• ott
    31
    2016

Album

Glacial Movements

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Secondo capitolo per la Iceberg Series della romana Glacial Movements Records guidata da Alessandro Tedeschi/Netherworld, per continuare a «descrivere tramite sonorità techno-dub quelle immense masse di ghiaccio» che danno il nome alla collana. Dopo un primo episodio dello stesso patron dell’etichetta, Zastrugi, recensito positivamente da Stefano Pifferi, la coda del 2016 vede la pubblicazione del secondo capitolo della serie, affidato a una coppia di lusso come quella formata da Justin BroadrickDiarmuid Dalton. Il primo è un veterano, prima membro fondatore dei Napalm Death, poi impegnato in mille rivoli e altrettanti moniker per portare avanti la sua personalissima ricerca sonora su più fronti: l’industrial metal con i Godsend, sperimentazioni elettroniche come Techno Animal, l’alternative dal sapore shoegaze con i Jesu. Di questi ultimi fa parte anche Diarmuid Dalton, che è anche una delle anime di una altra interessante realtà metal/noise come gli Iroha.

I due, entrambi di Birmingham, si conoscono dagli anni Ottanta, quando la città è uno dei centri dell’ondata di industrial ed elettronica che ha lavorato nell’underground inglese, e il nome scelto per il duo riporta direttamente ai progetti di riqualificazione urbana della loro città natale, segnando programmaticamente l’estetica di un act a cavallo tra desolazione cittadina, industrial, techno algida ed elettronica rigorosamente in analogico. Tutto nasce da lunghe session di improvvisazione che poi lo stesso Broadrick edita e confeziona fino a ottenere i brani finali, che nei primi due dischi propriamente detti (i Council Estate Electronics sono attivi dalla fine degli anni Duemila) rimandavano direttamente alle radici musicali dei due componenti: Throbbing Gristle, i primi Tangerine Dream, la Berlino dei primi Sessanta lato Kluster/Cluster.

Fin dal titolo glaciale e dai nomi dei singoli brani, così profondamente innervati di Siberia e marina militare sovietica, l’adesione alla Iceberg Series dissecca i suoni e cristallizza le atmosfere. L’iniziale Urals, uno dei brani più riusciti del lotto, detta il passo di tutto l’album: un battito scheletrico che pulsa mentre algidi droni investono a ondate le casse, come una danza fantasmagorica in tonalità di techno/dub sbiancato. Qua e là (Liquified Natural GasType LK-60YA) affiorano iceberg di kosmische music, brandelli di soundtrack marcia (567 foot 33,500 ton), aurore boreale quasi dreamy (50 Let Pobody). Il viaggio da fine del mondo dell’Arktika riesce perfettamente a restituire il feeling gelato che permea le uscite di Glacial Movements e, forse non troppo sorprendentemente, a rendere cupo e livido un paesaggio che verrebbe da pensare imbiancato.

19 gennaio 2017
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