Recensioni

Che la combinazione storytelling/musica elettronica non sia una totale novità nel panorama nostrano, è risaputo. Basti pensare all’omonimo esordio solista di Riccardo Sinigallia, dove il cantautore romano impregna la sua narrativa di sonorità che pescano a pieno titolo dal mondo dell’elettronica, oppure al Jovanotti nazionale che in Ora, oltre le classiche ballatone intrise di “sole, cuore, amore”, lasciava emergere un lato elettronico contaminato con l’house e l’EDM. Cosmotronic si inserisce in questo solco, collocandosi a cavallo tra dance e pop, electro e cantautorato, con una vena – solo apparentemente – spensierata.
Cosmo non è un neofita di questo tipo di sperimentazioni, e della maturazione del suo “lato producer” (anche in purezza) sono testimoni i precedenti lavori, in particolar modo L’ultima festa. Questa volta ci si allontana da suoni ultra noti nell’intorno synthpop 80s per spingersi invece sull’elettronica più pura, quella dell’house e della techno, ripresa direttamente dagli anni ’90 e dagli anni 2000. Si può quindi dire che Cosmotronic è ciò che si può trovare oltre la siepe de L’ultima festa, uno step naturale all’interno di un percorso artistico che ha sempre guardato all’elettronica e che non ha mai rinunciato a melodie e ritornelli che restano in testa come si confà ad ogni prodotto pop che si rispetti, ed è questa la chiave di volta e, ancora una volta, il segreto del suo successo. Facendo riferimento alla scena internazionale è giusto scomodare Daniel Victor Snaith, sia per quanto riguarda la natura degli arrangiamenti sia sul lato della personalità artistica che corre sul doppio binario Caribou/Daphni, due facciate di una stessa medaglia, la prima declinata su soul, Arthur Russell e narrazione, la seconda più prettamente ritmico-centrica.
Come Caribou anche Cosmo ne esce come un Giano bifronte, metà producer/curatore e senz’altro ancora (cant)autore, e così risulta anche l’architettura dell’opera, che è poi un doppio album in cui ritroviamo una prima parte maggiormente ancorata alla figura dello storyteller che rimanda a un saccheggiatissimo Battisti (ma anche un poco di Battiato e ai mai troppo elogiati – nonché zii di tutto un giro di cantautori attualmente in circolazione – Amari) e una seconda legata invece al clubbing, con tracce che accelerano sul ritmo, solide e scafate, anche sul lato dei campionamenti, a dimostrazione di una buona esperienza nella creazione della narrativa dancefloor. Una seconda parte del disco che si inserisce a pieno titolo nelle atmosfere clubbing contemporanee, dimostrando un giro di ascolti fondamentali: da un lato i riferimenti minimali alla techno berlinese (Tu Non Sei Tu, Barbara) e a certo electro vecchia scuola a là Dj Hell (Attraverso lo specchio), dall’altro le evasioni in territori etnici della scuola Four Tet (Ivrea Bangkok) e i dolci ipnotismi sui quattro tempi di Jamie XX (La notte farà il resto). I sample, presenti in entrambi i versanti del doppio, sono una costante di quest’album: in 5 Antimeridiane troviamo un campione di Superstart di Claudio Rocchi, in Animali quello del Coro delle lavandaie della Nuova Compagnia di Canto Popolare, in Turbo invece troviamo anche campionamenti di musica siriana, e si potrebbe andare avanti. Questo fil rouge dei campionamenti è un’altra dimostrazione del fatto che la strutturazione binaria non è assoluta o organizzata per compartimenti stagni, e per confermarlo basti pensare a Tristan Tzarra, che sebbene si trovi nel primo “segmento” mantiene poco della forma canzone che ci potremmo aspettare.
Con un impianto come questo parrebbe, sulla carta, che Cosmo abbia più da suonare che da dire, ed è invece vero il contrario. Sviscerata ed essenziale, non ermetica ma neppure lineare, spesso ribaltata sul lato delle immagini, e soprattutto legata a doppia mandata alla biografia dell’autore, questa prosa non è soltanto funzionale ma sincretica. E’ una scrittura che nella sintesi risulta trasparente e personale, che si divincola dalle furbizie infilandoci le mestizie (l’episodio della morte della zia raccontata in Tutto bene), che chiarifica l’amarezza dalla spensieratezza. Vorrei raccontare la verità, dice Cosmo in Bentornato, l’opening dell’album. La verità di Cosmo non è nient’altro che la sua verità, la descrizione di ciò che è e che vive, in poche parole il suo mondo. A questa dichiarazione di intenti si lega quindi Sei la mia città, una canzone d’amore dedicata al suo luogo natale, Ivrea. Oltre che in Tutto bene (di cui sopra), possiamo trovare un altro rimando al tema familiare in Barbara («Come un acrobata / Camminando su un filo sottile / Cercando di non cadere / Camminando su un filo sottile / Cercando di non cadere / Come un acrobata»), in cui la madre del cantautore diventa protagonista: il testo infatti è un messaggio vocale in cui lei esprime il suo senso della vita.
Ma Cosmotronic non è soltanto una culla di contenuti nostalgici di ispirazione pascoliana, ma anche una concentrazione di alienazione e nichilismo in salsa schopenhaueriana in cui la “festa” rappresenta l’unico momento di serenità pura e libera da ogni turbamento. «Contro la faccia di merda che sono / Mi concentro sul suono di una cassa che pesta» (Ho vinto): la cassa in 4 quindi e il clubbing sono un modo per esorcizzare la quotidianità e tutto quello che questa comporta, ed è per questo che tutto viene ricondotto alla danza («Ho voglia di ballare, solo di ballare, Ho voglia di sentirmi, ritrovarmi») e al mondo sonoro. Sempre seguendo la linea della corrispondenza e complementarietà tra suono e parole, un’attenzione particolare viene riservata alla selezione dei termini, scelta strategica per giocar d’assonanze, consonanze, alliterazioni («Questo odore di sudore, questa casa / Questo thè, queste scarpe / Questi bassi, questo specchio / Queste strade, queste grida di bambini / Questo sputo / sulla terra) e onomatopee (il toc toc reiterato in Turbo). Un uso importante delle figure di suono, che si mettono al servizio delle parti strumentali e danno luce a una scrittura che va avanti per suggestioni, stimolando, stuzzicando e indirizzando l’orecchio dell’ascoltatore verso la potenza evocativa di suoni, immagini e vibrazioni.
Un doppio album coraggioso e privo di inibizioni che si impone come un immersivo viaggio dentro la musica, una fuga liberatoria dalla realtà quotidiana, un disco da ballare e per ballare, ma anche da cantare, da vivere e da sentirsi addosso. A riprova del formato ibrido di Cosmotronic c’è l’organizzazione del tour, che prevede tanto il live quanto il dj set (e ospiti speciali al seguito). Si può dire che la festa non è ancora finita, anzi è – di nuovo – tutta da fare.
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