• mar
    24
    2015

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Marathon Artists

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Come accade suppergiù ogni 18 anni, arriva una nuova generazione cresciuta con la mitologia degli eroi della precedente, è accaduto in passato e accade tuttora nonostante Internet e i social network. Come è sempre accaduto, ad ogni nuova tornata troviamo chi emula e chi copia, chi fa del collage la propria arte e chi in tutto ciò dalla sua ha delle cose da dire e le sa buttar giù con stile senza paura di ciò che la gente penserà a riguardo.

Courtney Barnett è una di queste ragazze che se ne fregano delle giuste cose. Ad esempio di quanto possa essere paraculo suonare un intero disco degli INXS a passo d’uomo blues tra accenti country e desert psych, con quel tipico fare scazzato che ricorda tanto certi eroi slacker (Darren Hayman, Jonathan Richman, Lou Reed) virati aussie quanto la stralunatezza di certo Beck degli esordi (quello anti-folk magari ma senza strafare).

Mettici che quando senti il suo doppio EP in formato album The Double EP: A Sea of Split Peas ci senti l’ABC del “impara a suonare le canzoni dei Nirvana con la tua chitarra” e il giochino dei riferimento è fatto. A quel punto il doveroso passo successivo è spiegare perché questa ragazza ha quel qualcosa di irresistibile che tante sue coetanee non hanno.

La Barnett, e lo si sente sia quando propone singoli che quando va in pose più raccolte, ha qualcosa da dire al mondo. Quel che le piace di più è disegnare quadretti quotidiani con impressioni e osservazioni su fatti, cose e persone che si configurano naturalmente come qualcosa che ha già il sapore del generazionale. In Avant Gardener succede un po’ quel che succedeva a Stephen Malkmus con i Pavement. Come lui, per intenderci, e pochissimi altri, la songwriter scruta e affetta la realtà con un arguta dolcezza, senza negarsi gli affondi diretti, comunque dosati con parsimonia. Prendete Pedestrian At Best, lead single del nuovo album: potrebbe far pensare a un album di una tipa che non vorrebbe altro che lavorare con David Grohl e Butch Vig ed è invece l’eccezione che conferma la regola di un poetica coerente con il primo EP I’ve Got A Friend Called Emily Ferris soltanto qui e li più elettrica e sicura dei propri mezzi.

Lo si capisce dall’iniziale Elevator Operator che Courtney Barnett, alzando il volume di quel tanto, non ha allontanto la bocca dal microfono. Di storie in Sometimes I Sit and Think, and Sometimes I Just Sit ce ne sono molte, tante quante una vita passata a scriverle, con i suoi alti e bassi, ha raccontato la stessa alt rocker nell’intervista concessa a Diego Ballani. E sono storie che se ne fregano abbastanza se il vestito che portano è  quello della ballad, della serenata d’estate dalle reminiscenze presleyiane (Small Poppies) o à la Morrison (Kim’s Caravan). D’altro canto, se queste possono apparire come scuse, nel disco troviamo episodi in stato di grazia come Depreston dove soltanto melodia, spazzole e qualche nota di chitarra possono trasportare tutto il resto.

Un’altra caratteristica della Barnett, oltre a quel senso di sincera sfacciataggine e quell’accento molto brit, è proprio il talento melodico. Non serve comprendere tutte le strofe per respirare il suo mondo. Ed è questo un altro di quei fattori che vanno alla voce “generazionale”. Lo diciamo con tutto il fascino romantico che questo concetto conserva nell’immaginario collettivo (vedi anche l’altra hit Dead Fox), con tutte le persistenti voglie di r’n’r (Nobody Really Cares if You Don’t Go…) e 50s (Debbie Downer) che volete.

19 Marzo 2015
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