Field Music (UK)

Biografia

Uno dei casi letterari musicali del 2017 è stato sicuramente Meet Me In The Bathroom: Rebirth and Rock and Roll in New York City 2001-2011 di Lizzy Goodman, una polaroid bella vivida di quella rinascita del r’n’r nella grande mela, raccontato con acume e simpatia attraverso gli occhi (i suoi) di una che è stata nel posto giusto (quando mai New York non lo è stato?) e al momento giusto, ovvero, quando la situazione stava per detonare definitivamente. Erede ideale di Please Kill Me: The Uncensored Oral History Of Punk, che è stata la prima e folgorante opera in questo senso che ha tentato di farci rivivere la storia a partire dalle interviste dei principali protagonisti, Meet Me… ripercorre la storia di una New York del nuovo millennio che dissotterra l’antica ascia del r’n’r al tempo di quel manipolo di figli d’arte (e di papà) che erano gli Strokes ma anche di tutti gli altri protagonisti della Grande Mela all’altezza del revival post-punk, vedi alla voce The Rapture, !!!, Interpol, Yeah Yeah Yeahs e Lcd Soundsystem. Facile farlo a NY però, dove le situazioni quasi ti sbattono addosso senza darti nemmeno la possibilità di schivarle, ma prova a farlo in provincia, e in Inghilterra per giunta, dove i passatempi più gettonati sono contare le macchine gialle che transitano davanti alla vetrina del pub oppure tirare freccette, sempre nello stesso pub. Nell’introduzione del libro, la Goodman scrive che quando era ragazza, nella sua camera di Albuquerque, New Mexico, aveva sul letto il poster dello skyline di New York, quasi a sottolineare che la vera e unica Gotham City in cemento e acciaio era nel suo destino. E se invece di quella, affascinante, silhoutte avesse avuto una fotografia della campagna inglese in inverno, cosa sarebbe successo? Avrebbe preso una casa in affitto a Newcastle? Avrebbe trascorso la stagione estiva a Stoke-on-Trent? Chissà.

Servirebbe proprio una Lizzy Goodman d’Albione che ci venga a raccontare quello che succedeva nella periferia dell’Impero, che racconti quello che facevano i Kapranos, i Tom Smith mentre esplodeva questo fenomeno revanscista new-wave e post-punk; che ci racconti di come i Maxïmo Park abbiano scovato il loro frontman in un karaoke bar di Newcastle, quando videro Paul Smith alle prese con una versione (si dice) incredibile di Superstition di Stevie Wonder e che ci racconti anche di quei due fratelli di Sunderaland, che mentre gli altri giocavano ad emulare i Gang Of Four, i Joy Division e gli Sparks, guardavano al prog e al pop jazz, scambiandosi gli strumenti come i Gentle Giant e fllirtando con gli Steely Dan e gli XTC. Totalmente fuori tempo massimo, visto cosa andava sulle copertine di NME in quel periodo, e loro, con la schizofrenia ritmica e chitarristica dei coevi, poco avevano a che spartire. Di quella cucciolata di new-wavers e post-punkers, capitanata da Franz Ferdinand, Editors, Maxïmo Park (le mosche bianche del catalogo Warp), Babyshambles, Kaiser Chiefs, British Sea Power, Departure e, in piccola parte, dai Futureheads, i Field Music erano quelli verso cui si nutrivano pochissime speranze. I fratelli Brewis, polistrumentisti eleganti e ancor di più raffinati ascoltatori, sono però lungimiranti e convinti che il tempo, da sempre il miglior giudice, gli darà ragione.

Start The Day Right

Nel 2005, quando contemporaneamente “uscivano” A Certain Trigger e You Could Have It So Much Better, i Field Music pubblicano via Memphis Industries, l’omonimo esordio. Nemesi sonora di punk e compagnia cantante, con il loro pop-jazzy-prog, i Nostri riescono a strappare consensi in patria e all’estero

«Chitarrine tirate eppure tutt’altro che ringhiose, riff di piano come piacerebbero a Tony Banks, sofisticazioni leziose che tentano di sublimare le carte del prog e del pop inglesi, manna che quasi giunge con Like When You Meet Someone Else, dove il bilanciamento tra melodia e arrangiamento manca di un soffio il miracolo» (dalla nostra recensione del 2005)

In realtà, in quell’album sì acerbo e a volte un po’ troppo pretenzioso, i prodromi di quelli che i Field Music diventeranno ci sono tutti. E ci sono anche le canzoni: l’iniziale If Only The Moon Were Up, Luck Is a Fine Thing (occhi a cuore a profusione e bacetti a Peter Gabriel e ai Genesis), 17, Got To Write a Letter e You’re So Pretty sono canzoni belle, che funzionano e che sembrano uscite dai cuori e dalle mani di una band fatta e finita, non di una agli esordi.

