin da un esordio (The First Question Award) influenzato – fin troppo – dallo stile di Shibuya, il tratto più intimo di Oyamada si è risolto in un processo di reinvenzione continua; la sua musica, collagista più che in formato canzone, ha assunto la forma e la sostanza di una compressa multivitaminica che può, secondo differenti combinazioni, contenere di tutto: dall’ambient al metal, dalle colonne sonore all’hip hop, al blues, al funk, dal glitch in versione acustica e Popp prima di Oval, al bastard pop prima del bastard pop, ecc.

Prodotti con un senso dell’eccesso, dell’impeto, della misura tipico del Sol Levante, stesi su un continuum ampissimo che vede da un lato la radicalità di un Keiji Haino e dall’altro il 60s pop dei connazionali Pizzicato Five (i più noti del giro Shibuya assieme a Cibo Matto), i dischi di Keigo, almeno fino a Fantasma, sembrano il risultato del lavoro di musicisti differenti, e quell’album in particolare, ad oggi il suo più noto oltre che il primo a farlo conoscere nel mondo, ne è lo zibaldone maximo, il tritatutto 90s che vale l’appellativo di Beck nipponico (anche se a guardar bene, il disco-Odelay della situazione era il precedente 69/96). Ma sono dettagli di un artista che si è sempre distinto non per la proverbiale quadratura del cerchio, quanto proprio per il suo contrario. Inafferrabile, Cornelius fa mondo a sé, e proprio per la sua radicale rivisitazione anche del suo stesso materiale (vedi i sopracitati lavori di remix) è diventato un eroe in patria e un culto internazionale, e al suo approccio senza compromessi si sono interessati in molti, non ultimi i Blur. A più di dieci anni dall’ultima prova – il sopracitato Sensuous – e a quindici da Point, Cornelius ritorna con un disco che non converte più il glitch con l’acustica (ehm, sì lo fa ancora nella traccia finale), non piroetta più con il funky, piuttosto continua quel processo di decostruzione eidetico del pop secondo i King Crimson (quelli di Discipline), dirigendolo verso il suo primo “vero” album di pop song. Con Point a rappresentarne la angolare versione rock, Mellow Waves ne è la versione morbida e pacificata.

Quando si macchiano di prog queste canzoni ricordano i Field Music in versione electro-acustica, e per questa via, anche grazie al contributo di Shintaro Sakamoto (che ha aggiunto un soffio di Hawaii), ritorniamo a pensare all’Arto citato in apertura, vuoi per l’utilizzo della chitarra che irrompe noisey come un cazzotto nel ventre della saudade (vedi Sometimes Someplace), vuoi per i toni estivi e appunto non lontani dal Brasile (If You’re Here ). Già in Point Cornelius s’era cimentato in una cover del classico Brazil: qui delicatezza e mood sono spalmati lungo l’intera tracklist, tanto che anche il classico fuori pista à la Cornelius (quella Surfing On Mind Wave Pt. 2 fatta di minimalismo e di un’orchestra d’archi spremuta in un drone verticale) rientra in una coerenza di fondo tra tocchi elettronici e, ancora una volta, l’amata chitarra acustica protagonista in episodi come The Spell Of Vanishing Loveliness (dove a cantare, in Inglese, troviamo Miki Berenyi dei Lush) o una Rain Song che ci ricorda il “nipponico” Jim O’Rourke di Simple Songs.

Siamo alla fine della scaletta e del racconto entusiasta di un disco prezioso che si conclude con un altrettanto indimenticabile commiato: Crépuscule è un pezzo per sole chitarre acustiche dai delicati incastri blues e  dalle brillantezze glitch-analogiche, attraversato da un fascio di luce elettronico. Sul finale si alza un velo d’archi come lo abbiamo trovato nella citata Surfing On Mind Wave Pt. 2, ed è pura magia. Più che il disco della maturità, questo è il disco femminile di Cornelius, il rotondo Yang ai suoi tic Yin. E neppure questa volta possiamo parlare di un album che apre o chiude una fase, piuttosto di un nuovo punto (mobile) all’interno di un continuum unico, umano e artistico assieme.

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