• mag
    18
    2018

Album

Mom And Pop, Marathon Artists, Milk! Records

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Capita di scoprirsi diversi, trovarsi nuovi. Perdere qualche certezza e lasciare spazio ad ansie insolite ed indecifrabili. Fasi di transizione da aggirare con metodi alternativi per evitare di farsi schiacciare dal loro peso. È ciò che prova a fare Courtney Barnett in questo nuovo – e cupo – Tell Me How You Really Feel, titolo che denota una nuova profondità contenutistica che trova puntuali riscontri – soprattutto in fase di scrittura – lungo tutto l’album. Riflettendoci, la cantautrice australiana è in fondo riuscita sempre bene a giocare con il concetto di “novità”, ritagliandosi, soprattutto grazie alla sua prosa fluviale, un posto d’onore nel panorama indie rock internazionale. Da acerba promessa (nel 2013, con il doppio EP Sea of Split Peas) ad icona indiscussa di un linguaggio – a suo modo – nuovo (Sometimes I Sit and Think… è lo specchio fedele di un dilagante slackerismo), la Barnett si ritrova qui a dover fare i conti con il lato più oscuro della propria psiche, lasciato per troppo tempo a covare come brace sotto la cenere.

Non l’antonomastico “disco della maturità”, sia chiaro. C’è tuttavia una voglia di scoprirsi e raccontarsi con disarmante sincerità, raccontando debolezze anche estremamente personali: umori umbratili ed un malessere emotivo che finisce per condizionare il vissuto quotidiano. E anche se i primi sintomi di questa irrequietezza erano avvertibili nell’esordio del 2015, in Tell Me How You Really Feel Barnett non mette sotto la lente d’ingrandimento solo il mondo che scruta attraverso quegli eloquenti occhi chiari, ma prova a scavare più in profondità, catalizzando l’attenzione sul proprio di “sentire”. In questo processo – alla stregua della psicanalisi – è la musica a trasformarsi in un megafono potentissimo. Courtney sembra intenzionata a sbatterci in faccia la propria verità senza mezzi termini: ne scaturiscono riflessioni sul modo in cui ci rapportiamo agli altri («Friends treat you like a stranger and / strangers treat you like their best friend»), sulla dilagante misoginia che sta minando i rapporti uomo-donna (Nameless / Faceless), ma soprattutto sul come lei stia reagendo a tutto questo vorticare. E sembra quasi vederla incespicare, un po’ crollare sulle ginocchia, nella conclusiva e disarmante Sunday Roast – una Depreston paradossalmente più cupa – o in quella Need A Little Time dove la fisionomia sonora torna ad essere familiare e strettamente legata agli esordi.

Aver puntato su una chiave fortemente intimista poteva creare scompensi al concetto di “suono”, divenuto ormai marchio di fabbrica. Invece è interessante osservare come la scrittura abbia portato ad un assestamento anche in fase di arrangiamento, con chitarre che spingono solo quando necessario (il richiamo ai 90s resta comunque una costante), tempi che si concedono ampie ed ipnotiche dilatazioni (merito forse della recente collaborazione con Kurt Vile?) ma anche collassi post-punk (I’m not Your Mother, I’m not Your Bitch). Un incedere altalenante che riflette anche la succitata emotività, vero valore aggiunto di questa prova.

Non è semplice ripetersi dopo aver sbaragliato ogni tipo di concorrenza con un album d’esordio come Sometimes I Sit and Think… L’eclettica cantautrice pur mantenendo solidi punti di contatto con quella prova, inocula in questo Tell Me How You Really Feel una cifra stilistica foriera di un linguaggio destinato a mutare ancora. Molto più semplicemente, un disco di transizione che ha l’aria di una pausa indispensabile per riprendere fiato e ripartire.

18 Maggio 2018
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Courtney Barnett

Sometimes I Sit and Think, and Sometimes I Just Sit

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