Maggio 2006, vede la pubblicazione di Write Your Own History, raccolta di B-Sides pescate dalle precedenti recording sessions, che tra echi dei Kinks e ELO (!) non fa altro che sottolineare quanto di buono ci sia nella loro proposta. Stanno costruendo qualcosa di solido i due fratelli, lavorano sottotraccia continuando a scrivere ottime composizioni, e nel 2007 vede la luce Tones of Town, il secondo capitolo del romanzo famigliare dei Brewis. Un vero step forward e il proverbiale album della conferma, che va a potenziare tutto il materiale apprezzato nell’omonimo esordio. Strutture più complesse, molte più chitarre e tanta, tanta attenzione agli arrangiamenti, tanto da portare alla memoria gli XTC di English Settlement e il Todd Rundgren di Wizard, A True Star, guarda caso il produttore/padre padrone di Partridge/Moulding in Skylarking (sessioni di registrazione e di missaggio sanguinose, a quanto pare, ma che salvarono la carriera agli XTC). Ancora una volta ad occuparsi di loro su SA è il nostro Edoardo Bridda, che li premia con un convintissimo 7.

Them That Do Nothing

Nello iato (il primo della loro storia) di tre anni tra Tones of Town e Measure, i Brewis pubblicano con le sigle School of Language (David) e The Week That Was (Peter), i loro progetti solisti, che poi alla fin fine solisti proprio non sono, visto che bazzicano reciprocamente in entrambi i lavori. Curiosamente, i due esordi suonano totalmente differenti: il primo più schizofrenico, più wave e più elettronico, il secondo decisamente più vicino alle atmosfere dei FM, tanto da sembrare una sorta di ghost album nascosto nelle pieghe di una discografia ormai ricca ed espansa. Nel 2010, quindi, dopo aver dato sfogo alle pulsioni personali, i Field Music pubblicano Measure (questa volta senza il pianista e collaboratore di lunga data Andrew Moore), il primo (e per ora unico) album doppio della loro discografia. Piccolo aneddoto sul nome: in copertina non è riportato nessun titolo se non un foglio pentagrammato con del colore, Measure quindi va inteso forse come riferimento alla notazione musicale. Curiosamente, anche i primi quattro lavori di Peter Gabriel (sempre lui) non riportano nessun titolo in copertina e per facilitare la loro catalogazione si è ricorso a nomi che richiamassero l’artwork (Car, Scratch, Melt e Security). Venti canzoni che tributano sempre i maestri di Swindon, ma anche gli Aztec Camera, tra folgorazioni sulla via di Damasco per Brian Wilson e per il pop sixties. Su Sentireascoltare questa volta a parlarne bene pensa Giancarlo Turra, che a Measure assegna un succoso 7,5 sostenendo che i Field Music hanno compiuto una metamorfosi matura e sublime che rimane modesta solo nel porgersi, degna di artisti che “non furono fatti per questi tempi”.

A House is Not a Home

La necessità di avere uno spazio proprio per poter sperimentare e registrare porta i Field Music a farsi uno studio tutto loro, un home studio a cui poter accedere in qualsiasi momento e a qualsiasi ora del giorno: avevano bisogno di una casa. Ecco quindi che nasce il Wearside Studio, piccolissimo studio costruito sulla costa in cui praticamente possono arrivare in pantofole, e dove i fratelli lavorano alacremente al quarto capitolo della loro storia, quel Plumb pubblicato nel 2012 ed ennesimo bull’s Eye della loro carriera. Plumb segna il ritorno alla sinteticità dopo il doppio Measure, un disco più snello nonostante contenga ben quindici tracce. Tracklist che in qualche modo può essere intesa come una unica suite (siamo sempre in ambito prog, del resto) da ascoltare dall’inizio alla fine, senza pause. Con l’incantevole trittico iniziale in odore di Brian Wilson era Smile, i FM vanno spediti quasi senza intoppi (Prelude To Pilgrim, come sottolinea Bridda in sede di recensione, è l’unica canzone mancata del lotto, neo ininfluente comunque nel positivo giudizio finale) verso la meta.

Tra Plumb e Commontime (2012-2016) gli FM incastrano una colonna sonora (Music For Drifters) e il seguito dei loro rispettivi progetti solisti, Old Fears sotto School of Language e Frozen by Sight con il duo Peter Brewis e Paul Smith, frontman dei succitati Maxïmo Park. Ah, e anche una compilation dal titolo Field Music Play, album di cover che, tra le altre, contiene una If There Is Something tratta dall’omonimo esordio (a proposito, incredibile la recente reissue) dei Roxy Music, Suzanne di Cohen e ben due tracce dei Pet Shop Boys: Rent e Heart. Sesto disco ufficiale e nono se si contano le altre uscite, Commontime è l’album dello sdoganamento definitivo dei Field Music. In primis per l’endorsment su Twitter di sua maestà Prince, “che di lì a poco sparì improvvisamente in una pioggia viola”; in secondo luogo perché per la prima volta i Nostri sono riusciti forse a trovare la giusta formula con il pubblico occasionale: bei pezzi, melodie catchy e ottimi suoni. Tutto questo senza avere nella propria faretra un singolo vero e proprio (The Noisy Days Are Over sono sei minuti e passa di pezzo, non siamo proprio dentro i canoni radiofonici). Non male veramente. Sulle nostre pagine riceve un 7,2, perché Commontime è il disco che veramente segna la svolta.

Con questa passione per le melodie sghembe e le strutture melodiche non proprio in linea con gli stilemi del pop odierno, dimostrano anche per questo di non essere allineati perfettamente con quello che passa in giro nel pop (dalla recensione di Commontime)

E a noi, come avrete intuito, questa loro peculiarità piace proprio tanto.

Time in Joy

E arriviamo al 2018 e a Open Here, ultima fatica della compagine di Sunderland. Il tempo è il tema attorno a cui gira un po’ tutto il macchinario di Open Here e che vincola i Nostri a scendere a compromessi con Chronos, «loro, abituati a plasmarlo e a piegarlo a piacimento in accelerazioni prog e jazz, si sono trovati probabilmente per la prima volta della loro ormai decennale carriera a fare i conti con cose che non potevano controllare direttamente». Si sono trovati a fare i conti pure con la demolizione imminente del loro amato Wearside Studio, e il disco non poteva essere scritto da nessuna altra parte se non lì, a due passi dal mare. Open Here è anche il loro manifesto politico, una risposta a tutto quello che è successo negli ultimi due anni di lavorazione dalla loro e dall’altra parte dell’Atlantico (Brexit), una analisi sulla perdita di fiducia nelle cose, nelle istituzioni e nelle persone. Dalle nostre parti, ancora una volta, sono premiati con un voto alto (un bel 7,5), e con il bollino di Top Album. In sede di recensione spendiamo belle parole sulle canzoni, incredibilmente dense e efficaci.

«Time in Joy che è un opening in pieno stile loro, con il flicorno a disegnare merletti su quel giro di basso che tanto sa di Tony Levin; Count It Up, con il suo sincopatissimo psycho-funk, sarebbe sicuramente piaciuta al Prince di Around The World in a Day e Share a Pillow è un funkettone suonato però à la Lounge Lizard, con un incedere mefistofelico e con un sax baritono (i vecchi amori non si scordano mai) da fregarsi le mani. Poi c’è il trittico Goodbye To The Country, Checking on a Message e No King No Princess, che sono dei preziosissimi Bignami da consegnare alle nuove leve per fargli capire come si scrive un pezzo pop» [Andrea Murgia]

Insomma: Open Here è la pietra miliare dei fratelli Brewis. La loro è stata una crescita costante e, nonostante gli esordi siano stati piuttosto difficili, soprattutto a livello mediatico (provate voi a sgomitare con la cucciolata citata nella introduzione quando fai prog, che in quel periodo era una bestemmia bella e buona) ma mai a livello qualitativo, sotto quel punto di vista si vedeva sin dall’inizio che di birra ne avevano da bere e da far bere. Di quella cricca, loro sono tra i pochi rimasti in piedi e lo fanno alla grande, continuando a scrivere ottime canzoni. Per citare gli Housemartins e il loro più famoso lavoro, London 0 – Sunderland 4.

Leggi tutto

Altre notizie suggerite